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Maratona-Stivalaccio: la grande bellezza della commedia dell’arte

SCHIO – Le maratone ci piacciono. Non solo quelle elettorali di Mentana ma anche quelle teatrali. In questi ultimi anni abbiamo apprezzato, con occhiaie al seguito, quella shakespeariana o “Santa Estasi” entrambe di Latella, i “Demoni” di Peter Stein, qualche ronconiata, la ventiquattrore di Jan Fabre. Ma quella di Stivalaccio Teatro, nel gioiellino riaperto e restaurato in maniera conservativa del Teatro Civico di Schio (le sedie da “regista” effettivamente sono un po' scomode), è stata sicuramente la più intensa sul fronte del divertimento puro, della scanzonatura allegra, una grande infusione di piacere, un'iniezione di gioia pura. Il gruppo veneto ha portato in scena, in un'unica serata, la sua Trilogia dei Commedianti, dal “Don Chisciotte”, passando per “Romeo e Giulietta” fino a sbarcare nel “Malato immaginario”. Pretesti e fili conduttori dei tre pezzi sono stati da una parte la Commedia dell'Arte e dall'altra l'inserimento di due personaggi (attori cinquecenteschi realmente esistiti), stival1.jpgPantalone e Piombino per un esplicito, continuo teatro nel teatro. Curiosità che Pantalone fosse veneto, come Marco Zoppello, e Piombino toscano, come Michele Mori. Ed è proprio l'incrocio, l'incastro e l'armonia che fuoriesce tra il dialetto veneto, pomposo, leggero, arrotondato, musicale, con il vernacolo toscano, stoccate, veleno, bastonate, che stimola quell'allegria contagiosa esaltata da una costante interazione, mai stucchevole né indigesta né tanto meno fastidiosa però, con la platea che ha accettato lo scambio, lasciandosi andare nell'abbraccio del teatro, del mestiere, cullandosi tra parodie e battute, ridendo di testa, di pancia, rumorosamente, in maniera godereccia.
Nel foyer, nell'intervallo tra i vari spettacoli, si respirava contentezza e quella felicità bambinesca di chi è lieto di aver scelto di esserci stato. In definitiva il messaggio di Zoppello (“sono ancora vivo e veneto”) e Mori (tra Benigni e Nuti) è che “il teatro salva la vita”, ma forse lo potremmo allargare anche al gioco, al non prendersi mai troppo sul serio anche nelle situazioni più angosciose e disperate: infatti i nostri due sfigati antieroi, Giulio Pasquati in arte Pantalone e Girolamo Salimbeni detto Piombino riescono sempre a cavarsela, fortunati nella sfortuna, recitando davanti a giudici e potenti. Una sorta di Mille e una notte. Ci hanno ricordato anche gli Artigiani nel Sogno shakespeariano. Calza qui a pennello quello che Baricco scrisse in Novecento: “Non sei veramente fregato fin quando hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla”. I nostri stival2.jpgsono due saltimbanco, ma più che altro saltapranzo e saltacena, si arrangiano con piccoli trucchetti, con gag da piazza, recitano per un tozzo di pane, due piccoli artisti di strada che cercano di sbarcare il lunario, affabulatori, imbonitori, truffatori da strapazzo ma in fondo bonari, mai cattivi, responsabili di “sconce commedie”. Sembrano usciti dall'“Armata Brancaleone”, da un neorealismo ante litteram alla “Soliti Ignoti”. Sprazzi e spruzzi, inevitabilmente, da Dario Fo. Sono goffi, ciarlatani, sbagliati, impacciati, ridicoli, imbranati, confusionari, fanciulleschi, arruffoni, caotici, maldestri: impossibile non volergli bene.
Anche la scelta dei tre testi traccia perfettamente la linea di pensiero e di lavoro del duo: il perdente, ma sognatore utopico che non si arrende mai, di Don Chisciotte, i due giovani veronesi, Romeo e Giulietta, che non cedono all'odio ma scelgono di morire per amore, Moliere che, nel Malato immaginario, muore sulle amate tavole del palcoscenico. Ecco in questi tre topos l'amore per il teatro, la voglia di non arrendersi, la resistenza e, perché no, anche la tanto di moda resilienza. Già perché la nostra coppia (cane e gatto ma anche Stanlio e Ollio, Bud Spencer e Terence Hill ma anche Sandra e Raimondo) riesce a sfruttare a proprio vantaggio situazioni sfavorevoli e, come nei migliori fumetti, a cavarsela per il rotto della cuffia, all'ultimo tuffo, con l'ultimo colpo di mano, quando ormai tutto sembrava essere perduto. E' l'applauso che può, alla fine, salvare i due, è il consenso del pubblico che li può liberare dalla gogna. Fa solo un applauso ed io sarò salvato, biblicamente e prosaicamente traslando le Sacre Scritture.
Bravissimi anche nell'infarcire e nell'inserimento continuo, come mantra martellante che tiene all'erta la platea, di riferimento, alti o spicci, contemporanei, rendendo la narrazione una pappa, una minestrastival3.jpg dai tanti sapori commestibile, facile senza mai scadere. Ecco che fanno capolino la Brexit come Pinocchio, il Cavallo di Troia o la Divina Commedia. A flash, a lampi, incursioni veloci come vietcong nella boscaglia fitta ad illuminare. C'è un canovaccio certamente ma è palese e palpabile anche una buona dose di improvvisazione. Se in Chisciotte erano in due, in “Romeo e Giulietta” (quasi un “Pretty woman”) entra, prepotente, senza invadenza, con una gran voce e carisma, Anna De Franceschi, impeto e temperamento da vendere. Entrano in ballo anche un ukulele e il bandoneon, gli stornelli da osteria, con battimano a calcare le rime e sottolineare i canti da parte del pubblico. Di fondo ci sono sempre degli attori che interpretano degli attori che recitano i titoli. La triangolazione, questo continuo dentro e fuori, nel testo e temporalmente, lascia ampi margini di manovra agli spettatori, li fa sentire comodi, li stuzzica, li stimola, ma senza pressioni.
stival4.jpgSemplicemente esplosivo Frate Lorenzo (Michele Mori) con un sonoro e marcato accento partenopeo, che guarda la telenovela sudamericana “Segreto” su Rete 4, che storpia Mercuzio in merluzzo, Giulietta diviene Giuliana, san Tommaso si trasforma in sadomaso, le due famiglie contendenti diventano i Montoni e i Cappelletti, benedicendo la platea con sonore cucchiaiate d'acqua. Tutto rimane sul filo intelligente e pop, spuntano Rocky e Suor Germana fino al “morire, dormire, forse sognare” d'amletiana memoria. Ma si sente sempre, è tangibile e percepibile la grande attenzione, cura e dedizione per l’artigianalità della scena ma anche lo svelamento del retro, dei trucchi del palco, di tutta quella maestria, e maestranze (sottolineo i costumi di Antonia Munaretti e Lauretta Salvagnin), che abitano e albergano dietro e dentro il sipario.stival6.jpg

Proprio “Il malato immaginario” (qui sono cinque gli attori) diviene una sorta di “Rumori fuori scena” dove noi, dalla platea, vediamo tutto quelloche succede (e ne succedono tra un cambio scena e l’altro) dietro le quinte tra liti, scontri, sparizioni della casse, zuffe, urla minacciose. In questo caso perfetta e funzionale la struttura e l’impianto scenico in legno che si trasforma (di Alberto Nonnato) e prende vita e diventa da fondale a nuovo palco di cubi e d’incastri. Grande il ritmo, la velocità d’esecuzione, la brillante e spumeggiante alchimia tra l’allegra ciurma, la grande gioia di regalare sorrisi e buon tempo, quella grande bellezza del fare teatro per il gusto intimo, non fine a se stesso, dell’applauso come dono, come scambio, condivisione del grande rito collettivo del teatro, del racconto popolare, dell’incontro.

Tommaso Chimenti 30/04/2018

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