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Focus "Filottete": intervista a Paolo Musio

A trent’anni dal suo diploma alla “Silvio d’Amico”, con un bagaglio ricco di esperienze e soddisfazioni nazionali e internazionali, Paolo Musio torna in scena da protagonista per uno spettacolo dell’Accademia. L’attore interpreta il ruolo di Filottete, nell’omonima riscrittura del testo di Sofocle di Letizia Russo, saggio di diploma dell’allievo regista Carmelo Alù, dal 14 al 21 dicembre 2017 al Teatro Studio Eleonora Duse, Via Vittoria, 6, Roma.

Dopo essersi diplomato all’Accademia ha avviato una carriera ricca di collaborazioni a livello nazionale e internazionale. Com’è stato per Lei doversi confrontare con l’ambiente professionale una volta uscito dall’Accademia?

Sono uscito prestissimo dall’Accademia, ancor prima di diplomarmi. Già alla fine del secondo anno portai in tournee La Locandiera, scritturato da Peppino Patroni Griffi. Appena finita l’Accademia, poi, Lorenzo Salveti mi affidò la parte di Oreste nell’Orestiade. Da neodiplomato mi ritrovai subito accanto a grandi nomi quali Valeria Morricone e Corrado Pane.
Nella mia vita, però, ho sentito spesso la necessità di ricominciare da zero, spinto dalla costante ricerca di nuove sfide e nuovi stimoli. Avvertivo ancora il bisogno di esperienze formative e soprattutto di sentirmi autore di quello che facevo e quindi ho formato un gruppo di lavoro, Quelli che restano, con cui io e altri miei coetanei potemmo soddisfare questa esigenza. Insieme facevamo tutto: dalla traduzione alla regia, ognuno aveva il suo compito.

Alla luce del suo percorso professionale e della sua esperienza, quindi, che consigli darebbe a un giovane attore in procinto di diplomarsi oggi?

Vedo che oggi i giovani escono dall’Accademia con una coscienza piuttosto forte del loro ruolo. Anche in scena sono molto consapevoli e questo è molto bello. All’epoca io mi ritrovai in un contesto teatrale dove pensare non era esattamente una prerogativa degli attori. I registi preferivano che si seguissero le loro indicazioni. Oggi è diverso. È una generazione molto più consapevole della mia, alla quale consiglio di accumulare più esperienze possibili, vivendo l’arte a 360 gradi.

Sperimentare, quindi, come chiave per migliorarsi sempre più?

Assolutamente sì. Credo sia fondamentale darsi da fare il più possibile e cercare la propria identità, considerando che viviamo un’epoca in cui il teatro deve esprimersi in un contesto sociale e artistico variegato e difficile. Per esempio, ascoltare musica, visitare mostre di arte contemporanea e antica: nutrirsi di tutto ciò che appartiene al “discorso dell’arte”, perché nel teatro confluiscono tutti i linguaggi.

Venendo allo spettacolo, come è nata la collaborazione con l’allievo Carmelo Alù?

Carmelo mi ha chiamato dopo avermi conosciuto durante un breve corso di recitazione che ho tenuto in Accademia. Abbiamo lavorato sulla respirazione diaframmatica e sulla “macchina attoriale”, due aspetti del lavoro che prediligo. E credo che sia proprio per l’insieme delle suggestioni che gli sono arrivate nel corso di quegli incontri che, mesi dopo, mi ha telefonato per illustrarmi questo progetto. Sono stato subito contento di partecipare: all’inizio è stata un’esperienza spiazzante, anche perché tornare nei luoghi dove sei stato allievo fa un certo effetto. Misuri tutto il tempo che è passato, le cose che sono successe.

E com’è stato farsi dirigere da un regista della “nuova generazione”? Ci sono stati motivi di confronto, diversi punti di vista?

Lavorare con Carmelo è stata l’occasione di confrontarsi con un giovane che, pur dovendo ancora costruire il suo percorso professionale, si è mostrato consapevole, pronto ad affrontare la sua contemporaneità. Ho messo a disposizione tutto il mio bagaglio di esperienza, in particolare quella con Theodoros Terzopoulos, che considero il mio maestro. Insieme, quindi, abbiamo individuato quello che poteva essere il mio apporto alla costruzione del personaggio, focalizzandoci sulla frontalità del teatro tragico, concetto che ho esposto a Carmelo attraverso dimostrazioni di improvvisazione.

Per quanto riguarda il personaggio che interpreta, chi è il “suo” Filottete?

Filottete è un grumo di dolore, di abbandono e di odio, un’anima bloccata, sempre in bilico tra la vita e la morte. È un personaggio pieno di rancore verso il mondo, un’esistenza interrotta che è utile a tracciare un parallelo con alcuni drammi sociali contemporanei.

Nel dramma di quest’uomo abbandonato, solo su un’isola, emarginato a causa della sua malattia, troviamo dunque l’attualità di questa trasposizione…

Sì. In realtà il suo essere malato non è l’unico punto focale. Abbiamo insistito sul suo malessere interiore che lo fa rimanere fermo, bloccato. Ritengo altresì che tutto il repertorio classico sia comunque fruibile, senza essere necessariamente “attuale”: Filottete, ad esempio, racconta anche concetti universali come la depressione dovuta all’abbandono, o alle circostanze, al destino.

Quest'anno è stato anche interprete "L'Arte del Teatro" di Pascal Rambert (spettacolo candidato ai Premi Ubu, per la categoria Miglior testo straniero rappresentato in Italia), dove recitava un monologo sui problemi e le frustrazioni dell'essere attore, in presenza di un cane. Si potrebbe tracciare un parallelo, secondo lei, con questa frustrazione e la disperazione di Filottete?

C’è un qualcosa in comune, sì. L’arte del teatro è una sorta di breve saggio sulla vita quotidiana dell’attore, dalla sua arte alla sua solitudine. Temi che possono sembrare specifici, ma che poi si aprono verso un significato più generale. Il protagonista del monologo si trova in un momento non particolarmente felice della sua carriera artistica. In un certo senso, è proprio questa sua solitudine, che lo può avvicinare a Filottete.

Virginia Zettin

19/12/2017

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