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Recensito incontra il giovane regista Lorenzo Collalti

Ricordi di un inverno inatteso” è l’opera del giovane regista romano Lorenzo Collalti, saggio di diploma all’Accademia Nazionale d’arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma. Uno spettacolo in bilico tra la realtà, il sogno e la fantasia, popolata da personaggi bizzarri, fuori dal comune, ma puri e veri. Lo spettacolo è in scena al Teatro Eleonora Duse di Roma fino al 17 novembre, noi di Recensito abbiamo incontrato Collalti e abbiamo approfondito con lui la nascita e lo sviluppo della sua opera.

Com’è nato il tuo saggio di diploma “Ricordi di un inverno inatteso”?001collalti
“L’ispirazione è nata da un sogno che feci parecchio tempo fa e che aveva una trama folle ma chiara. Da quel momento in poi ho cominciato a sviluppare un testo, perché credevo che questo sogno rappresentasse e fosse il frutto di tante suggestioni che avevo rielaborato inconsapevolmente e che potevano diventare un racconto spendibile per un pubblico. Ovviamente è stato il punto di partenza per poter sviluppare diversi pensieri e rielaborarli in uno spettacolo che avesse senso innanzitutto dal punto di vista drammaturgico. Lo spettacolo è una fiaba, è una storia che ha tante chiavi di lettura e ogni spettatore può essere libero di interpretarla”.

Perché hai voluto scrivere questo testo, cosa vuoi comunicare?
“Durante i miei anni in Accademia ho scoperto una passione per la scrittura che mi ha dato la possibilità di crescere come regista. Il saggio di diploma, che rappresenta un manifesto, volevo che coronasse un percorso, e visto che anche la scrittura è stata qualcosa di importante, volevo che il testo fosse scritto da me. Non mi piace mettere in scena uno spettacolo con una morale, io non ho una verità dogmatica, anzi ho tantissimi dubbi e nessuna certezza. Mi concentro sul racconto di una storia e non voglio imporre a nessuno un’interpretazione, ma lascio libertà. Volevo comunicare qualcosa a tutti e non solo agli addetti ai lavori, perché per me il teatro è per tutti”.

Parli di un mondo nuovo, in cui si ritrova un giovane artista che percorre un itinerario alla ricerca dell’ispirazione. Hai tratto spunto dal tuo percorso, dalla tua storia artistica? Quanto c’è di te all’interno dell’opera?
“Un grande poeta francese diceva “io lavoro su di me ma non lavoro per me”, ecco di sicuro c’è tanto di me in quest’opera, ma scrivere un testo teatrale o dipingere un’opera d’arte figurativa non vuol dire necessariamente compiere un atto di egocentrismo, narcisismo. Il percorso che fa il protagonista per certi versi è legato alla mia vita, ma come lo sono tante storie o vicende che ho vissuto, che ho letto che mi hanno colpito e che ho rielaborato. Mi piace, quando vado a teatro, vedere un mondo sospeso dalla realtà, surreale, tra la realtà e il sogno. Arcadia rappresenta un mondo infinitamente specifico ma anche una società come quella attuale. Il pittore è l’artista, ma è anche l’individuo comune della società, è un personaggio nel quale ci si può identificare”.

Qual è, secondo te, la sensazione che scaturisce dalla tua drammaturgia?
“In questi giorni ho assisto allo spettacolo da spettatore. Essendo un mio testo è difficile essere distaccato, però credo che dall’esterno la sensazione, da un punto di vista drammaturgico, sia che questo mondo sembra appartenere a un delirio (che spero abbia un senso), che però possa essere compreso, per via dei continui riferimenti all’assurdo, al sogno, all’irrazionale. Nell’apparente incoerenza ha la sua effettiva coerenza. Spero che il pubblico possa apprezzare un mondo infinitamente diverso, ma che alla fine è il nostro mondo. Credo che a teatro si lavori al fine di far comprendere al pubblico tutto, ma che poi ci sia una piccola parte che regista e attori elaborano e che il pubblico non deve scoprire. Per me questa è l’arte”.

Questo lavoro, come detto, è interamente scritto da te. Quanto il lavoro in prova modifica la drammaturgia?
“In questo caso non ha modificato la drammaturgia. Ovviamente possono cambiare le battute non più di quanto succeda con un testo di un autore classico; si cerca sempre di rispettare il testo, perché è giusto darsi delle regole a teatro, senza la disciplina non c’è teatro, perché il teatro è un gioco e senza regole non c’è gioco. Rispettare il testo è importante anche se è una nuova drammaturgia, ovviamente non sarà un colosso di marmo che ti mette in soggezione, come l’Amleto ad esempio, però il testo ha una sua precisa idea registica”.

002collaltiCome hai lavorato con gli attori, sicuramente tutti molto diversi tra loro?
“L’importante per me è creare un gruppo. Uno degli avvertimenti più rigidi che ho dato loro è stato: “questa è una barca dove se remiamo tutti insieme andiamo veloce, se uno non lo fa è zavorra”. Creare un gruppo coeso e che voglia sostenersi è l’aspetto più importante, perché non è facile trovare il giusto equilibrio. Se ci sono invidie è difficile, se ci si sostiene è meglio, un cervello che lavora serenamente riesce a fare cose straordinarie, non credo nei regni del terrore. Spesso e volentieri, quando ci sono tanti cervelli che propongono delle idee, il ruolo del regista diventa quello di un garante all’interno di un brainstorming interessante. Questo spettacolo è scritto e diretto da me, però senza tutto il sostegno di questi attori straordinari, probabilmente sarebbe stato un altro spettacolo, secondo me non così bello, ma un altro”.

L’aspetto più interessante dell’opera è la forza del binomio realtà-fantasia e, forse, la paura del giovane protagonista di vivere in un mondo fatto di contraddizioni visibili. Probabilmente solo la fantasia e il potere dell’immaginazione ci salveranno. Che ne pensi?
“Il testo va in questa direzione. Il binomio realtà-immaginazione significa accettare aspetti che non piacciono all’uomo. In questo testo si parla anche di guerra, totalitarismi, di condanna a morte e della malattia, e ancora di tanti aspetti che fanno parte della vita. A volte però diventano - in una sorta di chiave dostoevskiana - un espediente per trovare lo slancio. Tutti i personaggi di Arcadia sono talmente folli da sembrare grotteschi, ma sono personaggi che hanno subito una dose così profonda di realtà, da diventare personaggi fuori dalla realtà. Il testo è un elogio all’immaginazione, al sogno e a tutto ciò che non è spiegabile, ma non per questo è da disprezzare. Tra le varie chiavi di lettura c’è la mia critica alla società occidentale che dimentica l’aspetto emotivo dell’uomo, perché la verità è che conosciamo anche attraverso le emozioni. C’è una componente animale che l’essere umano dimentica, le sue emozioni”.

Con “Ricordi di un inverno inatteso” concludi il tuo percorso all’Accademia d’arte Drammatica Silvio d’Amico. Quali sono i tuoi progetti futuri?
“Porterò in giro lo spettacolo, in Italia e all’estero, perché penso sia molto importante da un punto di vista formativo. Un po’ di tempo fa ho letto un articolo inglese, un sondaggio sui Paesi che valorizzano la cultura e i giovani, la Germania era la prima, l’Italia la trentasettesima, dopo il Malawi e lo Zimbabwe... ecco diciamo che ci proverò”.

Serena Antinucci 14/11/2016

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