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La ferita del passato in "Hiedra": al cinema dal 27 maggio

13-05-2026 17:18

Redazione

Cinema e tv,

La ferita del passato in "Hiedra": al cinema dal 27 maggio

Il trauma dell’abuso non si cancella, si insidia silenziosamente per poi soffocare ogni possibile futuro. È questa la metafora che ruota attorno a Hie

Il trauma dell’abuso non si cancella, si insidia silenziosamente per poi soffocare ogni possibile futuro. È questa la metafora che ruota attorno a Hiedra (2025), terzo lungometraggio scritto e diretto dalla ecuadoriana Ana Cristina Barragán, vincitore del Premio Orizzonti come Miglior Sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia, in arrivo nelle sale italiane dal 27 maggio. 
Il titolo, che si traduce come “edera”, diventa il fulcro simbolico dell’intera opera. L’edera è una pianta che presenta una dualità: tanto affascinante da guardare quanto tossica e soffocante. È proprio la sua natura ambivalente a rispecchiare l’ambientazione a Quito, una città bellissima ma spettrale, perennemente avvolta dalla nebbia. 
La protagonista è Azucena (Simone Bucio), una trentenne il cui sviluppo emotivo si è bloccato all’infanzia a causa di un abuso subito a soli tredici anni. Quella violenza è la sua edera interiore, che la tiene prigioniera di un passato in cui rimase incinta di un bambino che fu costretta ad abbandonare precocemente. 
Spinta da un istinto primitivo, Azucena inizia a osservare alcuni ragazzi di una casa-famiglia, stringendo un rapporto ambiguo e viscerale con Julio (Francis Eddù Llumiquinga), che si rivelerà poi essere il figlio perduto. 
Barragán elegge i corpi e i volti a epicentro narrativo e, per raggiungere la massima autenticità, compie una scelta di casting ben precisa: ad eccezione di Simone Bucio, gli interpreti sono quasi tutti attori non professionisti. Si tratta di adolescenti privi di esperienze pregresse, tra cui lo stesso Llumiquinga (scoperto mentre giocava a calcio con degli amici), che portano sullo schermo una purezza espressiva incontaminata. 
A valorizzare questo impatto iperrealista è la fotografia di Adriàn Durazo, che attraverso l’utilizzo di lenti sferiche retrò, ha trasformato la macchina da presa in un testimone discreto.
Hiedra si rivela così un’opera dolorosa e profonda sull’abbandono. 
Un dramma che va oltre la superfice, negando spiegazioni didascaliche per lasciarci immergere -come affermato dalla regista- «in ciò che non viene detto, in ciò che resta fuori dal racconto».

 

Angelica Adario  13/05/2026

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