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Recensito incontra Viola Graziosi protagonista di "Penthy Sur La Bande" al Teatro i di Milano

Fino al 18 febbraio al Teatro i di Milano il classico si fonde al contemporaneo, Penthesilea diventa Penthy Sur La Bande, una versione sonora della tragedia di Heinrich von Kleist, un gioco tra il suono e la parola, tra l'amore e l'odio. Unica interprete, Viola Graziosi che Recensito ha incontrato.

Interpreti una “marionetta sonora” che ripete incessantemente la medesima azione. Spiegaci come hai dato corpo e voce a questa nuova Pentesilea. 

Il regista dello spettacolo, Renzo Martinelli, mi ha condotto passo dopo passo in questo lavoro entusiasmante dove corpo e voce, essendo quelli di una “marionetta”, non sono organici, non sono così organizzati. La difficoltà e al tempo stesso l’opportunità di questo lavoro è stata proprio quella di dissociare le cose, slegarle, e di creare regole e codici interpretativi diversi, che non hanno del tutto a che fare con l’umanità e che richiamano in qualche modo proprio quelli di cui parla Penthy. È bello avventurarsi in un terreno sconosciuto, dove non ho potuto nè dovuto fare appello al mio “sapere attoriale”, cercando di mettermi al servizio di un’esperienza di ricerca di linguaggi dove il tutto si fa racconto, interpretazione e io sono al tempo stesso Penthy marionetta, Achille, il coro delle voci e anche il burattinaio.

Quali sono le differenze tra la “tua” Penthy e la Pentesiela di Kleist?

Nella Pentesilea di Kleist avviene il dramma, un dramma definito spesso irrappresentabile. Nella nostra Penthy invece non avviene nulla siamo nel “post-drammatico”, tutto è già avvenuto o forse no. Da un lato si potrebbe dire che è quasi un sequel della Pentesilea di Kleist, ritroviamo Penthy diventata marionetta secoli dopo il dramma, che tenta di risalire, analizzare, giustificare la stessa azione nella sua testa e il che equivale in qualche modo a compierla di nuovo. E mentre in Kleist siamo nel tempo del mito, qui ci troviamo nella nostra contemporaneità, ci rapportiamo alla storia recente, in cui “la striscia” del titolo è forse la striscia di Gaza, “il limite” può essere quello della ragione non solo personale, ma anche la ragion di stato, “il filo” quello del funambolo che tenta di mantenere un equilibrio rischiando la caduta. Per questo abbiamo lasciato il titolo in francese, perché Penthy sur la bandevuol dire tutto questo. Sappiamo anche che Kleist, ossessionato dall’amore romantico, si è suicidato con la sua amante sparandosi entrambi un colpo di pistola alla testa per rendere immortale il loro amore. Forse qui ci troviamo in una condizione che riporta la vicenda in uno spazio dove il tempo gira e la terra si mette a piangere.

Il testo di Magali Mougel viene riproposto in forma sonora. Hai lavorato per richiamare lo spettatore più all’ascolto che alla rappresentazione? 

Proprio perché non c’è azione esteriore, azione del dramma, una delle parole chiave del testo è “immagina”¸il pubblico è chiamato a immaginare l’azione stimolando i propri sensi, uno per uno, l’ascolto prima di tutto, la vista, il sapore, l’odore, il tatto. Però tutto ciò passa attraverso il suono a livello sia prettamente sonoro (per esempio dei rumori), sia attraverso le parole che rievocano suoni, sensazioni, immagini e sapori. Il percorso che propone la Mougel è molto ricco in questo senso. Io sono comunque fisicamente in scena quindi c’è anche un corpo sonoro, un corpo che sente, ri-sente e questa è rappresentazione, teatro.

Come ti sei trovata con la tecnica dell’olofonia? È il tuo primo approccio? 

È la seconda volta che lavoro con la strumentazione olofonica, che amo particolarmente perché si tratta di microfoni ultrasensibili che sono come due orecchie e riproducono il suono in 3D, nello spazio. La scelta dell’olofonia è chiaramente di tipo drammaturgico, permette di lavorare con le distanze spazio temporali e con la moltiplicazione di suoni. I suoni live e quelli registrati si fondono in un’unica partitura. Gli spettatori sono dotati di una speciale cuffia e io ho la possibilità di entrare in un rapporto molto intimo con ciascuno di loro, perché mi introduco nell’incavo dell’orecchio. Da una parte mi viene da dire che anche in questo caso si supera una linea di demarcazione, una striscia che solitamente separa il palcoscenico dalla platea, quella distanza. Dall’altra parte lo spettatore vive un’esperienza immersiva e singolare…nel tempo dello spettacolo sarà difficile pensare ad altro!

Hai debuttato a 16 anni con una commedia di Turgenev, alternando, da allora,  il classico al contemporaneo: con quale dei due generi ti senti più a “casa”? 

Ho iniziato con Turgenev e poi con Shakespeare interpretando Ofelia nell’Amleto con la regia di Carlo Cecchi. Chiaramente non era un Amleto “classico” recitato come nel 500. Eravamo in abiti moderni, la traduzione di Cesare Garboli restituiva questa immediatezza anche nel linguaggio. Per Cecchi che posso definire il mio Maestro, quello della mia prima formazione (e non solo per lui ovviamente ), il teatro esiste solo qui e ora. Il testo è un pretesto per conoscere l’uomo nel momento presente, quindi potremmo dire che classico e contemporaneo sono un unico tempo. Possono cambiare i linguaggi e le forme, ma si tratta solo degli involucri esteriori, quello che c’e dentro, l’essenza del lavoro non cambia. Nel “fare” teatro amo entrambi i generi, amo tanto i versi e la lingua più classica, che dei ritmi magari più contemporanei, con immagini e contesto più vicini a noi, e credo che alternarli sia la cosa più bella. Però ripeto per me non c’è differenza. E’ come quando si dice che un cantante lavora sugli acuti e sviluppa i gravi e viceversa. Io credo che sia fondamentale per un attore poter ampliare il più possibile la gamma delle sue possibilità, per tornare al paragone con la musica è un po’ come parlare di estensione vocale.

Di recente hai recitato al teatro di Siracusa: molti tuoi colleghi lo descrivono come un luogo emozionante e senza tempo. Tu cosa hai provato? 

Non posso che confermare: è un luogo unico e per un attore credo sia la massima aspirazione. La sensazione che danno quelle pietre è indescrivibile e non si può paragonare a nient’altro. Il silenzio di 6000 persone che ti guardano, l’esperienza condivisa di testi così antichi e che risuonano così tanto in noi, la sensazione che nulla iinizi e finisca lì dove siamo, ma che siamo parte di un tutto. E sono felice perché quest’anno tornerò al Teatro Greco di Siracusa per interpretare Elena di Troia nelle Troiane di Euripide, con la regia di Muriel Mayette.

Durante la tua carriera, ti sei dedicata al cinema, lavorando con Cristina Comencini e Pupi Avati, e alla fiction, con  Distretto di polizia e A un passo dal cielo, solo per citarne alcune. Se dovessi scegliere fra teatro, cinema e tv, cosa prediligeresti? 

Anche qui come prima direi che in qualche modo per me è la stessa cosa. Ovvio, cambiano molto le forme di comunicazione, i mezzi utilizzati, l’uso della voce e del corpo. In teatro è necessario ingrandire tutto, si va verso lo spettatore, mentre la macchina da prese viene verso di te e ti legge dentro. Bisogna lasciarsi guardare, disporsi. La famosa “Action” del cinema passa dagli occhi. In teatro gli occhi quasi non si vedono, eppure sono fondamentali anche lì. A ogni modo dentro noi stessi il lavoro non cambia, l’indagine sta nella possibilità di mettere in atto un corpo sensibile nel momento presente. Come dice Artaud, l’attore è un atleta del cuore. Questo richiede un allenamento costante. E tutte le possibilità che ci sono offerte sono preziose. La cosa a cui stare attenti per me è l’eccessiva meccanicità delle cose, quando ci adagiano un po’ troppo. Quando vince la pigrizia. Come dice Peter Brook <<Il diavolo è la noia>>, in teatro o davanti a una macchina da presa. Allora ancora una volta l’alternanza è un privilegio perché mantiene svegli e all’erta. 

Tu sei figlia di Paolo Graziosi, che ha dedicato una vita al teatro. Quali sono gli insegnamenti di tuo padre di cui hai fatto tesoro in questi anni? 

Mio padre è un grande attore, da una parte esuberante, dall’altra schivo e di poche parole. È un uomo che ha dedicato la vita al teatro e questo l’ho sicuramente ereditato da lui. Alcuni la chiamano malattia, altri vocazione. Per me fare l’attore o l’attrice vale la pena solo se davvero non se ne può fare a meno. Se no ci sono tante altre strade molto più gratificanti perché la nostra “lotta” è costante, non si arriva mai, non ci si può mai adagiare in una zona di comfort, perché lí la macchina non suonerebbe più. Papà mi ha insegnato questo. Senza troppe parole, senza teorie, nei fatti. Il mestiere dell’attore è un’azione di Vita. Lui ha sempre ricercato questo più che il successo, la visibilità che oggi vanno così di moda. Prima queste erano conseguenze di altro, oggi non è sempre così, ma non possiamo che rapportarci a quello che è!


Sei legata a doppio filo con la Francia: hai conseguito la laurea in studi teatrali alla Sorbona, lavorando lì come attrice. Cosa pensi del teatro francese? E del cinema, che ormai da anni, è un punto di riferimento mondiale? 

Oltre alla laurea magistrale in studi teatrali che ho preso portandomi quintali di libri in tournée, a Parigi mi sono diplomata al Conservatoire d’Art Dramatique che è una delle scuole di teatro più importanti che ci sono in Europa. Ne vado molto fiera perché il concorso è difficilissimo e io sono arrivata lì perché puntavo al massimo e volevo arrivarci con le mie gambe. Quando sei figlio d’arte sembra sempre che le cose ti cadano dall’alto, che tu abbia tutto sotto mano o che tutto il tuo essere o il tuo fare sia dovuto al genitore. Non è così e io avevo bisogno di dimostrare innanzitutto a me stessa che valevo qualcosa anche in un luogo dove non ero figlia di nessuno e l’asticella era molto alta. Certo ho potuto farlo perché sono bilingue. Il teatro francese è ricco, vario, non vive delle dinamiche del nome televisivo, sempre più presenti da noi. Forse i francesi sono un po’ più freddi ma la cosa bella che ho respirato lì è che mettono la cultura al primo posto. Loro valorizzano tantissimo il loro patrimonio artistico e culturale, puntando all’eccellenza, e il teatro è un luogo di confronto fondamentale, classico o contemporaneo che sia. Dal punto di vista cinematografico poi stanno facendo passi da gigante e spero che presto mi arrivi da lì una bella proposta! 

Elisa Sciuto  15/02/2019

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