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Il destino di tre donne in tempo di guerra: Agnese Fallongo racconta "Letizia va alla guerra"

"LETIZIA VA ALLA GUERRA - La suora, la sposa e la puttana" di Agnese Fallongo è il racconto tragicomico in scena al Teatro della Cometa fino al 17 febbraio con la regia di Adriano Evangelisti e interpreti Agnese Fallongo stessa e Tiziano Caputo. Protagoniste sono tre grandi donne: la giovane sposa siciliana Letizia, partita per il fronte carnico come portatrice di gerle durante la Grande Guerra nella speranza di ritrovare suo marito; l’orfanella laziale Lina, costretta a diventare una meretrice di nome Letizia durante la Seconda guerra mondiale; la veneta Suor Letizia, Maria prima che prendesse i voti, un’anziana dai modi bruschi con un profondo senso di colpa. Tre capitoli che si susseguono sullo sfondo di due conflitti mondiali. Tre tragici destini che, a sorpresa, finiscono per intrecciarsi. Tre diverse rappresentazioni dell’universo femminile colorato di coraggio e forza. Abbiamo incontrato Agnese Fallongo, autrice e meravigliosa interprete dello spettacolo per parlare con lei della pièce.

Agnese Fallongo_Letizia va alla guerra copia.jpgLo spettacolo debutta nel 2017 al Teatro Quirino di Roma come LETIZIA VA ALLA GUERRA - La sposa e la puttana. Può raccontare l’evoluzione dello spettacolo in funzione dell’inserimento del personaggio della suora?
"L’idea nasce durante la frequentazione di un laboratorio incentrato sul ruolo delle donne durante la Grande Guerra e si sviluppa in un monologo di dieci minuti narrante l’approdo di una sposa sul fronte austroungarico per trovare il suo innamorato. In seguito prende strada l’idea di farne una triade, arrivando fino all’introduzione del personaggio della suora che è un pilastro dello spettacolo dal punto di vista drammaturgico".

La guerra, osservata da un punto di vista femminile, mette in luce il ruolo delle donne che, uscendo dalla sfera domestica, s’impegnano sul fronte militare. I personaggi della sposa e della suora si possono considerare un omaggio a tutte quelle donne che hanno fatto la Storia e che meritano di essere ricordate per il loro coraggio?
"Sì, decisamente. L’idea è di dar voce alle persone comuni, di portare sulla scena le loro storie familiari, di rendere protagoniste le piccole realtà locali travolte e scombussolate dal deflagrare del conflitto bellico. La guerra inoltre, con gli uomini impegnati al fronte, ha rappresentato, nonostante il tragico contesto, un momento cruciale per le donne che, coinvolte in tutte le attività lavorative, hanno assunto responsabilità e compiti fino ad allora preclusi al mondo femminile. Una partecipazione che ha messo in moto una presa di posizione molto importante".

Raccontando uno spaccato drammatico della storia del nostro Paese, ha effettuato un lavoro di documentazione storica?
"La stesura della drammaturgia nasce da una lunga ricerca sul ruolo svolto dalle donne durante la prima guerra mondiale, in particolare nelle loro mansioni di crocerossine e di portatrice di gerle. La maggior parte dei documenti consultati testimoniano soprattutto la mobilitazione delle donne dell’Italia settentrionale, un dato spiegabile dall’alto tasso di analfabetismo presente all’epoca nel Sud. Per questo motivo ho voluto dare al personaggio della sposa origini siciliane, sia per dare voce alle donne del mezzogiorno che furono anch’esse attive sul fronte militare, sia perché il maggior numero di morti è stato al Sud, dato storico che riporto nello spettacolo. Altre fonti d’ispirazioni per l’elaborazione della drammaturgia sono state un’intervista a una suora dell’orfanotrofio Gregorio Antonelli di Terracina, una commovente conversazione con un’ex prostituta e l’immaginario del cinema italiano, in particolare Film d’amore e d’anarchia di Lina Wertmüller".

Tema centrale è l’amore in tempo di guerra, un binomio paradossale essendo l’amore principio di Vita e la guerra principio di Morte. Tuttavia, anche in un frangente così tragico, è l’amore il motore che anima i tre personaggi?
"Decisamente. L’amore, che ho voluto raccontare nelle sue varie sfaccettature (materno, amicale e romantico), è la molla che spinge le tre protagoniste a compiere grandi atti di coraggio che, alla fine, finiscono per sconvolgere le loro vite. Ogni personaggio parte da una situazione e, travolta dalla vita, si ritrova in una situazione completamente opposta: la sposa non avrebbe mai pensato di trovarsi al fronte; Lina non avrebbe mai pensato di ritrovarsi in un bordello; Maria non avrebbe mai pensato di prendere i voti".

Agnese Fallongo_Letizia va alla guerra.jpgPerché la scelta di alternare momenti di pura comicità ad attimi di commozione?
"Questa scelta risponde alla necessità di rappresentare la vita nel suo continuo avvicendamento tragico e comico, di esorcizzare il dolore con un sorriso, di fare in modo che lo spettatore fosse commosso ma anche divertito".

Le storie dei tre personaggi sono narrate in siciliano, romano e veneto. Qual è il motivo che l’ha portata a scegliere il dialetto?
"Considerando il periodo storico, era giusto dare una connotazione dialettale ai personaggi. In quegli anni la scarsa familiarità del ceto popolare con la lingua italiana ha radici storiche. L’Italia, avendo conquistato tardi la propria Unità, non poteva vantare la stessa identità linguistica di paesi come la Francia e l’Inghilterra".

Portare sulla scena tre personaggi antitetici ma al tempo stesso accomunati da una profonda umanità ha rappresentato una sfida a livello interpretativo?
"Dal punto di vista attoriale è stato divertente ma anche una vera e propria prova perché Lucrezia, Lina e Maria hanno tre età diverse, provengono da tre differenti regioni d’Italia, parlano tre dialetti diversi, hanno tre differenti personalità. Tuttavia, pur essendo così agli antipodi, sono in qualche modo facce della stessa medaglia".

L’azione scenica è impreziosita da canzoni e musiche arrangiate da Tiziano Caputo, suo partner in scena. Qual è la funzione dell’apporto musicale?Agnese Fallongo_Letizia va alla guerra (1).jpg
"Avendo una formazione da cantante, la musica è sempre presente negli spettacoli che ho scritto. La sua funzione, oltre a quella di creare delle suggestioni dal punto di vista scenico, è essenzialmente drammaturgica. M’interessa che la musica sia all’interno della narrazione, che sia un rafforzamento espressivo della parola. A questo proposito vorrei citare il mio collega in scena Tiziano Caputo, musicista, cantante e attore e il regista Adriano Evangelisti che sono stati due colleghi spettacolari, senza i quali lo spettacolo non esisterebbe".

Sullo spazio scenico ci sono pochi elementi: due cornici a grandezza d’uomo, due cubi e una griglia. È un teatro artigianale?
"Questa semplicità, anche se inizialmente dettata da condizioni di pura necessità, è subito diventata una precisa scelta. Credo che la creatività nasca dal limite. Lo sfarzo non sempre è necessario perché il teatro ha la funzione di fare immaginare le cose e penso che questa semplicità fosse funzionale al messaggio che volevamo dare".

L’intreccio delle tre storie sullo sfondo della guerra suggerisce molteplici messaggi. Quali sono i più importanti?
"Il primo è che in certi casi c’è sempre una seconda possibilità, rimettendosi in discussione o in pace con se stessi. Il secondo è che non si è mai veramente perdenti nel momento in cui si ama. Nonostante le tre storie narrate nello spettacolo finiscano in modo tragico, i tre personaggi escono comunque vincenti per la forza del loro amore".

Silvia Mozzachiodi 07/02/2019

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