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Festival di Sanremo 2020: prima puntata flop

Difficile ricordare un'edizione che si sia particolarmente distinta negli ultimi 20 anni per la qualità e la quantità dell'intrattenimento (musicale e non solo), senza piuttosto correre il rischio di essere sommersa da una valanga di insulti e commenti social al vetriolo. Comunque la si pensi, la cultura popolare ha definitivamente abbandonato le poltrone del Teatro Ariston, e questa 70° edizione del Festival di Sanremo ne è la conferma più di un contratto firmato col sangue. A dare il via alla “Messa in scena” è un Fiorello in abiti da prete che tenta di scaldare il pubblico con battute lampo sui temi del momento, un po’ per cominciare a dare una scossa allo share, un po’ per smontare le accuse di sessismo delle scorse settimane e un po’ anche per ricordare che nei primi anni 2000 è stato un grande showman. La scenografia ineccepibile di Gaetano Castelli accoglie l’entrata “poco” trionfale di Amadeus che subito dopo pochi secondi dalla presentazione viene nuovamente soccorso dal buon amico Rosario, tra mini provocazioni sul possibile flop del festival e altre a sfondo politico (“Qui a Sanremo, si entra Papa e si esce Papeete”).

Inizia la gara dei giovani, o meglio, la prima selezione. A passare il turno sono l’“8 Marzo” di Tecla (che oltre a rimandare molto alla “Che sia Benedetta” di Fiorella Mannoia fa rimpiangere le plastiche esibizioni della Tatangelo con la sua “Essere una donna”) e una presuntuosa “Vai bene così” di Leo Gassman. Agli Eugenio In Via di Gioia va il premio morale di "scimmiette da tormentone estivo" e al simpatico Fadi un ringraziamento per averci sinceramente provato.


Il tempo di lasciare a Tiziano Ferro il compito di “storpiare” il povero Domenico Modugno (e, successivamente, anche Mia Martini) e inizia ufficialmente la gara dei big. Irene Grandi apre le danze con la sua tipica grinta, sebbene la canzone “Finalmente io” sia un brano povero sotto molti punti di vista. Diletta Leotta entra in scena come prima valletta (dimenticando che per essere simpatici bisogna anche essere spontanei) per introdurre in successione Marco Masini (“Il Confronto”, classico repertorio masiniano) e Rita Pavone (“Niente. Resilienza 74”, canzone pseudo giovante con vago sentore di naftalina) e cedere poi il palco alla più notevole Rula Jebreal, almeno finché non gioca anche lei sulle battute sessiste pre-Sanremo.


Achille Lauro ripropone con la sua “Me ne frego” il copione dell’anno scorso (forse un pelo più sgradevole), Diodato sembra risvegliare per un attimo gli animi con “Fai Rumore” (ma occorre un secondo ascolto a orecchie ripulite) e Le Vibrazioni tornano sul palco con una noiosa “Dov’è” (unica nota positiva: il traduttore della L.I.S. alle loro spalle durante l’esibizione). Superato il faticoso scoglio fatto di Albano e Romina (per il solo piacere dei nonni) e l’ennesimo teatrino Fiorello-Amadeus, irrompe nella gara Anastasio con un rap interessante dal titolo “Rosso di rabbia”.


Elodie suggerisce il prossimo tormentone per le ragazzine con “Andromeda”, prima che Rula Jebreal si cimenti in un monologo contro la violenza sulle donne (più interessante di quello di stampo sentimentalistico alla italiana della Leotta, ma forse un po’ troppo artificioso) e lasci nuovamente spazio alla musica con Bugo e Morgan (“Sincero”, progetto interessante, se non si è fan dell’ultima ora di questa, nemmeno troppo, “strana coppia”), Alberto Urso (“Il sole ad Est”, poco apprezzabile almeno quanto Il Volo nelle passate edizioni della rassegna), Riki (“Lo sappiamo entrambi”, tipica canzonetta pop da podio di Sanremo) e a chiudere Raphael Gualazzi (“Carioca”, valida fusione fra testo italiano e musica dal sapore brasileiro). Decisamente poco rilevanti le incursioni finali del cast de “Gli anni più belli” di Gabriele Muccino e di Emma Marrone (quasi interminabile), eccezion fatta almeno un po’ per Gessica Notaro accompagnata da Antonio Maggio nell’esecuzione de “La faccia e il cuore” (un resoconto dei drammatici trascorsi dell’ex Miss Romagna 2007, firmato anche da Ermal Meta).


12 proposte musicali, per lo più discutibili. Scambi di palco poco rilevanti fra presentatori e vallette (buoni solo con il tema del femminicidio di mezzo), ospitate di spessore esiguo e nessun sussulto o note di encomio che valgano le oltre 4 ore e passa davanti allo schermo. Insomma, la nave è salpata. Ma, come era prevedibile, non ha lasciato nemmeno il porto.


Jacopo Ventura

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