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"12 anni schiavo": arriva nelle sale il nuovo film di Steve McQueen

La memoria è un muscolo. Se non lo si allena, si atrofizza. Steve McQueen ha certamente allenato i suoi addominali di responsabilità, con la biografia di Solomon Northup, datata 1853: dopo la questione irlandese in "Hunger" e la ninfo-mania di "Shame", il focus del cineasta inglese si concetra sul tema della schiavitù in un'America che si macchiava di sangue nero.

"12 anni schiavo" traduce in linguaggio cinematografico il senso di colpa che la Storia ha più d'una volta instillato nelle vene a stelle e strisce: ci sono stati gli stermini di nativi, gli schiavi uccisi per un batuffolo di cotone e non è un caso se in una scena del film, McQueen decida di mettere di fronte due riflessi omozigoti di uno stesso aborto d'umanità. Il vettore del ricordo è la musica, quella vibrata dal violino dei salotti di New York dal libero cittadino Solomon che, dopo essere stato adescato e deportato, passa dodici anni lontano dalla sua dignità e diventa Platt, una voce persa nel coro dei canti di disperazione che si levavano dalle terre dello zucchero e del cotone. La cruenza delle immagini farebbe impallidire il Mel Gibson di "The Passion" e resta opinabile la necessità di frustare la memoria, per costringere al ricordo imperituro, ma il sangue che fiotta dalle schiene segnate dall'abominio, rende fluorescente la trasversalità di una riflessione: Solomon Northup è un "negro", ma è anche indiano, ebreo, vittima dell'apartheid e profugo a Lampedusa; è il simbolo di una colpa della umanità intera. I "bianchi", i padroni vengono stigmatizzati al limite dello stereotipo, spersonalizzati (forse) volontariamente per rendere universale la loro condanna (più convincente Michael Fassbender, meno Benedict Cumberbatch). Diversa profondità ha il protagonista, interpretato da un efficace Chiwetel Ejiofor: prima di essere deportato, ignora la schiavitù, preferisce guardare la sua famigliola e il suo futuro di musicista; alla fine, dopo aver imparato a sopravvivere per vivere, presenta le sue scuse costringedosi al ricordo, alla scrittura e alla lotta consapevole.


(Angelo Adriano Sgobba)

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