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La Panspermia: vecchie teorie e nuove prove

La Panspermia è una ipotesi secondo la quale i “ semi della vita” sono sparsi nell’Universo e la vita sulla Terra è iniziata con l’arrivo di questi “ semi “ trasportati da comete e meteore. Ovviamente questo meccanismo permetterebbe potenzialmente di “ inseminare “ tutti i pianeti dell’Universo , ma solo pochi, quelli dove le condizioni ambientali lo hanno permesso ,svilupperanno veramente forme di vita. Questa teoria ha origini antichissime , addirittura da idee del filosofo greco Anassagora ed ha avuto nuovo vigore dal 1800 con Sir Willliams Thomson , nei primi del 900 con il chimico e premio Nobel svedese Arrhenius ed in tempi più recenti ( ultimo quarto del secolo XX) con gli astronomi Fred Hoyle e Chandra Wickramasinge. Questi , studiando la composizione chimica della polvere interstellare, arrivarono alla conclusione che i granuli di polvere componente le nubi interstellari potevano essere batteri essiccati e congelati. Questa teoria non ebbe molta credibilità scientifica ma esistono del resto alcune evidenze che suggeriscono che i batteri possono sopravvivere per lunghi periodi di tempo anche nello spazio. Studi recenti condotti in India hanno trovato batteri nell’atmosfera terrestre ad altezze maggiori di 40 Km ,batteri Streptococcus mitus portati accidentalmente sulla Luna dalla sonda spaziale Surveyor 3 nel 1967 e riportati sulla Terra hanno facilmente ripreso vita dopo 31 mesi e l’analisi del meteorite rinvenuto in Antartide e conosciuto come ALH8400 , ritenuto di origine marziana, ha rilevato la presenza di impronte simili a quelle fossili lasciate da alcuni batteri in altre rocce terrestri.. Un''altra interessante conferma indiretta alla teoria della Panspermia sembra derivare da un recente esperimento condotto nell’ambito della missione spaziale FOTON 2 effettuata dall’Agenzia Spaziale Europea in collaborazione con i russi. Questo esperimento , denominato BIOPAN , è costituito essenzialmente da una pentola posta al di fuori della capsula russa per esporre campioni di vari materiali alle condizioni estreme dello spazio. Nel contenitore ,come disposto dal prof. Leopoldo Sancho dell’Università di Madrid , sono stati collocati due specie di licheni – Rhizocarpon geographicum e Xanthoria elegans , quindi è stata sigillata la capsula che si è riaperta quando la Soyuz è arrivata in orbita terrestre , esponendo per 15 giorni i licheni all’ambiente spaziale. Quindi la capsula è stata richiusa per tornare sulla Terra dove i licheni sono stati accuratamente analizzati. Sono rimasti quindi nello spazio a temperature estreme esposti alle radiazioni UV e ai raggi cosmici , ma come ha dichiarato il dr. René Demets i licheni non hanno subito nessuna alterazione . I licheni sono la combinazione simbiotica di uno specifico fungo con un’alga verde o un cianobatterio e riescono a sopravvivere in condizioni molto avverse . La caratteristica morfologica del lichene deriva dal tipo di fungo, dato che le dimensioni sono notevolmente maggiori rispetto alle cellule algali che fanno la fotosintesi clorofilliana, mentre il fungo trattiene acqua e sali minerali. L’importanza ecologica dei licheni è data dalla loro capacità pionieristica di svilupparsi su rocce ed ambienti privi di ogni substrato organico , sono però poco resistenti all’inquinamento atmosferico e per questo sono considerati buoni indicatori biologici di inquinamento.

(Dr. Mauro Guidi – biologo)

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