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Forever Young '20 finisce in "Gloria"

RUBIERA – Nella campagna che si apre tra Modena e Reggio Emilia c'è un chiostro che si fa teatro e un teatro che è racchiuso tra colonne e volte secolari. Incute rispetto e silenzio, passeggiare lenti e l'ascolto più del brusio. Ma c'è anche la festa del sole che cade a strapiombo nel quadrato al centro che illumina e abbaglia. Nebbia, zanzare e, in alcuni periodo dell'anno, anche quell'odore acre di allevamenti che sale su dalla terra. Il contatto con la concretezza qui è fondamantale: il terreno e il materiale accanto alle nuvole e ai voli pindarici artistici. Le zolle appuntite feriscono lo sguardo che si perde in quest'orizzonte indefinito tra piccoli alberi in lontananza, in dissolvenza, che sembrano pennellate stanche ai lati della tela. Una bruma sottile scalfisce l'aria, quei colori leggermente pastellati, quel velatino che offusca opaco questa distesa di campi e trattori dove, nel mezzo, sta la Corte Ospitale. Di nome e di fatto. Lo è stata per i pellegrini fin dal Cinquecento, lo è oggi con una carrellata annuale di residenze artistiche che formano, danno sostegno e supporto a tante compagnie che hanno bisogno di tempo (qui allo stesso tempo dilatato e concentrato), di spazi per provare e per poter innescare le loro parole (tecnici e tecnologie a disposizione), di competenze per meglio entrare nel sistema senza venirne travolti.

Tra queste stanze d'intonaco scalfito ma solide e ancorate, dove il chiostro acceca per bellezza e apre il respiro, da tre edizioni, biennali, va in scena l'importante concorso teatraleIl Crepuscolo LA Gloria mail- fotografia di Leo Merati-2.jpgForever Young” che permette al gruppo vincitore (l'età media dei componenti deve essere under 35) un premio di produzione di 8.000 euro e la distribuzione a cura proprio della Corte Ospitale, centro all'avanguardia riconosciuto per professionalità, attenzione, lungimiranza. 160 le candidature arrivate, giudicate su testo, e cinque i finalisti in gara che, durante l'anno, avevano già usufruito della residenza da 15 a 20 giorni nella struttura di Rubiera dove è di casa Danio Manfredini. Una bella opportunità di visibilità. La commissione giudicante, formata da Claudia Cannella (Hystrio), Carlo Mangolini (Teatro Stabile del Veneto), Fabio Masi (Armunia), Giulia Guerra (La Corte Ospitale), Giulia Delli Santi (Teatro Pubblico Pugliese) era assente, Gilberto Santini (AMAT) e Fabio Biondi (L’Arboreto-Teatro Dimora), ha certificato la vittoria della compagnia Il Crepuscolo con il testo “La Gloria” di Fabrizio Sinisi: primo posto meritatissimo del quale parleremo più avanti.

Ma Canaglie.JPGcominciamo con “Canaglie” (di Giulia Bartolini) del gruppo CARLeALTRI divertente famiglia, parodia di tutta quella cinematografia mafiosa o para tale, che propugna e propaga i suoi (dis)valori passandoli ai figli. Brillante e frizzante la prima parte mentre nella seconda si percepisce (ma tenere il ritmo di trovate e invenzioni era oggettivamente complicato, anche per l'eccessiva durata) una stanchezza generale, e lentezza, che contrasta con i fuochi d'artificio dell'incipit. Una madre, in nero, molto Morticia o Crudelia Demon, con i suoi tre figli, il maggiore prediletto (ricorda Gomez, sempre degli Addams), la piccola finta invalida (Mercoledì?) e l'ultimo incompreso e insicuro che vorrebbe vivere una vita da onesto, il che fa rabbrividire il resto della congrega. Sembrano impomatati e borghesi e ligi alle regole, invece poco a poco si scopre la Banda del Buco, la gang de I Soliti Ignoti, furfanti da strapazzo da truffe cialtrone e ladri da quattro soldi. Hanno guanti come fossimo dentro un fumettone, tipo Banda Bassotti, Casa di Carta o Roger Rabbit, immersi in un'atmosfera in bianco e nero fumosa come una canzone di Fred Buscaglione, con l'unico intento di abbindolare gli altri e soprattutto lo Stato cattivo e malvagio e arrivare a fine mese, perché la crisi si sente anche nel loro settore. Giulia Trippetta è la Madre-Vedova nera attorno alla quale ruotano attori e drammaturgia, ed è una sintesi tra Lady D e Lady MacBeth, tra Rosanna Cancellieri e Nicoletta Braschi in “Johnny Stecchino”, tra Eva Kant e Sue Ellen, la moglie di JR in “Dallas”, tra una Bond girl e Cat woman, tra Monica Vitti e Aldo Fabrizi: diabolica, mefistofelica, tra preghiere sballate e balletti strampalati, perno di questa commedia noir ricca di rimandi e citazioni nascoste in una caccia al tesoro esorcizzante per sentirsi cittadini modello.

Ancora una famiglia, imbevuta in tutt'altro climax, immagini rarefatte tra sogno, incubo e una realtà che si perde nel tempo, che si sfibra e sfilaccia nella leggenda, inquietante e morbosa. “Born Ghost” a cura di Coppelia Theatre (regia e scene di Jlenia Biffi, drammaturgia e performer Mariasole Brusa) è tecnicamente un buon lavoro sul versante performativo e nell'uso del puppet in scena che diviene a tutti gli effetti personaggio autonomo, mentre sul lato contenutistico è una scossa, una denuncia sulla diversità e sulle dinamiche che il gruppo, il branco, la maggioranza mettono in atto, da sempre, per stigmatizzare, allontanare, emarginare chi può sembrare alieno al sistema per piccole o grandi differenze, siano esse fisiche o caratteriali. C'è da dire che una finestra e un fantasma creano immediatamente quella patina nazional-popolare che ci porta a “Psycho”. born ghost ph. M. Sini.jpgQui una bambina albina, siamo a metà del Trecento, viene in vita segregata in casa, morta vivente, perché fuori dal castello il popolo la ritiene portatrice delle più svariate sfortune. Il lenzuolo, che movimenta la Brusa (che danza, recita e manovra la testa del fantasma) dal quale emerge come la Winnie beckettiana, si trasforma in bosco e siepe, corda per saltare e sentiero da percorrere, bimbo in fasce e giaciglio-letto, scopa per pulire o mantello, pancia di donna incinta. Un teatro povero con pochi oggetti che si fa immaginifico, magico. La Brusa ci ha ricordato Marta Cuscunà mentre il puppet somiglia a Carla Fracci in un gioco, alquanto spaventoso e misterico, che rimanda al teatro delle ombre come alle maschere giapponesi, dove il non detto è molto più solido e presente dell'esibito.

Altamente politico e attuale con risvolti impregnati di contemporaneità, il testo di Fabio PisanoNotte all'italiana” che riprende quello di Horvath del 1930 e che lo scorso anno fu messo in scena da Ostermeier a Berlino. In una sorta di futuro distopico prossimo la politica è divisa in due, Repubblicani da una parte (la Sinistra) e i Sovranisti (la Destra). Una volta l'anno questa festa popolare rievoca e riporta alla mente leggerezze, vino e spensieratezze di un mondo appena trascorso. Segreto Pisano.jpegSi beve, appunto, si ascoltano canzoni frivole. I tre uomini attorno al tavolo sono divisi tra il Consigliere (Ciro Masella sempre valido e inappuntabile) e due giovani, uno rigido (Cassandra) nel perseguire i valori della Sinistra, l'altro più fluido e libertino che pensa alla politica ma non soltanto. Fuori intanto aleggiano i naziskin che minacciano di entrare. Il Consigliere ha la chioma hitleresca. Fare politica come missione o come una delle tante attività dell'esistenza? Credere fermamente o lasciarsi andare anche ai piaceri della vita e al disimpegno? Però c'è qualcosa, nella messinscena, che lievemente scricchiola, dalla scelta delle canzoni, non ad esempio Bella Ciao o qualche ballata da partigiano, ma “Ti amo” dei Ricchi e Poveri o “Sapore di mare” fino a Julio Iglesias, che non è neppure italiano, “Tuca tuca” della Carrà e “Il triangolo” di Renato Zero. Una sinistra che si è destrizzata tra aperitivi e vacanze low cost, tra social e abbigliamento trash. Non convincono appieno i ruoli femminili, troppo poco spazio concesso alle due attrici e relegate in un angolo dell'azione. Anche i due ragazzi sono più muscolari che interiori, esprimono più forza che, forse sarebbe stata necessaria, quella presa di coscienza ora di senso di colpa introspettiva poi, che avrebbe reso il plot più sussurrato e quindi, paradossalmente, più profondo e inquietante: è mancato un quid impalpabile per renderlo più credibile.

Ed eccoci ai vincitori: “La Gloria” di Fabrizio Sinisi. Il giovane Adolf, che vuole entrare senza successo nell'Accademia delle Belle Arti, si confronta con l'amico August che invece effettivamente riuscirà a passare l'esame per il Conservatorio. In mezzo a loro la loro amica Stephanie, l'ago della bilancia tra passione e calcolo, l'Arte che si lascia andare solo a chi vuole goderla e goderne senza secondi fini. Incidentalmente qui stiamo parlando di un Adolf particolare, che di cognome faceva Hitler. August è invece Kubizek, realmente esistito, che scrisse, a guerra conclusa, “Il giovane Hitler che conobbi”. Qui si parla di giovani, di sogni, di frustrazioni, di futuro, di quella Gloria che può accecare, distruggere, calpestare. E' un testo (bellissimo, strepitoso) quello di Sinisi poetico senza essere altisonante ma vanaglorioso, dove i dialoghi pungono e scorrono e lasciano in una stato d'estasi le scene come un riflesso su un lago ghiacciato, sospese e talmente tangibili da risultare quotidiane. Un linguaggio alto senza presunzione, facile all'ascolto e liberatorio ma anche colto, messo in bocca a due straordinari interpreti Alessandro Bay Rossi, sempre incisivo e naturale (da Latella a Pier Lorenzo Pisano) e Marina Occhionero (la sua presenza non passa mai inosservata) che la vedi giovane e minuta ma che quando prende la parola tutto il palco s'illumina, la voce ferma, convincente e le frasi s'aprono e tutto prende senso e si dipanano nell'aria che sembra vederle e leggerle come fumetti di fiato nella neve. Infine la regia di Mario Scandale ha puntellato con video mai didascalici ma accompagnanti queste visioni-digressioni-discussioni, ha coordinato lo spazio lasciando una libertà d'azione che, nell'artificio di attrazione e repulsione, ha esaltato corpi e intenzioni e tutto quel tra le righe che prepotente è emerso, quelle emozioni irrefrenabili tornate a galla impossibili da soffocare: una nostalgia da tagliare a fette, in un parallelo tra la fine di un'epoca, quella dell'adolescenza, e la fine di un'era, quella di Pace. Come dire che l'età adulta faccia rima, sempre, con tragedia. Battimano convintissimi.

Tommaso Chimenti 09/10/2020

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