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Recensito incontra Caterina Dazzi, in scena al Teatro Studio Uno di Roma con "Le Serve" di Genet

Caterina Dazzi e Michele Eburnea, entrambi allievi dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, dal 17 al 20 gennaio 2019 saranno al Teatro Studio Uno di Roma con "Le Serve" di Jean Genet: lo spettacolo è valso ai due registi il Premio Nazionale delle Arti 2018 - sezione regia. L’opera, ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1933 in Francia, è il dramma di due donne e della loro ossessione per la Signora, è un gioco grottesco e delirante, in cui si alternano amore e odio e in cui l’individuo non distingue più se stesso dal suo doppio. Sul palco vedremo lo stesso Michele Eburnea, Sara Mafodda e Mersila Sokoli (tutti allievi in corso dell’Accademia). In occasione di queste quattro serate, abbiamo intervistato Caterina Dazzi.

Come mai un adattamento di Genet, di cosa volevate parlare?

"Abbiamo preso "Le Serve" come pretesto, che in fondo è quello che ha fatto anche Genet. A lui interessavano da un lato la condizione dell’emarginato - anche perché la maggior parte delle sue opere, compresa questa, furono scritte in carcere - e dall’altro il dualismo realtà-menzogna. Nel nostro adattamento ci siamo concentrati molto sull’idea di chiusura e di gabbia poiché le serve sono chiuse in un gioco di finzione, di menzogna. E lo abbiamo fatto lavorando soprattutto su ripetizione e variazione."

Dove sta, secondo te, la contemporaneità di Genet oggi?

"Credo che non stia nella forma, e nemmeno in una denuncia politica, ma nel tentativo di spiegare se stessi e a se stessi i propri comportamenti. Le serve fanno molti sogni che sono sogni erotici dello stesso Genet, come ad esempio quello di seguire un galeotto in giro per il mondo. L’opera di Genet è un’indagine su se stessi, è un’indagine sul ruolo che ciascuno ha all’interno del proprio quadrato."

Quali sono i cardini dello spettacolo?

"Lo spettacolo è costruito su colpi di scena, anche perché abbiamo tradito in certe misure il testo originale. Ma è fondamentale l’aspetto metateatrale, che è un artificio che ricorre spesso nei miei spettacoli."

Come mai questa passione del teatro nel teatro?

"Perché in fondo è quello che facciamo. Perché nel teatro siamo dei bugiardi. Come ha detto Peter Brook, sul palco distilliamo una bugia, portiamo sulla scena una finzione e la vendiamo al pubblico."

Genet avrebbe voluto che ad interpretare le tre donne fossero tre uomini, come hai letto questa sua volontà?

"Sartre descrive molto bene il motivo per cui Genet non volesse tre donne: è interessato alla bugia, alla menzogna, alla rottura tra la realtà e l’apparenza. La realtà si può vedere solo in quel punto di rottura. Genet esaspera la bugia e quindi vuole che ad interpretare tre donne siano tre uomini."

La menzogna sembra essere il filo conduttore…
"Sì, alla prima Genet venne criticato per il modo in cui faceva parlare le due serve: a detta del pubblico, si esprimevano in modo troppo pomposo. Lui disse che se fosse stato una serva, avrebbe certamente parlato così."

Torniamo agli attori. Perché avete deciso di portare sul palco due donne e un uomo?

"Oggi come oggi non è motivo di scandalo avere degli uomini che interpretano donne: se posso dire la verità, ce ne siamo fregati del genere. Anche perché la nostra idea di regia è quella di un gioco, quindi non ha nessuna importanza che ad interpretare una donna sia necessariamente una donna."

A proposito di quest’opera Sartre scrisse: «La signora vive sulla scena, attraverso pareti ed oggetti»: avete mantenuto questo elemento nella vostra scenografia?

"Gli oggetti e le pareti trasudano l’essenza della Signora, perché è attraverso i suoi oggetti che quella vive, ed è attraverso questi che si fa amare ed odiare. Inoltre le serve vivono solo in questo spazio, tra i suoi oggetti, anche se lei non c’è. Lo spazio definisce le serve e risponde alle loro domande e a quelle di ciascuno di noi: chi sono io, che ruolo ho in questo gioco, che ruolo ho nella vita."

L’unico modo che ci rimane per definire le due serve è attraverso lo spazio?

"Sì, come è per tutti. Ognuno di noi si ridefinisce ogni volta che cambia spazio. Quando sono a Parma parlo il parmigiano, quando sono a Roma torno a parlare come un cristiano. Lo fanno tutti, è normale. La nevrosi delle due serve deriva dal fatto che non hanno un ambiente proprio, se non la mansarda, che però detestano fino alla morte. E infatti nella mansarda loro non ci stanno mai, la mansarda non compare, viene solo nominata. Loro sono chiuse in uno spazio unico, quello della Signora, che è una gabbia, ma è anche l’unico spazio che le definisce."

La prima volta con Eburnea alla regia?
"Sì, è la prima volta che condividiamo la regia di uno spettacolo. Michele ed io abbiamo già lavorato insieme ad altri progetti, ma in genere la regia è mia e lui mi fa da attore."

Come è andata?
"Michele ed io funzioniamo perché anche se siamo molto diversi, e arriviamo a scontrarci, riusciamo a compensarci e abbiamo sempre un obiettivo comune, una “poetica” comune. Quando si parla di teatro due teste funzionano meglio di una, e noi lavoriamo come una compagnia, ci affidiamo a degli attori intelligenti. Poi è sempre una bella esperienza fare una regia condivisa, ti mette molto in discussione e sentivo di volerlo fare. Del resto Michele è una persona di cui mi fido."

Un anno fa hai detto in un’intervista a Elisa Torsiello che ti sarebbe piaciuto mettere in scena "Il Maestro e Margherita" di Bulgakov: è ancora così?

""Il Maestro e Margherita" lo sta facendo Baracco in questo momento, un capolavoro, e Letizia Russo è una bomba, quindi adesso per almeno dieci anni non ci posso proprio pensare."

E prima di questi dieci anni?

"Sono sempre molto interessata a raccontare il mondo dell’assurdo, e non parlo di teatro dell’assurdo, ma di elementi surreali, magici, grotteschi: per esempio ho appena messo in scena Garcia Lorca. Noi viviamo in una realtà violenta, anche se a volte è velata, e tutto ciò che mi fa paura tendo a renderlo grottesco nella mia testa per sopportarlo. Sono interessata a questi meccanismi: da dove derivano? A cosa portano? Perché funzionano? Perché le persone hanno bisogno di credere in una realtà falsa o parallela? L’altro giorno al semaforo un tizio ha cercato di vendermi un bradipo impagliato: pazzesco! Forse sono molto spaventata dalla noia, ma mi sembra che l’assurdo dia senso al mio quotidiano, alla mia giornata."

Laura Caccavale 19/01/2019

 

 

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