Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Le persiane verdi, i pittori maledetti e io: Recensito incontra Chiara Dello Iacovo

“A cosa servono i segni se non li sappiamo vedere?”. Si chiudeva così la riflessione sul concerto di Chiara Dello Iacovo al Monk dello scorso 26 aprile. Quel live non è stato altro che una conferma, piacevolissima, di quanto già visto e ascoltato di questa ventunenne astigiana, conosciuta a Musicultura 2015. Il 15 ottobre l'abbiamo incontrata poco prima della sua esibizione a 'Na Cosetta - piano, chitarra, voce e simpatia "gialla", con cameo onomatopeico di Ivan Talarico - e ci siamo avventurati con lei negli aneddoti che si nascondono dietro le canzoni del suo disco d'esordio "Appena sveglia". Una perla piccola, da stare comoda nell'inquadratura, e preziosa: a suonare in acustico si sente un'inetta, dice, ma la sensazione, netta, è che con le emozioni ci sappia fare parecchio.

Cominciamo dalla città. Compare cinque volte in tre canzoni – "La mia città", "Scatola di sole" e "1° maggio" – e in altrettante – "Donna", "Soldatino" e "Genova" – l'ambientazione è comunque metropolitana. "Appena sveglia" è un disco fortemente cittadino, e i cantautori hanno spesso città da cantare: c'è la città in cui si vive, quella in cui si è nati e cresciuti con cui magari non si ritrova "quella vecchia affinità", o quella che si ama. La tua qual è?
"Non credo di avercela, purtroppo. È una croce che mi porto dietro: ogni volta mi convinco di aver trovato la mia città, ma mi accorgo che son sempre dei surrogati. Sono stata per tanto tempo innamorata di Roma, credevo potesse essere la mia città, ma poi ho capito una cosa fondamentale di lei: Roma è un'amante e lo sarà sempre, non credo potrà mai essere mia moglie. Un discorso simile vale per Torino: ci vivo e la sento vicina soprattutto per la sua discrezione e la sua magia di sottofondo, ma non la sento mia. Non credo che avrò mai il senso di appartenenza per un luogo. Spero, per lo meno, di trovare il senso di appartenenza per una persona."

Sembra quasi una prerogativa dei cantautori quella di non avere un luogo di appartenenza.
"In realtà è sempre stato un mio vanto, però poi vedi come brillano gli occhi a chi parla delle proprie radici e ti dispiaci. Paradossalmente la città in cui sono nata è quella che meno mi sembra la mia città natale."

In "Genova (le persiane sono verdi)" però 'città' non compare, forse perché ci siamo già dentro. Di tutto il disco la ritengo la canzone che arriva di più: è difficile cantare Genova.
"L'unico modo per farlo è come l'ho fatto io, ovvero in totale stato di ignoranza e incoscienza. Quando ho scritto la canzone non solo non conoscevo Genova, ma neanche sapevo che ne avesse scritto esaustivamente Paolo Conte. MEA CULPA. L’embrione del testo di Genova è nato mentre ero in treno verso Roma – l'Intercity Asti-Roma è molto suggestivo, devo ammetterlo – e mi si era stagliata davanti questa facciata con le persiane verdi, un po’ sghangherata e abbandonata a se stessa. Dopodichè proprio a Roma, dove ero venuta per Capodanno, vidi la mostra dei pittori maledetti, che dipingevano anche loro queste persiane verdi, e nel mio delirio di onnipotenza mi son detta 'È un segno!' (ride, ndr). È un insieme di cose che poi ho messo insieme al mio vissuto e alla mia paranoia di quel periodo, quella di avere le ginocchia a x. Non credo molto al caso, ma una parte essenziale dell'intuizione è il non conoscere a livello razionale quello di cui si sta parlando."

Musicultura, prima come concorrente e poi come ospite. Che sensazione hai provato?
"Una delle sensazioni più belle della mia vita. L'ho vissuta come un'isola felice, un'esperienza idilliaca, e quest'anno avevo molta paura di tornare proprio per il timore di non reggere il paragone con l'anno precedente."

E invece?
"Invece è stata una cosa diversa. Non so se torno indietro sempre con qualcosa in più o in meno da Musicultura. Mi nutre e mi rammenda, ma lascio sempre dei pezzi di me da sacrificare al suo altare. E a Lei li lascio volentieri."

Quest'anno poi c'è stata l'esibizione con Simone Cristicchi in "Ti regalerò una rosa".
"Sì, è stata assurda. Sono arrivata con la band a provare le mie due canzoni, e ovviamente tutti i sound check erano in ritardo. Io e Simone ci eravamo sentiti per telefono, ma la mia versione era molto diversa dalla sua. L'abbiamo provata una volta con la band ed è venuta un disastro, allora Simone ha detto 'facciamola io e te solo con la chitarra acustica'. L'abbiam fatta lì come due idioti, fermi in mezzo al palco, ma onestamente mancava qualcosa. Dato che lui sarebbe dovuto entrare al primo ritornello, nel camerino gli ho detto 'quando arriverai sul palco non mi troverai lì, però io arriverò'. Si è fidato totalmente di me ed è stato un 'buona la prima' spaziale. Infatti credo non la rifaremo più. Ci siamo rivisti poco tempo fa e abbiamo convenuto che fosse un atto unico (sorride, ndr)."

Io l'ho sentita dal vivo al Monk lo scorso aprile e sono rimasto senza parole. Ma come nasce il rapporto con quella canzone?
"L'avevo fatta a The Voice. In realtà mi porto alcune cose positive da lì, se le estrapoli dal contesto. Una è quella, che è stata la cosa per cui ho litigato con più persone all'interno di The Voice, perché non capivano che era impossibile spettacolizzare una cosa del genere. C'era poi chi scriveva 'ma guardate questa ragazzina che fa finta di commuoversi con le messe in scena, questo finto pietismo'. Avere a che fare con certi tele-spettatori non è facile e non è esattamente la cosa che mi riesce meglio!"

Esatto, i tele-spettatori. A proposito di cover, "Milano e Vincenzo" di Alberto Fortis e "Iodio" dei Bluvertigo: come le hai scelte?
"Milano e Vincenzo me l'ha consigliata il mio produttore. L'anno scorso, quando ho fatto il primo concerto con la band ad Asti Musica, dovevo scegliere delle cover e lui me l'ha proposta. Io ovviamente l'ho resa un po' schizofrenica (sorride, ndr). Mi rendo conto che anche a livello di impostazione vocale canto proprio in modo diverso in quella canzone lì."

Però si presta.
"Infatti."

E "Iodio"?
"Stavamo andando a Sanremo in macchina e ascoltavo l'album dei Bluvertigo con il mio manager. Ero gasatissima perché non la conoscevo, e lui mi ha detto 'ma perché non la fai come cover?'. E io 'ma certo, come ho fatto a non pensarci, subito!' (ride, ndr)."

Prima hai parlato di "messa in scena". In effetti – ed è un elemento che mi colpisce particolarmente – tu metti in scena le tue canzoni.
"Infatti soffro tantissimo a suonare in acustico."

Capossela dice che preferisce lasciare democraticamente allo spettatore la possibilità di trovare se stesso all'interno dello spettacolo. Per te invece che significato ha usare degli elementi di scena durante i concerti?
"Credo che parta tutto da una mia carenza, quella di non sentire la musica come forma totalizzante. Ho studiato pianoforte classico, a 14 anni ho scoperto il canto e ho cominciato a scrivere, però nel frattempo ho sempre fatto teatro. Ho sempre vissuto quest'ambivalenza tra attrice e cantautrice. Ho sempre disegnato, mi è sempre piaciuta la performance fisica. Godo di più quando sono sul palco a fare una performance, quindi lo faccio per un mio bisogno. A suonare in acustico, per quanto possa piacere allo spettatore, mi sento un'inetta. Ho la costante sensazione di annoiare, per me è uno stillicidio."

Su Facebook alla voce 'genere' hai scritto 'pop d'autore'.
"Tu dici che è pop d'autore? (sorride, ndr)"

Sicuramente è a metà tra cantautorato e pop singer, ma le etichette a volte sono tremende.
"Sì, servono per farsi un'idea a grandi linee. Tre anni fa allo stage del Tour Music Fest feci sentire un paio di canzoni al fratello di Max Gazzè, che mi chiese 'ma che genere fai?'. Sentì le due canzoni e disse 'hai un bel modo di scrivere, un bel pop d'autore'... pop d'autore! Questo cercavo (ride, ndr)."

Quindi dobbiamo tutto al fratello di Max Gazzè.
"Ma lui non lo sa, ovviamente."

Secondo te la riflessione di "Introverso" si può applicare, oltre che alla televisione, ai social network?
"Sì, tranquillamente. Il punto focale è non dover avere una cazzo di opinione su qualuque cosa, quindi credo che per i social vada benissimo. Avevo sempre il terrore da piccola delle scene di vita sociale in quei film dove trovavi i personaggi imbellettati che si dicevano 'Hai letto l’ultimo articolo di John Cosby?' 'Oh ma certo, e come non citare il trattato sul commercio del pepe di due giorni fa! Cosa ne pensi? Non lo trovi scandaloso?!' e via dicendo. Traumatico. Durante quei dialoghi pensavo sempre che io non avrei saputo cosa dire. Non sempre si ha un’opinione. Grazie al cielo. Anche se oggi sembra sempre più facile soprattutto sui social far credere di averla, quando nella maggior parte dei casi non è che un collage superficiale di opinioni altrui racimolate qua e là."

"La malinconia è la gioia di essere tristi", scriveva Hugo. Tu sei riuscita a capire "da dov'è che viene questa malinconia"?
"Non so da dove venga, ma credo sia semplicemente dovuta ad accumuli. Mi stavo chiedendo oggi – ho avuto una giornata terribile, con emicrania e senso di vomito, avrei voluto piangere per ore – se fino ad adesso avessi vissuto davvero sentendo quello che avevo bisogno di sentire o, inconsciamente, sentendo quello che capivo che gli altri avevano bisogno che io sentissi in quel momento. Vivo con la paranoia di essere un po’ ingombrante a livello di personalità."

Sul fatto che tu abbia una personalità forte non c'è dubbio.
"Però la vivo con un senso di colpa."

Domanda di cui già conosco la risposta: perché la simpatia è gialla?
"E perché l'istinto è verderame? La simpatia è gialla perché è gialla, è evidente (sorride, ndr)."

"Agli adulti piacciono i numeri. Quando raccontate loro di un nuovo amico, non vi chiedono mai le cose importanti. Non vi dicono 'com'è il suono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?'. Le loro domande sono: 'quanti hanni ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?'. Solo allora pensano di conoscerlo", dal Piccolo Principe. "La rivolta dei numeri" parla di questo?
"La rivolta dei numeri nasce come filastrocca, il ritornello l'ho aggiunto dopo. È una filastrocca che ho scritto per l'ultima interrogazione orale di matematica in quarta liceo, su goniometria. Ero lì a memorizzare formule sul coseno e mi dicevo 'ma davvero sto sprecando la mia vita a fare questo?'. Allora ho scritto la filastrocca promettendomi di dedicarla alla mia professoressa di matematica alla maturità, ma ovviamente mi sono dimenticata. Nasce da una frustrazione scolastica e arriva all’ingiustizia che io sento nel dover sempre basare tutto su valutazioni oggettive. Avere dei numeri davanti dà una finta sicurezza e ti fa pensare di avere le cose sotto controllo."

Insomma, qui si aspetta il secondo disco.
"Arriverà, è sarà ancora più bello del primo (sorride, ndr). Sarà più me."

 Daniele Sidonio 24/10/2016

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM