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“Heiner Müller Tre Paesaggi”: intervista a Tommaso Capodanno, Paolo Costantini e Marco Fasciana

Gli allievi del II anno del corso di regia dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio d'AmicoTommaso Capodanno (classe 1989), Paolo Costantini (classe 1996), Marco Fasciana (classe 1986) – si sono confrontati con l'opera complessa e oscura di Heiner Müller. In uno studio durato tre mesi, con la guida di Giorgio Barberio Corsetti e l'interpretazione degli attori del II anno del corso di recitazione e neodiplomati dell'Accademia, i tre giovani registi hanno messo in scena tre testi del drammaturgo tedesco. Innovativi, sperimentali, anti-convenzionali, allucinatori. Abbiamo rivolto a loro qualche domanda per scandagliare l'intensa forza creativa delle loro visioni.

Perché, tra tutte le opere di Müller, avete scelto di mettere in scena “HamletMachine”, “Paesaggio con Argonauti” e “Anatomia Tito Fall of Rome Un Commento Shakespeariano”?

Tommaso Capodanno: Ho scelto “HamletMachine” per un motivo molto semplice: non riuscivo a togliermelo dalla testa, mi risuonava dentro continuamente senza sapere perché, così ho deciso di lavorarci per capirlo. Mi ha colpito l'uso di Amleto, che Müller tratta come un archetipo. Prende i suoi pensieri e li mescola, con la sua vita, con gli eventi storici, per mandare un messaggio preciso alla Germania dell'Ovest, volto a smascherare la dittatura economica a cui era sottomessa, nascosta dietro un'illusione di libertà.

Paolo Costantini: “Paesaggio con Argonauti” – parte di un testo molto ampio, composto da “Riva Abbandonata”, “Materiali per Medea” e “Paesaggio con Argonauti” – mi ha colpito a livello di potenziali impressioni visive, oltre a essere il testo che meglio si prestava ad una elaborazione drammaturgica. L'idea di partenza era creare dei paesaggi attorno a vari testi e personaggi del mondo mülleriano, seguendo il tema del viaggio. “Paesaggio con Argonauti” era il testo perfetto perché è molto contemporaneo. Gli Argonauti sono naufraghi che hanno perso la loro eroicità, sono dispersi in un limbo di esistenza proprio come gli emigranti di oggi, bloccati in una sorta di “non-luogo” che ho cercato di trasporre nella costruzione scenica.

Marco Fasciana: “Tito Andronico” di Shakespeare, da cui Müller ha attinto, è un testo molto forte di per sé. L’autore è stato capace di farlo diventare materia viva e più vicina al suo tempo. Tra le parole e le immagini emergeva la riflessione sul rapporto tra attore e spettatore, in particolare sull'essere spettatore di vicende violente. Secondo Müller diventiamo anche noi parte della violenza nel momento stesso in cui la guardiamo. Credo sia questa idea che ho trovato nel testo che mi ha spinto a portarlo in scena.

In che modo avete lavorato e come vi ha accompagnato Giorgio Barberio Corsetti nel processo creativo dalla drammaturgia alla rappresentazione?

T.C: Per quasi 3 mesi io, Matilde D'Accardi che mi ha assistito per la drammaturgia, Gabriella Aiello che ha curato le musiche e gli arrangiamenti, abbiamo lavorato sulla scrittura scenica, inventando numeri di cabaret su Amleto e spot pubblicitari su Ofelia. Il processo creativo è stato un gioco, però condotto in modo rigoroso. Il Maestro Corsetti ci faceva rientrare nella giusta direzione quando ci allontanavamo troppo.

P.C: Il lavoro si fonda sull'immagine. Il problema più grande è stato trovare un modo per dare spessore scenico alle immagini astratte, difficili da realizzare e da controllare. Barberio Corsetti mi ha dato una spinta fortissima a cercare la concretezza in ogni cosa, senza di lui sarebbe rimasto tutto molto vago. Ho deciso di lavorare su tre livelli diversi: fisico-scenico, testuale e sonoro, con l'aiuto degli studenti del conservatorio di Frosinone. I suoni dovevano fare da ponte tra scena e testo.

M.F: Sono partito da Müller, poi ho letto Shakespeare, Ovidio, Seneca, fino al mito di Tantalo. Ho fatto un percorso a ritroso per capire se ci fosse un elemento che ritornava, se la storia personale di Tito Andronico potesse essere estratta e funzionare di per sé. In tutte le opere, il dramma familiare di Tito – lo stupro della figlia, l'uccisione dei figli – diventava esemplificazione di un dramma generale, portava alla luce istinti primordiali che sono iscritti nel DNA dell'essere umano, come la violenza, la libidine, il desiderio di supremazia. Mi sono focalizzato su questo, come punto di partenza per parlare dell'essere spettatore di violenza.

La vicenda di Amleto nella tua visione di “HamletMachine” si svolge in un cabaret tedesco degni anni Trenta, perché questa ambientazione?

T.C: Cercavo una struttura scenica che potesse rendere il ritmo “rotto”, completamente scostante del testo di Müller. Leggendo mi è venuta in mente l'immagine estemporanea di Amleto vestito da donna che cantava “Mein Herr” sulla bara del padre. Il pensiero è andato subito a “Cabaret” di Bob Fosse e a “Addio a Berlino” di Isherwood. Così ho iniziato a studiare il fenomeno del cabaret tedesco, in particolare quello della Repubblica di Weimar degli anni Venti e Trenta, luogo fondante di tutto il teatro tedesco... Reinhardt, Karl Valentin, Brecht vengono dal cabaret. In quegli anni di pesante censura, il cabaret rappresentava l'unico luogo in cui si poteva parlare liberamente di tutto, con ironia e crudeltà. Era quindi il contenitore perfetto per far dire ad Amleto tutto quello che non gli era concesso dire apertamente.

Quello che colpisce maggiormente della scenografia che hai costruito per gli Argonauti è la piscina con l'acqua in cui si muovono gli attori. Com'è stato lavorare con questo elemento scenico?

P.C: All’inizio pensavo che l'idea dell'acqua fosse di difficile realizzazione, invece il Maestro Corsetti mi ha appoggiato da subito. Il problema maggiore è stato il freddo, mi sono sentito quasi crudele quando vedevo gli attori che tremavano. Ero arrivato a pensare di rinunciare a questo elemento, ma gli interpreti sono stati molto generosi, mi hanno sostenuto, credendo in questa idea.

Perché proporre oggi un testo politico che parla di poteri forti come “Anatomia Tito”?

M.F: Non siamo così lontani da Müller oggi. Nonostante sia fuori dal nostro tempo, le sue parole continuano a colpire, perché raccontano di istinti propri dell’animo umano: la prevaricazione, la paura dello straniero, il ciclo infinito di violenza e vendetta senza alcuna possibilità salvifica. Per esempio il muro, centrale nella messa in scena, è un elemento che torna continuamente nella storia dell'uomo anche dopo il 1989, basta pensare a Trump, alle barriere anti-migranti, alla chiusura delle frontiere. Non possiamo fare a meno di scontrarci con tutto questo, anche se non era mia intenzione proporre un'analisi politica.

Siete partiti tutti e tre da un punto comune, ovvero lo studio approfondito dell'opera di Müller, poi avete lavorato in autonomia seguendo le vostre intuizioni. Che cosa avete pensato quando avete visto per la prima volta i rispettivi spettacoli?

T.C: Ho trovato coraggiosa la scelta dell'acqua che ha fatto Paolo, che permette di creare delle immagini molto belle. Adesso non saprei immaginare “Paesaggio con Argonauti” senza questo elemento. La resa scenica che ha ottenuto Marco è stata esteticamente d'impatto e la riduzione molto intelligente, cosa non facile perché è un testo molto complesso.

P.C: Il dato significativo sta nella natura diversa dei nostri approcci. Siamo rimasti tutti molto vicini a quello che per noi rappresentava Müller. Abbiamo messo la nostra energia sul testo e siamo riusciti, credo, a comunicarlo, seppure con stili diversi.

M.F: Ho apprezzato molto gli interpreti che hanno lavorato con Paolo, la loro capacità di abitare lo spazio scenico con convinzione. Gli attori erano immersi totalmente nell’idea del regista, questo perché Paolo è riuscito a trasmettere le immagini che aveva pensato conducendoli tutti dentro il suo paesaggio. Anche l'idea che ha avuto Tommaso, con il suo cabaret che coinvolgeva direttamente il pubblico, ho pensato fosse geniale.

Chiara Bravo
25/02/2017

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