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"''Ancora" al Roma Fringe Festival

Al 'Roma Fringe Festival', il parco del teatro indipendente che propone, a Villa Mercede, ogni giorno nove spettacoli diversi, può capitare che una compagnia protesti prima di iniziare a recitare a causa di un giudizio del pubblico: il festival permette infatti agli spettatori di votare sceneggiature e performance degli attori, concorrendo ai riconoscimenti finali.

Succede anche che “'Ancora”, il lavoro della compagnia Kalsifer formata da Federico Brocani e Marcello Cominelli, subisca per due volte un danno irreparabile di credibilità: mentre gli attori sono concentrati in un pezzo di teatro fisico pieno di pathos dall'altro palco si sente distintamente la sigla del “Benny Hill Show” (lo spettacolo è il buon “The flying Pinter circus”). Ne consegue una certa perdita di entusiasmo che spingerà il duo a concludere in tutta fretta una pièce dalla drammaturgia certamente esile ma che lascia qualche riflessione sul tappeto.

La prima è relativa al contesto: partecipare al 'Fringe' significa dover conoscere il contesto e mettersi alla prova con un lavoro che tenga conto della possibilità di 'disturbi sonori' o interruzioni dovute a qualche imprevisto: drammaturgia monolitiche e prettamente intimiste lasciano dunque il tempo che trovano, a meno di un'eccellente qualità della scrittura e degli interpreti.

In secondo luogo, “'Ancora” opta per un montaggio di sequenze eterogenee – un pezzo di teatro fisico in cui gli attori interpretano un burattinaio e un burattino, dei dialoghi, una voce registrata di un anziano che parla dei bei tempi andati, dell'amore e dell'anarchia, uno schermo che manda una serie di foto del periodo dell'infanzia, un altro pezzo di teatro fisico, più sofferto e un monologo finale dove si cita Cesare Pavese. Uno spettacolo che, dalla brochure di presentazione, dovrebbe essere 'uno studio antropologico sulla natura e i significati delle parole' si trasforma così in un insieme di sequenze scollegate, senza un vero trait-d'union che non sia la solita, consolatoria apologia di un passato genuino che rende il presente il posto dell'inazione e dell'angoscia.

 

(Domenico Donaddio) 

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