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Gherardo Vitali Rosati: scrivere (di) teatro

FIRENZE – Chimenti chiede a Vitali Rosati. Doppio cognome e una bella valigia di pelle da dottore di campagna, spalle da nuotatore, ciuffo alla Sgarbi (o alla Federico Fiumani) che sempre cala sugli occhi, sorriso aperto, risata sonora. Fu l'ultimo ad arrivare nella scuderia dei critici fiorentini, il più giovane. Arrivava da Parigi dove faceva il dottorato, quando a Firenze c'erano ancora i giornali. E subito fu “buttato” nella mischia nella giuria di Luglio Bambino, manifestazione fucina dell'hinterland fiorentino che simbolicamente, a metà estate, chiude la stagione teatrale. Un piede nelle Marche, un altro in Canada, un po' di Umbria, un tocco di Mama newyorkese. Tra quelli della nuova leva uno dei più internazionali. Ma scrivere di teatro non gli bastava; da qualche tempo scrive teatro ed ha alzato l'asticella con vista regia, riduzioni e adattamenti, oltre che mezzobusto televisivo. È ambizioso GVR, e fa bene, la verve non gli manca, così come la dialettica agile e veloce, il savoir faire, la gentilezza, la disponibilità, soprattutto l'ascolto. Dote rara.000rosati

I tuoi spettacoli del cuore.
“Il colpo di fulmine è stato con Nekrosius. Andai a vedere Otelas al Metastasio e mi presi un posto nel leggione. Quattro ore di spettacolo in lituano volate in un attimo. Fino a quel finale dove era impossibile fermare le lacrime: Otello uccide Desdemona, ma lei si rialza e danza, spingendo il Moro a un ulteriore sforzo per portare a termine il suo piano. E poi La Tragédie d’Hamlet di Peter Brook. Andai al Comunale di Ferrara a vederlo. E quando Amleto diceva a Ofelia “Vai in convento” piangeva come un bambino, rendendo tangibile la sua frattura interiore. Negli anni poi ne ho visti tanti...Stupendo Les Ephémères del Théâtre du Soleil, a Parigi. Oltre sei ore di piccole o grandi tragedie quotidiane. Di cose belle ce ne sono state molte altre (ma anche brutte e bruttissime...!), me questi mi sono rimasti nel cuore. Hanno certamente segnato il mio percorso”.

Le persone del mondo del teatro (registi, attori, operatori, giornalisti) che, direttamente o indirettamente, ti hanno spinto a continuare a scrivere di teatro.
“Certamente i miei maestri, quelli diretti voglio dire. Prima Siro Ferrone. Avevo fatto un esame con lui e mi incontrò a una conferenza stampa, scrivevo da un paio d’anni per Teatrionline.com e mi propose di iniziare a collaborare con la sua rivista: Drammaturgia.it. Da lì mi ha insegnato moltissimo, leggendo e correggendo decine e decine di pezzi, insegnandomi come guardare, capire e raccontare 001rosatigli spettacoli. E poi George Banu, il mio professore di Master in Francia, critico celebre, che ho ammirato moltissimo. Ci sono stati poi i maestri di giornalismo, che mi hanno fatto capire che era possibile, come Francesco Bianchini, che mi prese come stagista presso la sede Ansa di Parigi, e poi Paolo Ermini, che dopo email, telefonate e incontri, mi scelse per il Corriere Fiorentino. Poi ce ne sono stati altri, ma ormai la strada era aperta”.

I tuoi attori/attrici davanti ai quali ti sei detto: “Ah, finalmente”.
“Negli spettacoli che ho citato prima c’erano alcuni dei più grandi attori che abbia mai visto. Vladas Bagdonas (Otello), William Nadylam (Amleto) e, per il Soleil, Duccio Bellugi Vannuccini, un italiano – di origini fiorentine – che lavora da una vita al Soleil, veramente geniale. Riesce a trasformarsi così bene nei tanti personaggi che interpreta in ogni spettacolo da rendersi irriconoscibile. Fra i big di recente ho adorato Orsini nel Prezzo, faceva un po’ il fool, un vecchietto rimbambito che risultava eccellente. Ma ci sono anche giovani straordinari come Linda Caridi, l’ho vista pochi mesi fa in uno spettacolo di Laura Forti. Una ragazza minuta e magrolina che ti sa incollare alla sedia e coinvolgere per tutto lo spettacolo. C’è poi Angelo Di Genio, che ha un talento davvero all’altezza del nome”.

Tommaso Chimenti 03/11/2016

L'ultima foto è di Federica Rugnone

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