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Intervista a Saverio Pelosini: un incontro con l’autore de “La casa di Maran”

“La casa di Maran” è un affascinante thriller ambientato su un’isola paradisiaca e incantata, immersa nell’azzurro del mar dei Caraibi. La quiete di un medico italiano in vacanza, Claudio Lelli, è interrotta da alcuni efferati omicidi su cui investiga un ispettore dagli occhi di ghiaccio, il detective Coutain. Coinvolto nelle indagini, il protagonista stringe amicizia con Giulia, Andrea e Marina, e con il loro aiuto tenterà di liberarsi dagli atroci sospetti. Tra i fasti macabri di un carnevale che invade le strade di colori, ritmi e possessioni inquietanti, l’ombra tormentata di rituali terrificanti si scruta sui vetrini di un laboratorio di analisi alla disperata ricerca di un “mostro”, attorno al quale aleggiano fatali misteri e verità da nascondere. Il brillante autore è Saverio Pelosini, chirurgo specializzato in odontostomatologia, che stupisce e conquista al suo primo romanzo con una scrittura scorrevole come il nastro di un film, ricca di suggestioni, richiami, particolari e dettagli degni di una pubblicazione scientifica, di una sgranata fotografia o di un misterioso quadro di Velàzquez intriso di un realismo potente e mistico. La trama viene dipinta con cura, tra pennellate sfumate e colori dalle vernici accese, intinte nel sangue tra noir e poesia, su una tela che avvolge e divora come quella di un ragno.

Nella citazione di William Shakespeare in fronte al libro troviamo le parole sempre attuali delle streghe del Macbeth, che introducono alla lettura con un monito terrificante e beffardo: “Noi gettiamo il mal seme nel core; ma dell’opra l’uom sempre è il signore”. La tragedia ha ispirato in qualche modo alcune suggestioni del tuo romanzo? Dove intendi condurre il lettore con questa epigrafe?

L’opera di Shakespeare ruota soprattutto attorno all’uomo, con la sua paura di vivere, il suo dolore, la sua sofferenza, le sue indecisioni. C’è il bene, c’è il male, ma c’è soprattutto il libero arbitrio, che non è un concetto che appartiene solo al Cattolicesimo, ma anche al Rinascimento, all’Illuminismo, etc. Per cui, quando le streghe nella piana dicono “noi gittiamo il mal seme nel core...” è come se avvertissero che se tu vuoi lo puoi sopprimere, se ce l’hai dentro e gli vuoi dar vita è perché lo scegli.” Quindi, ancora una volta, al centro di tutto c’è l’uomo. Con le sue bassezze, con la sua intelligenza, con la sua scelta reale. Nessuno ti condiziona, perché il fato rimane al di sopra.
Il thriller è immerso nella natura rigogliosa e selvaggia di Grenada, spiazzante nelle descrizioni armoniche dei giochi di luce tra cielo, mare e paesaggio.

Nel testo è citata la trilogia dei polizieschi di Stieg Larsson, che ambienta nella stessa isola la prima parte de “La ragazza che giocava con il fuoco”: sei un ammiratore dello scrittore svedese e quali altri autori dello stesso genere apprezza?

Sì, a me Larsson è piaciuto soprattutto quando racconta di Lisbeth, che è androgina e quindi moderna. E’ viva dentro perché interpreta la gioventù di sempre, il sentire del maschio e della femmina, accogliendo in sé il seme della ribellione, che non è mai sterile. Per il resto, Larsson lo trovo noioso e prolisso. Ha scritto tre libri, quando avrebbe potuto farne uno solo meraviglioso! Mi piace anche Patricia Cornwell dei primi lavori, dove “Kay Scarpetta” dava il meglio di sé, Kathy Reichs che si è “mantenuta” meglio nel tempo e Jeffery Deaver. Non apprezzo autori che ho provato a leggere senza riuscirci, come Carrisi e Faletti.


E’ percepibile fin da subito una passione struggente per i luoghi descritti e una conoscenza specifica di zone e tradizioni locali. Perché hai scelto proprio l’Isola di Grenada per le avventure del tuo romanzo e che rapporto hai instaurato con questa terra, così felicemente narrata?

“Galeotto fu il libro e chi lo scrisse” diceva Dante in Paolo e Francesca, ma nel mio caso è stata “galeotta” una vacanza, e poi ancora il ritornarci e il ritornarci ancora. A Grenada gli “autoctoni” (che è un parolone visto che sono tutti originari dell’Africa) incolpano una specie di spiritello, che si aggrappa al cuore di chi visita questa terra, costringendolo a tornarci per almeno dodici anni, pena la morte.


Caratteri neri, pagine bianche... eppure il libro esplode di colori e sfumature. Una “scenografia” curata nei minimi particolari, grazie alle descrizioni attente – spesso anche di sapori e profumi mescolati a invitanti ricette culinarie - provoca un iperrealismo eccitante e poetico, evidente in ogni capitolo tra composizioni interne ed esterne. Quanto è importante l’immagine per la tua scrittura e in che modo riesci a catturare particolari così precisi?

Le mille sfumature sono un po’ come la vita, che è fatta di alti e bassi negli eventi, nei bioritmi, negli ormoni, nell’amore, ma soprattutto nell’intelletto. Non è mai tutto nero o tutto bianco e, soprattutto, ognuno vede quello che vuol vedere, come se la realtà fosse molteplice, a seconda di chi la vive. Da questo bisognerebbe che ne scaturisse un grande rispetto per chi la pensa diversamente. Come mi rimangono dentro i dettagli? Tutto ciò che ti emoziona - come il cibo – e ti stimola la sperimentazione, te lo porti dentro e lo tieni con te come un bagaglio ricco di particolari da cui puoi attingere quello che vuoi.


Mi è sembrato di riscontrare alcuni riferimenti a personaggi assenti ma ricorrenti nel testo, come coppie di genitori lontani (di Laura, Giulia, Claudio) e bambini mai nati (di Linda, Marina, Laura). Il tema della fertilità è scottante in più punti, si parla dell’utero come “la cosa più importante” di un donna, - “quello da cui tutto si genera” – e al tempo stesso si paventa l’incubo del femminicidio, dell’aborto, del virus e della malattia che attacca i simboli della femminilità. E’ questo il vero “mostro” da temere? Contestualmente, è possibile considerare questo libro anche come una sorta di “esorcismo” da questa paura, alla pari di uno dei riti narrati?

In effetti, quello che al primo impatto può sembrare il personaggio principale del libro, Cludio Lelli, in realtà non lo è affatto, perché la figura dominante è proprio la donna, mostrata attraverso tutte le sue sfaccettature: vera, viva, vittima ma guerriera, o guerriera e quindi potenzialmente vittima. L’ unico vero esorcismo di cui parlo è quello di infondere un certo ottimismo, analizzando qual è il male. Sia esso dovuto a violenza, malattia o sopraffazione, il male è sempre subdolo, ma se lo conosci lo puoi combattere e anche vincere.

Immagini che si piantano negli occhi del lettore, capitoli che scivolano in un montaggio alternato mettendo a fuoco simultaneamente i vari punti di vista di diversi personaggi, soggettive emozionanti e carrellate su un panorama eccezionale: hai già pensato di farne un film?

Ci ho pensato...lo vedo adattissimo per un film. Però di quelli forti...che ti fanno piantare le unghie nella stoffa della poltrona del cinema! Ci ho pensato perché chi legge il romanzo ne parla come se fosse un film, e mi auguro che ci pensi anche qualcun altro che possa, oltre che concepirlo, soprattutto realizzarlo!

Ne “La casa di Maran” si respira il brivido dell’avventura, l’ansia della scoperta, il piacere dell’indagine e il terrore della morte. Ma accanto a quest’ultima “amica invisibile”, si percepisce tangibilmente un’ondata di sensualità e vitalità, ben descritta dagli appassionanti viaggi nella natura rigogliosa e dai momenti erotici vissuti dai protagonisti (ci sono addirittura due innamoramenti che nascono e si incrociano in quest’isola da sogno... o da incubo). C’è dunque molto “Eros”, e altrettanto “Thanatos”: che connessione c’è tra le due pulsioni nel romanzo?

Eros e Thanatos, come in tutta la filosofia, sono sempre state le etoiles di questo gran ballo della vita. La passione che travolge, anelata e idealizzata, non vive mai in purezza come un vitigno nel suo succo, ma è tarlata alla radice dalla consapevolezza della caducità. L’invito, dunque, è quello di vivere la passione e l’Eros, perché di Thanatos, purtroppo, la certezza c’è.

Il libro ci circonda di una nube di mistero, ai confini con l’imperscrutabile e il perturbante, che ci tiene inchiodati, immobilizza come la “Succinilcolina” e ammalia come una pozione magica. Contemporaneamente, gli indizi emergono come dati scientifici, elementi di un’anamnesi, sintomi di una diagnosi che si fa avventura, con l’ausilio di interessanti delucidazioni in merito a casi e quadri clinici. C’è una volontà divulgativa nelle appassionanti didascalie, o sono solo spunti funzionali alla comprensione del testo?

Attraverso le spiegazioni nel testo c’è sicuramente il gusto e la voglia di trasferire, rendendoli comprensibili, certi meccanismi fisiologici che regolano la vita nell’organismo (soprattutto femminile). Oltre alla funzionalità delle descrizioni volte allo svolgersi dell’azione, dunque, allo stesso tempo è tutto assolutamente voluto, per una questione soprattutto di accessibilità, informazione e divulgazione.

In più momenti si cerca un fil rouge tra scienza e mistero, un punto di contatto tra mondi e percezioni, tra realtà fisica e non fisica. Tra tutte, si cita anche l’interessante teoria di Michio Kaku sugli universi paralleli, sospesi su frequenze che non (sempre) percepiamo. Come consideri queste affascinanti teorie, ci sono connessioni verificabili dalla scienza moderna?

La fisica quantistica ha il suo fascino perché crea un legame tra la freddezza matematica, da una parte, e l’emotività, dall’altra. Si sta studiando ancora, intanto, e a Losanna c’è questo grande laboratorio sotterraneo dove fanno esperimenti di accelerazione dell’atomo per scomporlo, parlando di “gavitroni”. Il discorso delle frequenze è un concetto interessante: abbiamo la percezione della realtà che ci circonda in base ad alcune frequenze, per cui noi siamo preconfezionati a ricevere solo quelle, proprio come una radio. Il déjà vu, a cui dedico un capitolo nel libro, potrebbe essere un po’ come affacciarsi per un momento su oscillazioni per cui non sei programmato, e quindi percepire, per un istante, qualcosa che vibra a frequenze diverse. Magari un giorno si scoprirà se è così. Per ora considero queste teorie come un sogno, che si avvale di ingredienti reali per prendere forma, ma che poi da essi si svincola, per vivere una vita propria ma definita nel tempo.

Come te, anche Claudio Lelli è un affermato dentista. E’ presente un’identificazione autobiografica con lui, che narra in prima persona? Quanto c’è di Saverio in Claudio (o viceversa)? Quali altri personaggi rispecchiano questi spunti?

Come in certe tele di artisti, tra cui il Velazquez che citavi (ma anche altri spagnoli, fiamminghi o anche italiani del Trecento) l’autore si trasforma in un figurante, che nel quadro non occupa il centro della scena, ma è magari in un angolo, a controllare l’azione, a spiare sotto mentite spoglie che tutto si svolga come previsto. Così sono io nel romanzo, un po’ “mascherato” da Claudio Lelli con il suo gusto, le sue piccole manie, a fotografare il mondo e la vita che scorre intorno a lui, ma soprattutto ad apprendere in un iter conoscitivo l’evolversi psicologico del carattere degli altri personaggi. E Lelli avrà certamente modo di mostrarsi e di crescere, stimolando i lettori nelle avventure umane che seguiranno.

Infatti il finale, che naturalmente non sveliamo ai lettori, lascia spazio alla fantasia con la speranza di altri episodi in arrivo. Hai in mente di continuare a scrivere, magari per un secondo capitolo di questa suggestiva avventura?

Sì, sto già scrivendo il secondo romanzo. Lo spunto parte dal quadro storico della Battaglia di Anghiari del Vasari, tra cavalieri, campi insanguinati, donne scomparse, violenze occulte e nuovi segreti che porteranno alla ricerca di una misteriosa “Statua di carne”...

 

Giulia Sanzone
29/11/2016

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