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In Den Gangen - Un valzer tra gli scaffali: una commedia romantica a cui il cinema italiano dovrebbe volgere lo sguardo

ManzoPiccirillo

In uno dei suoi più celebri testi Marc Augé definisce un “non luogo” lo spazio asettico della transizione, del dinamismo individuale. Tramutare il prototipo di un non luogo quale il grande supermercato di una periferia della Germania dell’Est in un cuore pulsante di sentimenti, affetti e passioni è l’encomiabile lavoro a cui si è prestato il regista tedesco Thomas Stuber per il suo promettente e sorprendente In Den Gangen - Un valzer tra gli scaffali. Tratto dall’omonimo racconto di Clemens Meyer, il film segue la tenera e impossibile vicenda amorosa tra il timido e riservato Christian e la fragile e sfuggente Marion. In prova al supermercato, lo scaffalista notturno è un bravo ma goffo ragazzo dal passato ribelle e scapestrato; la dolcezza dei suoi occhi si contrappone all’aggressività dei suoi tatuaggi, che ogni giorno meticolosamente cela con il camice da lavoro. Il suo riscatto sociale e morale passa attraverso corridoi pieni di paste, bevande e muletti, scanditi dalla profondità armonica di suite n.3 di Bach, in un ambiente di lavoro eterogeno ma coeso. Oltre alla visione angelica di Marion, la causa dell’incantevole quotidianità del nostro protagonista è dovuta all’affabilità dei suoi colleghi, in primis del suo referente, il malinconico Bruno. Quest’ultimo, inizialmente diffidente e burbero nei suoi confronti, si mostra essere un degno e professionale padre putativo, oltre che un fraterno amico: gli insegna a guidare il muletto, condivide le pause e le sigarette, lo incoraggia a corteggiare Marion, nonostante sia infelicemente sposata.

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Con fare cavalleresco Christian attira l’attenzione della ragazza, che inizialmente lo canzonava: la macchinetta del caffè diventa un romantico luogo d’appuntamento, un tortino al cioccolato il dono più prezioso che una donna possa ricevere. Nelle garbate attenzioni del “novellino” Marion ritrova quella semplicità, quella gentilezza d’animo sopraffatte da un matrimonio vile e violento. "Un valzer tra gli scaffali" è una magica commedia romantica sullo sfondo di un realismo poetico scevro di stucchevolezza, bensì capace di trarre fuori da un’apparente banalità quotidiana un’umanità sofferente, tenera, desolante. La rilevante, ma non eccelsa, interpretazione di Franz Rogowski (premiato in patria come Migliore Attore del Cinema Tedesco 2018), un giusto equilibrio musicale tra classico e postcontemporaneo e un finale cupo e al contempo trasognato rendono quest’opera di Stuber un piccolo gioiello evasivo, dove anche il metallico rumore della macchina dell’alienazione, il muletto, può evocare  lo sciabordio delle onde del mare. Basta seguire la semplicità della fantasia. Una lezione tedesca all’italiana retorica sul discorso amoroso che desta un provocatorio quesito: attualmente dov’è è finita la nostra carismatica leggerezza nell’affrontare certe tematiche, storicamente più che abile nel contrastare l’algida recitazione teutonica?

Piero Baiamonte 08/02/2019

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