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"Ombre folli" a Garofano Verde

Quando si dissocia sesso e amore, piacere e serenità, istinto e natura, si è costretti a costruirsi un'identità altra, una faccia rigirata. Questo sia se ci si ribella al sistema, sia se si asseconda, perché in fondo le scelte che seguono non daranno mai alla vita la lettera maiuscola. "Ombre folli" è un reading dal testo inedito di Franco Scaldati, messo in scena e tradotto da Enzo Vetrano e Stefano Randisi in occasione della rassegna a cura di Rodolfo di Giammarco, Garofano Verde, scenari di teatro omosessuale, al teatro India, giunta alla XXIII edizione.
"Ombre folli" è una favola maleducata, sporca, una di quelle favole da non raccontare ai bambini, perché usa espressioni come “pompini” “sperma” “bocca piena di schiuma”. Ai bambini andrebbe solo raccontano che quello che sentono è vero, che non dovrebbero scordarlo da grandi, che l'amore va oltre il genere, lo schieramento, la famiglia d'appartenenza. Quando la mano agisce senza pensare, quando lo sguardo si illumina negli occhi dell'altro, quando l'impossibile sembra possibile, quello è istinto, è magia, è piacere e amore.
Da una parte lui, rannicchiato sulla poltrona, a cui piace truccarsi, mettersi una parrucca e andare per strada a fare “pompini” e poi infilare un cacciavite dritto nel “culo” a chi lo riconosce. Dall'altra in piedi, alto, con la coppoletta, un suo amico che da piccolo un membro in mano lo ha preso, che solo per una volta, una, se ne è riempito la bocca, ma non si fa. Sì, è una malattia, allora quando scopre il caro amico lo deve portare con sé, salvare, guarire: chiudendolo in casa, serrando le finestre e dargli tutto, tutto quello di cui ha bisogno a parte la strada, un uomo, un pene.
Se solo potesse riconoscere in quel gesto l'amore, come l'altro ha riconosciuto nei suoi atteggiamenti l'odio. Disilluso, non ha creduto che esistesse un posto per lui, ha attaccato chiunque lo riconoscesse, ancor prima che lo giudicasse e il suo dirsi omosessuale non è servito a niente, se non a prendersela con tutti. Avrebbero dovuto salvarsi a vicenda, essere liberi nell'altro, invece si incatenano, soffrono, si lasciano camminare dalla vita.
Quando l'uno parla in siciliano, l'altro traduce in italiano: come se solo loro potessero capirsi, come se fossero uno, diviso, oppure come se fossero così distanti da parlare due lingue diverse?

Feederica Guzzon 21/09/2016

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