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Recensito incontra Marco Valerio Montesano, Michele Enrico Montesano e Francesco Pietrella

Lo spettacolo "Sul Divano" nasce come progetto legato al FESTIVAL CONTAMINAZIONI 2018 e lo scorso sabato 22 giugno a DOMINIO PUBBLICO, passando per il TORINO FRINGE FESTIVAL: nei fatti intercetta tre realtà tra le più importanti per chi fa teatro e cerca di affermarsi. Cosa vuol dire per voi "fare teatro"?

E' vero. Siamo molto contenti di ciò che questo primo anno di collaborazione ci ha regalato e siamo riconoscenti a tutte le realtà che hanno permesso allo spettacolo di diventare quello che, di fatto, è ora. Girare così tanto ci ha dato l'occasione di confrontarci continuamente con noi stessi e con le persone che di volta in volta incontravamo. Questa è la nostra idea di "fare teatro", avere la possibilità di mettersi alla prova. Per noi è una gioia, un divertimento ma anche lavoro e organizzazione. Come sempre, ci vogliono testa e cuore.

SUL DIVANO sembra porsi come metafora della vita che si consuma e, senza che si riesca ad accorgersene, finisce come una bottiglia - l'ennesima - di birra: parlateci dello spettacolo, qual è l'intento narrativo, cosa raccontate in scena?

Il nostro testo nasce con il desiderio di mettere in scena una condizione umana, più che di metafora parlerei di un'allegoria. Sono tanti gli elementi messi in campo: le birre, il divano, il dirimpettaio, il "dentro" e il "fuori" e per ognuno di questi lo spettatore può trovare il suo senso. Quello che ci interessava però è raccontare il rapporto dell'uomo con le illusioni, che possono essere allo stesso tempo salvifiche e distruttive. E infine porsi la domanda: cosa succede quando ci si rende conto di una vita vissuta sotto il segno di un'illusione?

Nelle note di regia si legge "La linea che si sceglie di seguire è quella dell’artigianato, cercando di far confluire le tre figure; attore, regista e autore, in una sola", ci potete spiegare meglio cosa intendete e la funzionalità di questa scelta?

Quando usiamo la parola "Artigianato", lo facciamo per rifarci ad un ideale di mestierante all'antica, caratterizzato dalla totale indipendenza in tutte le fasi della realizzazione di un'opera: dalla scelta del materiale fino all'ultima scalpellata. Se trovi un gruppo che intende il teatro nel tuo stesso modo hai il dovere di lavorare insieme a ogni aspetto della messinscena. Eravamo così coinvolti nella scrittura del testo che dovevamo per forza essere noi stessi a metterla in piedi, nessun'altro avrebbe potuto più metterci mano. Questa scelta ha comportato sicuramente più organicità, nonostante si sia portata appresso un carico di responsabilità non indifferente.

Il percorso di studi che vi accomuna è quello accademico per eccellenza: cosa ha rappresentato e rappresenta per voi l'Accademia Silvio d'Amico?

Rimanendo in tema di artigiani, l'Accademia la definiremmo una bottega. Per tre anni trascorri lì la tua vita, e diventa praticamente casa tua, ed è a casa che ci siamo formati professionalmente e umanamente. Sono stati tre anni ricchissimi, in cui si hanno tutti gli strumenti per capire "chi vuoi diventare da grande". Per noi incontrare una così grande varietà di insegnanti è servito significativamente a rintracciare sempre nuovi stimoli, anzichè creare confusione. Ci tenevamo a ringraziare il direttore Daniela Bortignoni, è grazie a lei se "Sul Divano" ha ricevuto il patrocinio della "Silvio d'Amico".

Dove avremo modo di incontrare i vostri lavori nel futuro prossimo?

Dopo "Dominio Pubblico" avremo davanti un periodo di vacanza, poi si comincia a lavorare al nuovo testo, le idee le abbiamo già molto chiare. Chiudiamo riallacciandoci alla prima, complicata, domanda: "Cosa significa fare teatro?". Vuol dire anche non sapere mai cosa succederà. Intanto teniamo la testa concentrata sulla nostra determinazione e voglia di palcoscenico, poi vediamo cosa ci riserverà il rientro dalle vacanze. Noi siamo aperti a tutto, e siamo coraggiosi.

 

Redazione

23/06/2019

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