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Funziona "Il Maestro e Margherita" di Baracco: Michele Riondino è un Diavolo-Joker

SOLOMEO – “Se il diavolo non esiste ma l'ha creato l'uomo, credo che egli l'abbia creato a propria immagine e somiglianza” (Fedor Dostoevskij).

La sfida, vinta, era riuscire a condensare le oltre trecento corpose pagine di Bulgakov e soprattutto i tre piani narrativi spazio temporali de “Il Maestro e Margherita” concentrando in un'unica struttura, tanto solida e stabile e granitica quanto flessibile e comoda, le storie intrecciate, le vicende aggrovigliate, le trame intessute. La squadra messa al servizio del regista Andrea Baracco (grande cura dei dettagli eSessione senza titolo19172 copia kJJI U3010631572488CH 1224x916Corriere Web Sezioni 593x443 precisione puntigliosa come un metronomo) da parte del Teatro Stabile dell'Umbria (la produzione ha avuto base al Teatro Cucinelli di Solomeo, così come il debutto e la prima parte di repliche), con la fuoriclasse Letizia Russo alla drammaturgia (per un testo divenuto una miscela perfetta di classico e contemporaneo, fruibile, scorrevole, godibile all'ascolto), funziona eccome.

39510025_260547874578014_8282781891317202944_n.jpgMa ecco, la struttura sulla quale poggia a perno e ruota tutto l'ensemble (undici attori ben amalgamati e coesi attorno alla star Michele Riondino, recentemente passato dal Festival del Cinema di Venezia in qualità di “padrino” e reduce dalla polemica social con Salvini) nella sua semplicità di passaggi e porte e botole, di comparse e scomparse, di andate e ritorni, ha reso possibile i continui cambi di scenario, di quadri, di status, di climax rendendo il tutto agile e fluido, ben oliato. Tre pareti che chiudevano claustrofobicamente e manicomialmente i personaggi dentro le loro parentesi esistenziali, in questa arena-agorà, all'interno dei loro mondi senza futuro e senza speranza, compartimenti stagni impenetrabili, tre mura adornate di abbozzi e messaggi (alla mente è sovvenuto il “Moby Dick” di Latella come la versione italiana del “Copenhagen” di Frayn) che sembrano inespugnabili, carceri, fisiche e mentali, ad ingabbiare sogni e prospettive, tre pannelli solcati di segni e geroglifici, di disegni primordiali come di scritte ed incisioni dal sapore preistorico tanto da ricordare le caverne dei primi uomini sulla Terra, a rammentarci il Tempo passato e l'Eterno a venire, il complesso circuito della clessidra che tutti ci coglie, ci carezza, e alla fine ci prende.

Dicevamo tre piani letterari: l'amore tra il drammaturgo (Francesco Bonomo sempre rigoroso e di grande affidamento, anche nelle vesti di un Ponzio Pilato molto umano e dubbioso) e la giovane fanciulla (Federica Rosellini arguta e acuta), l'apparizione e la discesa (o risalita nel mondo dei vivi) del Diavolo tra i mortali, e il processo a Gesù, tre livelli a superarsi, ad incastrarsi, a sommarsi e questo grande armadio che ingloba e sputa i contendenti, che fagocita e inghiotte e li vomita nuovamente nel flusso (in questo senso il pensiero è andato alla pellicola “Essere John02_180831_guido_mencari_solomeo_il_maestro_e_margherita-190_PRESSB-770x470.jpg Malkovich”). L'affascinante Riondino è Woland, un Lucifero (molto meglio che diavolo) mefistofelico e zolfino molto Joker, faccia di cerone e labbra rossissime, claudicante come Jack lo Squartatore, portatore di luce e conoscenza, quasi un clown satanico e malvagio dalla risata isterica a sottolineare le verità che gli uomini hanno timore ad ammettere a se stessi.

La regia infarcisce le scene (non è assolutamente un difetto, anzi) di segni e rimandi tra inquietudine ed atmosfere fuligginose londinesi, fumi vulcanici misteriosi, passione e violenza: il telo rosso che ondivago racchiude il calvario del Golgota, una corda melliflua che fluttua ad indicare il mare, l'altalena che è un volo spiccato. Se Riondino è magnetico e Bonomo (tiene testa al primattore) è preparato ed esperto e la Rosellini fresca, sono da citare anche, nell'alto livello complessivo della compagnia, Alessandro Pezzali, compunto, elegante, misurato ed eccessivo allo stesso tempo, aiutante di Satana, e l'attore polacco Oskar Winiarski, icona perfetta di Jeshua. Il Dio degli uomini è il Diavolo, che rivendica: “E' anche mio il mondo”. Come dargli torto.

01_180831_guido_mencari_solomeo_il_maestro_e_margherita-826_pressb2.jpg“Il Diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini” (Karl Kraus).

“Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, riscrittura Letizia Russo, regia Andrea Baracco, con Michele Riondino nel ruolo di Woland, e Francesco Bonomo (Maestro/Ponzio Pilato), Federica Rosellini (Margherita) e con Giordano Agrusta, Carolina Balucani, Caterina Fiocchetti, Michele Nani, Alessandro Pezzali, Francesco Bolo Rossini, Diego Sepe, Oskar Winiarski, scene e costumi Marta Crisolini Malatesta, luci Simone De Angelis, musiche originali Giacomo Vezzani, fotografie Guido Mencari. Produzione Teatro Stabile dell'Umbria con il contributo speciale della Brunello Cucinelli Spa in occasione dei 40 anni di attività dell’impresa. Visto al Teatro Cucinelli, Solomeo, Perugia, il 9 settembre 2018.

Tommaso Chimenti 12/09/2018

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