Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Corpi umani, creature animali: Yorgos Lanthimos con il nuovo film in arrivo ad ottobre

Il 12 ottobre arriverà in Italia Povere creature!, il nuovo film di Yorgos Lanthimos. Adattamento del romanzo Poor Things di Alasdair Gray, la pellicola rappresenta un nuovo tuffo del regista greco nella materia fantascientifica (stavolta più fanta e meno scientifica).
L’aspettativa è quella del ritorno del cinema dell’assurdo, dell’irreale, forse dell’iper-reale, a giudicare dalle immagini rivelate dal trailer, del massimo esponente della “Weird Wave” greca. A questo Lanthimos ci ha abituato e non pare vi siano dubbi che lo spirito provocatorio del suo cinema rimanga al cuore di questo nuovo film.
Il disagio di una persona e di una generazione che hanno vissuto in prima persona la grave crisi economica del proprio paese all’inizio degli anni 2000 permane come un’ombra a perseguitare la produzione dell’artista, anche quando si allontana sempre di più dal paese e le realtà produttive in cui l’attività e il discorso poetico sono cominciati.
Se non vuole sorprendere (e di questo siamo abbastanza certi), Lanthimos vuole sconcertare, portare lo spettatore in situazioni inaspettate e spesso sgradevoli. Immagini che colpiscano duro, come un videoregistratore nel cranio.
Traumi fisici, brutalmente e inaspettatamente esibiti, urtano continuamente i suoi personaggi.
I corpi sono d’altronde sempre lì, a riempire le inquadrature, così “reali”, così “fisici”, a mettere in mostra gli effetti di una violenza fisica, spesso autoinflitta: che sia una bocca colpita da un manubrio o un naso violentemente sbattuto su un tavolo. Le brutali sequenze di Lanthimos rammentano una dimensione di concretezza carnale che ci riporta al nostro stato di esseri fisici e fragili.
‘Esseri’ sicuramente, ‘umani’ non è garantito. Il grande legame della produzione del regista greco col regno animale, dai titoli (The Lobster, 2015, Il sacrificio del cervo sacro, 2017) alla preponderante presenza faunistica sulla scena, sta lì a ricordare che in fondo non differiamo molto da essi. I rapporti sessuali, in prima istanza, si rivelano atti meccanici privi di coinvolgimento emotivo, ma anche quasi di piacere, riducendosi all’atto riproduttivo mosso unicamente da un istinto di sopravvivenza. Ancora corpi “fisici”, che si incontrano di fronte alla telecamera nudi, “naturali”, privati di ogni componente erotica e di appeal sessuale.
E si parla sempre di corpi quando li troviamo confinati nello spazio, relegati in ambienti delimitati, metaforicamente o letteralmente prigionieri, sottoposti al controllo di un’autorità superiore. Eppure, confinati in luoghi apparentemente non soffocanti, godono ancora dell’illusione di una fittizia libertà.
La concretezza fisica limitata nello spazio e sottomessa ad un controllo accende nello spettatore un disagio non razionalizzato, direttamente risalente a quelle condizioni sociopolitiche ed economiche vissute dal regista nella madrepatria.
Nel profondo di noi stessi, privati di una censura razionale ed equilibrata (Freud lo chiamerebbe Super-io), siamo degli animali, posti in un contesto sociale, un’organizzazione che ci sottopone al controllo di un potere superiore in possesso del nostro destino, arrogantesi il diritto di decidere contro la nostra volontà. Se questa è la brutta notizia, quella pessima è che le alternative non abbondano. Il solo modo per sfuggirvi parrebbe un’azione dagli esiti tragici.
Una figura femminile al centro del nuovo film: niente di nuovo per Lanthimos. L’adeguamento muliebre di un archetipo così abusato come quello del mostro di Frankenstein pare suggerire il ritorno della ricerca di un senso di appartenenza, un legame, un posto all’interno di qualcosa a cui in verità siamo estranei. Legami basati su un contatto emotivo, che si costruiscono ma altrettanto facilmente si distruggono, perché, ancora una volta, in fondo non siamo che animali.
Sebbene una dimensione ludica pare essere ereditata in quest’ultima pellicola dal precedente La favorita (2018), non possiamo certo aspettarci un ottimismo di fondo da parte del regista. Lo spettatore consapevole si recherà in sala per una dissezione dell’animo umano.

Davide Tovani  12/06/2023

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Sentieri dell'arte

Digital COM