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Querelle de Brest di Rainer Werner Fassbinder ovvero quando amore e morte ballano nello stesso bordello

In occasione della settimana del Pride 2023, la Cinema Mundi Coop. Soc. Onlus, ente gestore del Nuovo Cinema Aquila, l’associazione PlusRoma, in collaborazione con l’associazione giovanile “La Cetra di Apollo”, presentano: ‘GLORY HALL’ un evento per promuovere una corretta informazione sulla sessualità e il desiderio attraverso la cultura cinematografica a tematica LGBTQ+. A coronare l’evento è stata la proiezione di Querelle de Brest di Rainer Werner Fassbinder.

"Durante la battaglia, un soldato era caduto faccia a terra. Il suo nemico si preparava a dargli il colpo di grazia. 

Gli chiede di lasciargli il tempo di voltarsi affinché il suo amico non lo trovi con una ferita alle spalle.” Plutarco, De Amore

Era il 10 giugno 1982 quando il regista Rainer Werner Fassbinder ci lasciò per overdose di cocaina a soli 37 anni e con più di trenta film all’attivo, considerando solo i preziosi contributi per il grande schermo; la mano censoria sul film ed il presunto percorso di “autodistruzione" intrapreso dal regista sono solo infondate ed irrispettose opinioni su una vita densa che trovava una continuazione nei film e sulle realtà che gli orbitavano intorno. Per la prematura dipartita, l’autore non riuscì neanche ad ultimare il montaggio. Presentato postumo a Venezia, impresse subito un forte senso di morte sullo spettatore. Un sentore che permea tutti livelli di un’opera che, come dicevamo, già vanta un’importante impalcatura tecnico-artistica: dal testo di Jean Genet alla carica eversiva e corrosiva della regia - stanca per i motivi di cui sopra -, dall’unto Liberty percorso dai topi e scolorito dal degrado portuale ad una fotografia resa opaca e offuscata da un misto di salsedine e umidità, la ricostruzione teatralistica e decadente del porto di Brest, il tono epico e scanzonato delle musiche. Una riflessione sull'omicidio e le sue implicazioni estetiche e morali vengono subordinate al tema identitario; l'omicidio diviene per Querelle motivo per realizzare se stesso. Riduttivo sarebbe provare a riportare qui la trama essendo alla presenza di un film spinto più dal naufragio personale, vagabondaggio e sugli incontri dei personaggi, di Querelle e suo fratello, accomunati da una somiglianza che è stranamente motivo di attrazione per gli altri. Il giovane marinaio è gravato da una forte corporeità, da determinate curiosità di un micro mondo, quello del porto, dove molto è giunto alle sue estreme conseguenze. Come in uno specchio deformato. Una realtà che per essere credibile o vera deve cercare una rappresentazione nella sua estrema conseguenza. Un caos che profila corpi, costruzioni, oggetti, istituzioni nella sua “modellabilità”. Una fotografia opacizzata e mangiata dalla salsedine del mare, prossimo a far naufragare un’umanità forse già approdata altrove (Brest come ultimo baluardo identitario o solo mera collocazione geografica?). 

Forse uno dei film più spirituali per un regista e un uomo che qui dirige “con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole”. Querelle, Lysiane, il tenente Seblon, Vic Rivette, Roger Bataille, Nono, tutti sono l’immagine simbolica dell’ospite reincarnato, del divino che appare e scompare nella vicenda umana (vd. i soliloqui poetici e la musica corale che spesso introducono più di un sotto testo). Un film che doveva fare Sam Peckimpah ma che esplica tutta la poetica precedente: da Il diritto del più forte alla trilogia tedesca fino a Il matrimonio di Maria Braun. Qui la femminilità non è poi così centrale anzi è quasi esclusa, rispetto alla filmografia precedente, nonostante le attrici in scena. Qui ci sono Jeanne Moreau che quando è inquadrata è sempre speculare ad uno specchio vicino. Paulette (Natja Brunckhorst), la ragazza protagonista di Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, appare in delle foto erotiche estratte da un cassetto. Due donne evanescenti sono le risolutrici de film. Una tetralogia di nomi attorno Fassbinder: da Genet come fondamenta per un film senza trama, abbiamo detto, e chimera di più d’un sottotesto, come, per esempio, su mascolinità e virilità. Il libro di Genet è il più incomprensibile e destrutturato di altri suoi e qui Fassbinder un po’ se ne distacca arricchendo la sua pellicola di molti altri contributi artistici. 

Un altro dato importante è che si tratta del primo ed unico film che uno dei capisaldi del Nuovo Cinema Tedesco fa su commissione, tutti gli altri li fece su iniziativa personale. L’altra assonanza, che si aggiunge ai nomi di cui sopra, è il fatto d’essere un’opera postuma, esattamente come il Salò pasoliniano. Entrambi, liberamente ispirati al De Sade, trattano temi adiacenti (la violenza, l’amore, il tradimento, l’assassinio). Oscar Wilde, altro nome che sottolinea la densità del film, “dona” la famosa canzone Each man kills the thing he loves cantata dalla moglie di Fassbinder, interpretata da Jeanne Moreau e tratta da The Ballad of Reading Gaol del romanziere e poeta irlandese. Ed infine Andy Warhol autore del manifesto di allora. C’è il poliziotto, il marinaio, i palestrati tutto un sottotesto che raccoglie il kitsch, una certa ideologia figurativa dell’epoca. Seppur avendone un certo distacco, per apprezzare appieno il film non ci si può esimere dalla lettura del romanzo omonimo. La narrativa di Genet di sovente di confonde con la sua vita, passata tra carcere e bassifondi in cui marinai, ladri ed assassini ebbero una notevole importanza nella sua formazione.  Un’opera densa che sfida la soglia dell’attenzione molto bassa della platea moderna. Siamo molti passi indietro rispetto al fervore artistico e non solo di quegli anni. Da quel periodo e da quel movimento ne usciranno anche Werner Herzog, Derek Jarman, Peter Greenaway ed altri. Franco Nero disse che per questo film i soldi non c’erano - Warhol presenziava sul set - e che bisognava andarli a ricercare giorno per giorno, fino all’estrema conseguenza che spinse Fassbinder a vendere ad altri paesi i diritti dei suoi film. Un grande spirito di libertà e sacrificio. Rispetto ad altri film di Fassbinder c’è un concetto teatrale molto bello e rigoroso. Un’opera d’arte visiva e totale con una bellezza fotografica e pittorica ancora uniche e ineguagliate. Il senso del film è anche in tutto questo ed un restauro dignitoso porterebbe ad un altro concetto di video-arte, se vogliamo, rischiando anche di cambiare la natura del suddetto. Teatro nell’immagine, come anche la letteratura. Una produzione underground del tipo Morissey o Kenneth Anger, qui d’ispirazione per un’iconografia anche in cerca d’una spettacolarizzazione. 

Nella giuria di Venezia del tempo, Marcel Carné lottò fino alla fine per averlo in gara e sul fatto che non vinse nulla disse: 

«Voglio aggiungere alcune parole a titolo personale. Come Presidente della Giuria non sono riuscito a convincere i miei colleghi a premiare il film "Querelle" di Rainer Werner Fassbinder. Sono stato il solo a difenderlo. Tuttavia continuo a credere che l'ultima opera di Fassbinder, che lo si voglia o no, che la si deplori o no, avrà un giorno il suo posto nella storia del cinema».

Marcel Carné ha avuto più d’una chiaroveggenza e non è un caso se Fassbinder era molto vicino al melò del regista francese. Un linguaggio ipertrofico che stupisce fin dalle pagine del romanzo che diventa ancora più crudo, tenero ed iperbolico svicolando a tratti in un linguaggio triviale e sboccato. Torbide esistenze ed amorosi inganni pullulano in altri film: Effi Briest, Il diritto del più forte, Il matrimonio di Maria Braun dove i sentimenti sono sottolineati ed esasperati dalla tecnica dell’overloaded soundtrack (colonna sonora sovraccaricata); in Berlin Alexanderplatz, suddiviso in episodi nei quali il protagonista cade in una corruzione sempre più profonda, impiega la monodia lirica come grido nostalgico e unificante, ma anche come colonna sonora a contorno dei momenti di elucubrazione sospesa del personaggio sull’azione. Uno dei più grandi esponenti del Nuovo Cinema tedesco degli anni ’80 ha eredi? Forse Ozon (recentemente in sala con Peter Von Kant che rovescia Le lacrime amare di Petra von Kant). Interessante oltremodo sarebbe chiedersi cosa ne uscirebbe da un film così se anziché un protagonista avremmo una protagonista al centro della non-vicenda narrata o per lo meno c’è un corrispettivo femminile di Querelle nella storia del cinema? Ai posteri l’ardua sentenza.

Lorenzo Fedele 10/06/2023

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