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“Pietro Pan. Le avventure di un perdigiorno”. Prima della prima, Recensito incontra il protagonista – che voleva fare la rock star - Nicola Pecci

Debutta il 31 marzo, al Teatro Rifredi di Firenze, “Pietro Pan. Le avventure di un perdigiorno”, la vicenda di un musicista 45enne che pensa di essere il più grande talento incompreso della musica di tutti i tempi la cui esistenza, arrabbiata e rassegnata, sembra solo attendere quell’inaspettata svolta. Abbiamo incontrato Nicola Pecci che vestirà proprio i panni di Pietro Pandolfi, l’uomo «incapace di badare a se stesso, un vagabondo inutile», colui che «se ne sta lì e aspetta la solita manna dal cielo» come narra la voce fuori campo nel trailer dello spettacolo. La “ventata d’aria fresca” ha sedici anni e si chiama Lana, l’adolescente ribelle e anticonformista interpretata da Gaia Bigiotti. L’attore e cantante pratese, senza svelarci troppo, ci racconta come è nata la voglia di portare in scena una storia «al limite», quali sono i modelli che hanno ispirato un personaggio in cui ritrova molte tracce di se stesso e perché, nelle sue rappresentazioni, inserisce sempre una componente alla drammaturgia, la musica. Lasciamo la parola al Pecci-Pan in attesa di assistere allo spettacolo che vedrà anche la partecipazione di Alessandro Riccio e dello stesso regista Francesco Franzosi, oltre che le voci di Lucia Poli, Sergio Forconi e Monica Bauco.

Parliamo della genesi di questo nuovo spettacolo. Qual è l’idea da cui è nato “Pietro Pan le avventure di un perdigiorno” e quali sono, in generale, le sue caratteristiche?pecci2
“Pietro Pan parte un po’ dal complesso di Peter Pan. Al centro dello spettacolo, un personaggio ben preciso: un musicista di 45 anni che pensa di essere un grandissimo talento incompreso, il più grande talento incompreso della musica. Ha un certo rancore nei confronti di quelle aspettative che poi sono risultate vane, per questo si porrà sempre in maniera presuntuosa e megalomane, pensando di essere veramente una specie di supereroe. Credo che in Italia il complesso di Peter Pan sia un argomento che riguarda – e forse interessa – molti. È in questo senso che va avanti la nostra storia, una storia per certi versi intima e personale ma che tende a un’universalità. Lo spettatore può sempre ritrovarsi in un preciso modo di vedere le cose anche solo rivisitando quello che passa dall’attore. Questo aspetto del riconoscere e riconoscersi in determinati elementi, passa anche attraverso il linguaggio con il quale i due protagonisti principali -Pietro e Lana- andranno a esprimersi. Abbiamo voluto, al di là della vicenda, raccontare qualcosa in maniera spontanea e, quanto più possibile, vera”.

«Se solo potessi, potrei volare. Vi regalerò sempre qualche scampolo del mio inutile tempo a disposizione». Avete fatto un trailer dello spettacolo da cui emerge un certo profilo del protagonista e quello che – sembrerebbe- essere il suo approccio al mondo. Chi è Pietro Pandolfi, ovvero Pietro Pan?
“Pietro Pan è un uomo che ha una visione molto pessimistica della vita. In alcuni momenti penserà addirittura di essere qualcosa di diverso, di avere un’età diversa. Ma qui l’unica vera adolescente è Lana. Lei ha 16 anni, lui ne ha 45. Nonostante questa differenza di età sembrano dirsi ogni volta «cerchiamo di vivere il momento e basta». E sono in atteggiamenti di questo tipo che si ritrova tutto quel lato un po’ “infantile” di un personaggio che però, anagraficamente, è adulto. Un aspetto, questo, che trovo interessante tanto sul palcoscenico quanto nella vita reale; si dovrebbe sempre mantenere viva quella parte più innocente, ma anche più istintiva, di noi. Poi certo ci sono le responsabilità, ma con Pietro parliamo del qui e adesso. Il futuro per lui non esiste: nel momento in cui si “manifesta”, è già diventato presente. Ha delle aspettative malate che lui stesso reputa “stupide”. È molto negativo nei confronti di chi si organizza la vita e cerca di prefiggersi fin troppi obiettivi. Mi rendo conto che il suo pensiero sia estremo e assolutamente discutibile, però è questo che in qualche modo lo definisce davvero”.

«Sono incapace di badare a me stesso, sono un vagabondo inutile» dice ancora nel trailer. Questa sua ostinata consapevolezza mi ha fatto venire in mente un personaggio della letteratura russa. Anche l’Oblomov raccontato da Gončarov è un personaggio pervaso da un senso di immobilità, staticità e apatia, le cui gesta rimangono come incompiute fino a che non arriva qualcuno in grado di scavare a fondo la sua coscienza. Parliamo dunque di Lana. Quali sono le sue peculiarità?
“La svolta, nella storia, avviene molto grazie all’incontro con questa ragazzina. Lana ha 16 anni e decide di partire con un uomo di 45 anni senza dire niente a nessuno. Qualsiasi cosa ti succede a quell’età, ti stravolge la vita. Più difficile è cambiare un 45enne consolidato. Ma è proprio grazie a lei se qualcosa si “muove” o semplicemente evolve in qualcosa di diverso, come in un grande sogno. È lei quella che, usando metodi più o meno leciti, lo salva tutte le volte. Il cambiamento di Pietro Pan avverrà proprio grazie a questa figura e al viaggio, improbabile e proibito, che andranno a intraprendere. Uso volutamente questi aggettivi per descrivere alcuni dei loro gesti perché, non ce lo dimentichiamo, tra loro ci sono circa trent’anni di differenza. Tanti mi dicevano: ma non sarebbe stato meglio se Lana avesse avuto almeno 17 anni e mezzo? No, proprio perché l’intento era quella di creare nello spettatore un disagio iniziale, un qualcosa che fosse “al limite”. Se in teatro non si osa, dov’è che possiamo farlo? Il compromesso è stato 16 perché, a livello legale, se sei consenziente, puoi anche avere una storia d’amore o, comunque, un rapporto profondo come quello che nascerà tra i due protagonisti. Ribelle e anticonformista, Lana rappresenta la purezza attraverso cui Pietro Pan potrà liberarsi dai demoni che lo offuscano. È -e sarà- una donna fortissima, non come lui, lui è solo incazzato col mondo”.

pecci3Quanto Pietro Pan c’è in Nicola Pecci e quanto Nicola Pecci, invece, in Pietro Pan?
“In Pietro Pan c’è molto Nicola Pecci e c’è proprio quando il personaggio inizia a mettersi a nudo; è innegabile, poi, che io pensi di essere il più grande talento incompreso! (ride) Il personaggio che interpreto, però, è molto più estremo di me. In molti credono che sia una persona apparentemente in pace con me stesso, solare, privo di problemi e questo è un po’ il mio grande bluff. Vorrei veramente essere un po’ più estremo, un po’ più Pietro Pan. Purtroppo sono come una bilancia e quindi tendo sempre a cercare un equilibrio. La mia è più una proiezione verso un’esasperazione, un’esagerazione, verso uno stile di vita ancora più esagerato. Per il resto è una storia completamente inventata. Ho sofferto molto per la mia mancata entrata a tutti gli effetti nel mondo discografico italiano. Certo, ci sono stati dei dischi e ho fatto anche delle cose molto belle, come la canzone con Stefano Bollani o il duetto con Piero Pelù. Nonostante la mia formazione sia da attore –ho avuto la fortuna di fare la Bottega Teatrale di Gassman - io volevo fare la rock star. Oggi ho travato un modo per mettere insieme tutto quello che sono diventato, il giusto compromesso tra i miei due più grandi amori: il teatro e la musica. Le canzoni diventano necessarie alla drammaturgia, spesso proprio nel senso di un approfondimento anche psicologico del personaggio che sente la necessità di esprimersi secondo certe modalità. Questo è il tipo di teatro che mi interessa e che penso di poter far meglio”.

Da sempre porti avanti anche la passione per il cantautorato italiano, celebrandolo attraverso la tua voce. Luigi Tenco, il «tipo impossibile, con un carattere acre, quasi rancido» (come lo definì un giornalista negli anni sessanta), sembra rappresentare per te il modello insuperabile. Un interessante confronto potrebbe essere quello tra il tuo mito e il tuo personaggio, che in comune hanno proprio la musica e l’insofferenza alla vita.
“Sandro Ciotti chiese una volta a Tenco: “ma perché lei scrive sempre canzoni così tristi? E lui gli rispose: “perché quando sono felice, esco”. Evidentemente per lui, come anche me, lo scrivere è una cura, evita di spendere soldi dallo psicologo. Tenco per me è e resta il più grande. “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare” scrive negli Sessanta quando la tendenza era ancora rivolta all’orpello, all’effimero delle canzonette. Estrema è anche la sua fine, il suo atteggiamento nei confronti di una sconfitta, estrema la sua presunzione. Eccola la componente infantile che muove anche il mio Pietro Pan. Un adulto con tutto il vissuto, la sua esperienza, con le donne, gli amori, che per natura continua a mantenere vivi alcuni aspetti più immaturi. La vita così ha un altro sapore e sarà diversa da quella di un bambino, di un adolescente proprio nel suo essere adulto con queste caratteristiche. Questi personaggi - un altro è Kurt Cobain – mi interessano tantissimo, molto di più di quelli che hanno già un sacco di certezze. Tenco fa parte dello spettacolo in questo senso. Pietro Pan è solo un po’ più grande d’età. Il suo rancore nasce da un amore molto forte, da un “io vi amo / vi amo ma vi odio però / vi amo tutti/ è bello è brutto io non lo so” alla Baustelle, ecco. Un altro riferimento poi, è la beat generation, quell’approccio alle cose per cui non condivido certe regole, ma non faccio niente per cambiarle perché penso sia inutile. È come se di fondo ci fosse una consapevolezza, quella che si nasce sconfitti, quindi l’unica possibilità che hai è vivere il presente”.

Laura Sciortino 29/03/2017

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