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“Sulla Riva di un Lago”, studio da “Il Gabbiano” di Čechov, al Teatro Studio “E. Duse” di Roma: intervista all’allievo regista Luigi Siracusa

Bisogna rappresentare la vita come ci appare nei sogni, non com’è o come dovrebbe essere”: in queste poche parole, tratte da Il Gabbiano di Anton Čechov, è racchiusa l’idea di Teatro di Luigi Siracusa, l’allievo regista del II anno dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, che porterà in scena – nell’ambito del "Progetto Čechov" a cura del M° Giorgio Barberio Corsetti, nuovo direttore del Teatro di Roma – Sulla Riva di un Lago (studio da Il Gabbiano) il 2 e 3 marzo 2019 al Teatro Studio “E. Duse” di Roma.

Il tuo studio Sulla Riva di un Lago è tratto da Il Gabbiano di Čechov, una tra le opere maggiormente rappresentate del drammaturgo russo, quali sono i motivi della tua scelta?
"Il Maestro Corsetti, curatore del progetto, ci ha proposto inizialmente di lavorare sugli atti unici di Čechov, però fin da subito ho espresso il desiderio di mettere in scena Il Gabbiano, non solo perché è un testo che ho studiato e che mi ha sempre affascinato ma soprattutto poiché, in questo preciso momento della mia vita, avverto una grande aderenza tra quello che voglio comunicare e la percezione che ho di quest’opera. Mi è sembrato quindi il momento più giusto per affrontarla, contrariamente alle precedenti occasioni in cui avrei potuto farlo".

Cosa ha significato per te lavorare con il Maestro Giorgio Barberio Corsetti, un esponente così illustre del panorama teatrale italiano?
"Lavorare con Corsetti è stato estremamente stimolante. Al primo incontro, quando gli ho proposto di lavorare su Il Gabbiano, mi ha sostenuto, comprendendo da subito quanta importanza avesse per me questa scelta. Gli sono molto grato per aver acconsentito: solo un maestro, un mentore, riesce a guidarti sulla strada giusta con un tale grado di libertà. Giorgio, insieme alla professoressa Bortignoni, mi ha accompagnato in questa avventura non solo supervisionando il mio lavoro ma dandomi degli stimoli, delle scosse, che hanno spesso destabilizzato alcune delle mie convinzioni e soprattutto dando ascolto alla mia voce, al mio modo di fare teatro, aiutandomi così a perfezionarlo, a migliorarlo".

In che modo hai reinterpretato l’opera di Čechov?
"La mia idea è sempre stata molto chiara: ciò che mi premeva raccontare non era il pentagono amoroso tra i personaggi ma il loro rapporto con l’arte, di come questa abbia distrutto le loro vite. I loro fallimenti personali, le relazioni incompiute, sono soprattutto conseguenza di un mestiere che è diverso dagli altri, un mestiere nel quale non c’è discontinuità tra la vita dentro e fuori la scena. Molti personaggi comprendono che l’unico modo per andare avanti è sopportare, resistere come Nina. Ma quando un sogno si tramuta in delusione c’è anche un’altra strada, quella della resa, scelta da Kostja che decide infine di morire. Questa morte però la considero come un atto di libertà che il personaggio compie perché capisce che non c’è vita senza l’arte e gli affetti".

Cos’è per te la libertà, nell’arte e nella vita?
"Per me il Teatro è libertà: è raccontare seguendo un istinto, un punto di vista, ed ogni volta che non mi sento libero non riesco a farlo. Questa è una delle cose che ho capito in questi anni di sacrifici: il Teatro è dare corpo e voce all’immaginazione ed è questo per me il senso della libertà".

Quale è stata la difficoltà più grande che hai incontrato nel confrontarti con l’opera originale?
"Una difficoltà iniziale è stata disegnare lo spazio in cui avrebbero agito i personaggi, poiché per me la regia parte proprio da quello. La prima cosa che dovrebbe fare un regista è costruire un luogo dove i personaggi possano prendere vita ed in questo caso quel luogo è il lago. C’è stato anche un incontro di sintesi sul testo: oltre a sciogliere un po’ il linguaggio, ho lavorato, insieme al drammaturgo Michele Mazzone, su alcuni tagli al testo così da portare in scena solo i personaggi che ritenevo giusti per rappresentare ciò che mi premeva comunicare".

E cos’è per te la regia? Che rapporto instauri con i tuoi attori?
"Questo è un tema abbastanza complesso. Il secolo scorso è stato quello del teatro di regia, mentre oggi questa sensibilità è mutata. Io credo nella regia però credo anche che ogni spettacolo sia un mondo a sé. Il Teatro è un luogo di incontro ed ogni volta, in questo incontro, si stabiliscono delle regole diverse: ci sono dei testi che richiedono una forte presenza della regia ed altri in cui questa funziona meglio se invisibile. Uno degli aspetti positivi di essere in un percorso di formazione è anche avere la possibilità di lasciar parlare i testi, di far si che siano loro a comunicarci che tipo di regia realizzare. In questo studio ho optato per una regia invisibile, che dà valore ad uno spazio scenico in cui le vite agiscono in totale semplicità, sintesi ed astrazione, senza fronzoli né strutture. C’è solo un’umanità che parla ad un’altra, al pubblico che ascolta, partecipa e vive lo spettacolo. C’è comunque tanto di me nel testo, così come degli interpreti che spingo sempre ad essere autori dei loro personaggi".

Čechov scrisse che “non si enunciano pensieri profondi tutti i giorni e a getto continuo. No, quasi sempre nella vita si mangia, si beve, si fa l’amore, si dicono delle sciocchezze. È tutto questo che si deve vedere sul palcoscenico […] bisogna lasciare la vita qual è, gli uomini quali sono, seri, veri e non gonfi di retorica”. L’autore russo intendeva quindi liberare il Teatro da tutti i suoi schemi e rappresentare sul palco la vita stessa. Condividi la sua visione del Teatro? Cosa rappresenta per te?
"Credo che ci sia una frase del testo che possa esprimere il mio pensiero: Kostja dice che “bisogna rappresentare la vita come ci appare nei sogni, non com’è o come dovrebbe essere”. Non mi è mai piaciuta la rappresentazione realistica della vita, perché per me il teatro è l’unico luogo dove possiamo ancora sognare, è una bolla protetta. È chiaro che i personaggi agiscono in modo concreto, sono pur sempre uomini e donne con una loro vita, ma voglio che agiscano in uno spazio che non sia reale ma di sogno. Il Teatro è però anche un momento di riflessione, di confronto e credo che sia fondamentale trovare un modo per renderlo (così come l’arte in generale) necessario alle tante persone che non lo sentono come un bisogno".

Chi vorresti vedere seduto in platea e quali sono i tuoi progetti per il futuro?
"Mi piacerebbe vedere le persone che ho incontrato in questi anni di studi, coloro con i quali mi sono confrontato, i maestri, i colleghi, gli amici.
Di progetti per il futuro ce ne sono sempre tanti, la testa è sempre piena di immaginazione: chiaramente ciò che spero è di continuare a fare teatro, sia in questo luogo protetto – l’Accademia che ho tanto sognato – che al di fuori."

Sulla Riva di un Lago, studio da Il Gabbiano di Anton Čechov, è diretto dall’allievo regista Luigi Siracusa (con adattamento di Michele Mazzone e Luigi Siracusa), con Zoe Zolferino e gli allievi attori del II anno del Corso di Recitazione dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” Cecilia Bertozzi, Lorenzo Ciambrelli, Carlotta Gamba, Michele Enrico Montesano, Diego Parlanti, Caterina Rossi e Giovanni Scanu. Le musiche originali sono composte ed eseguite dal vivo da Luca Nostro.

Silvia Piccoli 28/02/2019

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