Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Notturno di donna con ospiti: intervista al regista Mario Scandale

Dal 5 al 12 marzo è andato in scena al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma Notturno di Donna con ospiti, di Annibale Ruccello. Si tratta del saggio di diploma di Mario Scandale, allievo regista dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica "Silvio d’Amico". Abbiamo incontrato Scandale che ci ha raccontato il retroscena di uno spettacolo che, grazie al lavoro sul personaggio principale e a una grande potenza visiva, lascia il segno nello spettatore.

Un giovane autore morto tragicamente a trent’anni, estremamente prolifico e dotato di uno sguardo antropologico. Come in Notturno di donna con ospiti, amava partire dalla quotidianità per individuare un personale senso del tragico. Chi era, per te, Annibale Ruccello?

Quando si sceglie di lavorare con un autore, succede che per un periodo lo vivi in un modo molto personale, lo vedi per strada, ci parli. Ho un’idea chiarissima su Ruccello: credo sia stato un ragazzo di una potenza e un’energia enormi. Ho parlato molto con Carlo De Nonno, suo cugino (curatore delle musiche dei suoi spettacoli, ndr), che faceva parte della compagnia Il Carro, con cui Ruccello ha iniziato la sua carriera. Mi ha raccontato che, prima dei suoi spettacoli, correva per il Teatro Nuovo di Napoli dando gli ultimi suggerimenti con l’ansia di un ventenne. Totale5Lavorando in Accademia su Pasolini alcuni anni fa, mi capitò una cosa bellissima: sua cugina, Graziella Chiarcossi, mi fece toccare con mano i suoi scritti, tra cui la prima stesura di Orgia. A casa di De Nonno è successo qualcosa di simile: ho ascoltato le tracce composte per Notturno di donna con ospiti. Ruccello, come Pasolini, ha colto lo snaturamento della società, in particolare di quella partenopea a seguito del terremoto del 1980. Dopo il sisma, interi rioni furono trasferiti fuori dalla città, provocando uno smarrimento diffuso nella popolazione coinvolta. La televisione, in quegli anni, contribuì ad isolare le persone. Dal punto di vista antropologico, quindi, come Pasolini, Ruccello cercava nel rito quotidiano la natura più profonda del motivo per cui siamo al mondo. Il poeta friulano non riuscì a trovarlo, Ruccello non ne ebbe il tempo. A proposito della sua energia, racconto un aneddoto: Weekend è un testo che scrisse in due giorni per Barbara Valmorin, proprio nel weekend in cui fu ospite a casa dell’attrice. Un’opera messa in scena ancora oggi, dopo trent’anni.

Dirigi in scena il maestro Arturo Cirillo: immagino si sia trattato di una grande responsabilità, dato che per anni ha interpretato e diretto alcuni testi di Ruccello. Puoi parlarci della vostra collaborazione?

Per questa regia ci voleva un attore di grande talento, con una sensibilità drammaturgica e autoriale, che capisse anche la mia sensibilità. Arturo è uno degli uomini più generosi che abbia conosciuto. É stato prima un mio maestro, poi sono diventato il suo assistente, per due mesi, infine sono stato il suo regista e lui il mio attore. Questi tre livelli si basano su un equilibrio di rispetto e di stima reciproca. Mi ha aspettato nei momenti di crisi, avendo molta pazienza – tra noi ci sono vent’anni di esperienza e mestiere – e poi mi ha supportato nelle occasioni in cui, forse, avevo la giusta intuizione. Se non avesse accettato il ruolo di Adriana, probabilmente questo progetto sarebbe stato molto difficile da realizzare.

Hai messo in scena La famiglia Schroffenstein di Kleist, che hai definito “un dramma più violento di Romeo e Giulietta”. Adesso, con Notturno di donna con ospiti di Annibale Ruccello, al posto della distruzione fisica siamo di fronte a un massacro psicologico. Puoi raccontarci il tuo percorso accademico, magari partendo dalle tue ossessioni?

Il primo, piccolo, lavoro a porte chiuse è stato l’esame di passaggio alla fine del primo anno. Si trattò de La stanza di Harold Pinter, e non lo scelsi direttamente. Pensavo di non riuscire a sostenerlo, invece siamo riusciti a trovare un compromesso tra la mia immaturità registica e quello che poi fu messo in scena. Il testo di Ruccello ha molto a che fare, ad esempio, con Il Compleanno di Pinter (Notturno di donna con Ospiti si svolge proprio il giorno del compleanno della protagonista, ndr): anche lì ci sono scene corali e non si capisce per quale motivo gli ospiti siano lì. Dopo il secondo anno, ho messo in scena Orgia di Pasolini. Fu una fatica pazzesca, perché si tratta di una materia violenta che ti logora. I circa cinquanta giorni di prove sono stati davvero sfiancanti. Poi fu la volta di Kleist, ma queste prime due opere, in rapporto a quella di Ruccello, mi sono servite tantissimo: Pinter, soprattutto, per la struttura. All’inizio pensavo che un regista dovesse risolvere ogni cosa, in realtà alcuni autori non vanno “risolti”. Pinter – e, in parte, anche Ruccello - è uno di questi. Orgia invece mi è servito per lavorare sul masochismo che investe il personaggio di Adriana. Non so se si tratta di vere e proprie ossessioni, sicuramente le opere citate hanno a che fare con certe mie paure. Mi piace parlare di questi esseri, che vivono dentro mondi che non ci sembrano reali ma che invece possono esistere, perché vivono drammi più profondi. Mi interessava ciò che Adriana poteva dire e il fatto che sprofondasse nell’incubo del bullismo, che almeno una volta abbiamo vissuto tutti. La protagonista, più che avere un problema di identità sessuale, vive un conflitto con tutti coloro che la circondano. Una bellissima impossibilità di vivere.

Lo spettacolo che hai messo in scena è la storia di una profonda solitudine. Le figure che giocano a distruggere Adriana, tuttavia, imprimono i caratteri dell’opera corale. Oltre a Cirillo, i personaggi interpretati da Luca Carbone, Giulia Trippetta, Luca Tanganelli, Giulia Gallone e Simone Borrelli, pur con personalità diverse, si muovono all’unisono: una vera e propria squadra diabolica. Come hai lavorato con gli attori?

La maggior parte del cast è stato provinato. Avevo un’idea molto precisa sui personaggi: sono tutti attori che amo molto, estremamente generosi. Si tratta di attori che, prima di tutto, hanno accolto a braccia aperte un lavoro impegnativo. Non ho mai nascosto loro i rischi e le contraddizioni cui saremmo andati incontro e nessuno di loro mi ha mai impensierito. É un gruppo molto coeso. Gli ho spiegato che non potevano portare in scena soltanto la loro funzione: volevo che ogni personaggio avesse una propria personalità. Quello di Adriana è un mondo sgangherato e anche loro, a volte, vivono le loro pulsioni e sbagliano. Uno è molto stupido (Arturo, Luca Tanganelli), un’altra è molto violenta (Rossana, Giulia Trippetta), un’altra ancora è molto bella o quantomeno crede di esserlo (Giovannna, Giulia Gallone), il primo fidanzato di Adriana (Sandro, Simone Borrelli) ha una sessualità dirompente e volgare. Ho chiesto a tutti di lavorare su questi caratteri, fornendo loro una giustificazione personale. Sembrano molto coordinati perché ho chiesto dei gesti e delle piccole azioni apparentemente senza senso, affinché il pubblico potesse porsi delle domande.

Totale4Hai scelto una scenografia coloratissima. Adriana è affascinata dalla tv e dal centro commerciale vicino casa. I costumi sono al limite del kitsch. Tutta questa varietà cromatica, apparentemente festosa, diventa mostruosa e le si ritorce contro. Puoi dirci qualcosa su questo tipo di messa in scena?

La stanza, all’inizio, può essere più o meno anonima. Potrebbe essere quella di un albergo. C’è una televisione che non funziona ed è proprio da lì che entra il mondo di Adriana, i suoi ospiti inattesi. Quel mondo è una commistione tra l’universo televisivo e quello della protagonista. La tv, nella produzione di Ruccello, è sempre stata centrale. In Mamma: piccole tragedie minimali, ad esempio, i personaggi parlano attraverso stereotipi televisivi e chiamano i loro figli come quelli che riempivano il piccolo schermo. É un mondo colorato perché è un mondo impossibile da trovare nella realtà. Lo spettacolo si illumina in tre modi diversi: il primo è naturalistico, le tende quasi non si vedono – il nostro intento era quello di far sparire la stanza; poi tutto diventa eccessivo, pur mantenendo una patina di realtà; infine siamo di fronte a uno scenario totalmente assurdo, con una palla da discoteca la cui luce “macchia” il teatro. Spesso, sugli attori non ci sono ombre, proprio come sul set di uno studio televisivo. Devo ringraziare Pasquale Mari (luci), Dario Gessati (scene) e Gianluca Falaschi (costumi), che hanno già lavorato con Cirillo e hanno svolto un lavoro enorme.

Immaginiamo che il lavoro in Accademia sia stato esaltante e impegnativo. Ora che hai concluso il triennio, quali sono i tuoi progetti futuri?

A giugno presenterò uno spettacolo che si chiama Lutero, selezionato attraverso il bando “Teatri del sacro”, a tema religioso. Sono stati presentati quattrocento progetti, ne sono stati visionati sessanta e dieci, tra cui il mio, saranno prodotti e distribuiti. Sarà un’opera onirica, dato che quando cominciai a lavorarci mi trovavo nel pieno della preparazione di Notturno di donna con ospiti. É tratto da un testo di John Osborne intitolato proprio Lutero. Ho cercato di attualizzarlo, immaginandomi un protagonista ribelle. Abbiamo saputo di essere stati selezionati due giorni fa. Speravo di riposarmi un po’ dopo il saggio di fine corso (ride, ndr), ora credo che il relax dovrà aspettare.

Paolo Di Marcelli

8/3/2017

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM