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“PianoMan tour”, gli «altri tempi» al nostro tempo. Matthew Lee all’Alfieri di Firenze

Apr 21

Viviamo in un tempo fatto della somma di tanti tempi: passato, presente, futuro. La musica può creare un legame tra ciò che stato, ciò che è e tutto quello che invece potrebbe essere e che inizia a prendere forma da un’idea e la rimodulazione di essa. Assistere a un concerto di Matthew Lee è un po’ questo: è arrivare al cospetto della tradizione rendendole omaggio ma attraverso la sua odierna “lettura”, è arrivare al presente attraverso il passato che continua, indisturbato, la sua azione di contaminazione e silenziosa influenza; e se la storia è ripresa in un presente che da essa può farsi ancora “condizionare”, non può che nascere qualcosa di assolutamente originale, autentico, così “fresco” da essere, a tutti gli effetti, una moderna-novità.  “PianoMan tour” è il concerto per piano solo che è stato presentato mercoledì 18 aprile sul palcoscenico dello Spazio Alfieri di Firenze, tratto dall’ultimo album uscito per la Decca – Univeral.
Matthew lee minQuesta lunga premessa è servita per introdurre il lavoro di Lee, giovane musicista pesarese con un amore spassionato per il rock’n’roll, che oggi vanta già oltre mille concerti in tutto il mondo, oltre la presenza in tempi storici del jazz come “Lionel Hampton Jazz Club” di Parigi o il “Cincinnati Blues Festival”. Parliamo di un performer reale e originale, senza "sovrastrutture", che mette al primo posto la musica, il gusto e anche il diletto di suonare. Matthew Lee (Matteo Orizi) è davvero un Piano-Man, ma è anche uno show-man in grado di interagire con il pubblico che intende stupire, affascinare e sorprendere dando vita a modi del tutto insoliti di suonare lo strumento. Egli mette il talento a servizio dell’immaginazione e si lancia, quasi come in un gioco, in delle prove musicali; ma servono grandi capacità per poter mettere insieme elementi del blues, del rockabilly, i back beat accentuati del boogie-woogie a esperienze lontanissime da questi generi, come la musica colta o i capisaldi del cantautorato italiano. E, senza dubbio, Lee ha tutte le carte in regola per "giocare" abilmente con questi elementi.
L’esempio che meglio permette di comprendere questo aspetto è forse “rock on classic”, l'insieme della “Rhapsody in Blue” di Gershwin, il “Per Elisa” di Beethoven o il “Libertango” di Piazzolla a cui si mescolano i ritmi accentuati tipici degli anni ’50 e ’60, gli stessi che vanno a contaminare anche la Tarantella di Rossini con cui chiude il concerto. E per creare l’occasione in cui diverse tradizioni si possono effettivamente incontrare, bisogna avere conoscenza di esse e capacità tali che permettano di superare la semplice esecuzione a favore di un’interpretazione originale e consapevole. Questo rock-sul-classico lo ritroviamo anche nei brani riadattati come “L’Isola che non c’è” di Bennato o la versione di “Fiore di Maggio” di Concato, sempre con l’obiettivo di «provare a riscoprire, reinventare, attualizzare il rock’n’roll». Al fianco di esperienze di questo tipo, “PianoMan tour” è anche l’omaggio ad artisti come Little Richard, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Fats Domino e agli intramontabili capolavori di “Tutti Frutti”, “Johnny B. Goode”, “Great Balls of Fire” che rappresentano le vere fondamenta (e il punto di partenza) di Lee, una passione che l’ha fatto radiare dal conservatorio al quale era iscritto, per incompatibilità del suo stile “esuberante” con gli studi classici.
Il concerto ci fa davvero un po’ tornare agli anni che celebra: un piccolo teatro, dei tavolini in fondo alla sala e un solo pianoforte con il suo elegante musicista sul palcoscenico. Con Matthew Lee, per usare il titolo di una canzone tutta sua, sembra davvero di stare in «un tempo d’altri tempi. Come nel film “La Dolce Vita”… come Marcello ed Anita».

Laura Sciortino 18/04/2018

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