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"La vita ferma": Recensito incontra Alice Redini

La vita ferma. Sguardi sul dolore del ricordo” – in scena al Teatro India di Roma dal 3 al 14 maggio – è uno spettacolo in tre atti che affronta la perdita, il dolore e il ricordo. Tra traslochi, primi incontri, sale d'attesa e abiti a fiori, si intrecciano le vicende di tre protagonisti (padre, madre e figlia) alle prese con il superamento – difficile e complesso – del lutto. Recensito ha incontrato i tre interpreti (Riccardo Goretti, Alice Redini e Simona Senzacqua) e l'autrice Lucia Calamaro. Alice Francesca Redini - si diploma presso l'Accademia dei Filodrammatici di Milano - prima dell'incontro con Lucia Calamaro lavora con il Teatro dell'Elfo diretta da Elio de Capitani, con Cesar Brie, con il Teatro Carcano per le regie di Giulio Bosetti e Giuseppe Emiliani, con il Teatro Filodrammatici diretta da Bruno Fornasari. È stata inoltre una delle Beatrici di Stefano Benni diretta da Giorgio Gallione e dall'autore stesso.

Lo spettacolo “La vita ferma” ha un testo estremamente drammatico. Quali sono le difficoltà nell'affrontare una parte del genere?

“È molto impegnativo ogni sera. Non ti puoi permettere di vivere il ruolo all'80%, devi esserci completamente. L'impegno deriva dal dover essere molto onesto per poter portare quelle parole e quelle emozioni in scena, in modo che sia aliceredini3vera. Il ruolo è nato molto naturalmente. Abbiamo toccato le corde giuste già durante la lavorazione con Lucia [Calamaro, regista] e gli altri personaggi. La tristezza propria del racconto che portiamo in scena si sentiva da un po', quindi è stato un po' uno sfogo. È stato abbastanza naturale arrivare al momento drammaturgico”.

Nello spettacolo usate i vostri veri nomi: è un po' come portare in scena se stessi, una sorta di psicanalisi sul palcoscenico

“Sì, possiamo dire che ha a che fare con la psicanalisi. Ci sei tu in scena, con i tuoi limiti, con le tue potenzialità, le tue paure, i tuoi sentimenti. Sei esattamente tu. Lucia ci tiene che gli attori siano se stessi. È la prima volta che mi capita che un regista mi chieda di essere me stessa in scena: mi ha mandato in tilt. Ho sempre interpretato dei ruoli e dei personaggi e, per quanto poi ogni ruolo sia interpretato da te e quindi venga condizionato dalla tua personalità, si tratta sempre di finzione. In questo caso è stato molto più brusca, più netta, la richiesta di essere me stessa in scena. Lucia si fida e vuole che tu abbia fiducia in te stesso. Io ero bloccata dal pensiero di non essere abbastanza interessante: come faccio a portare Alice in scena? E invece se rischi davvero di essere te stesso, se porti la vita vera, reagisci davvero, vivi davvero ogni sera lo spettacolo che porti in scena. È meraviglioso. Dal punto di vista personale e professionale è una crescita incredibile. Sono davvero grata all'incontro con Lucia che ha voluto molto da me. Non l'ho ancora superato, ho sempre un po' paura di fidarmi di me e questa forse è davvero psicanalisi”.

Hai riscontrato una differenza nel lavorare con una regista donna?

“È importantissimo il fatto che sia una donna. È diverso rispetto alle esperienze che ho fatto prima. Non voglio generalizzare, ma la sensibilità si sente. È come nella vita: il rapporto tra due donne è diverso rispetto a quello tra un uomo e una donna. C'è quell'intimità, quella confidenza molto profonda alla quale arrivi in molto meno tempo. Ti prendi più sul serio, non ci sono filtri. È molto più immediata. Anche crudele, in un certo senso, perché non ci sono sovrastrutture. Io ammiro tantissimo Lucia, anche perché è donna: in fondo, nel nostro Paese, in questo mondo, una donna per essere presa sul serio deve fare una fatica incredibile e lei non si risparmia mai”.

Hai dichiarato – in un'intervista precedente – di essere arrivata a un punto della tua carriera dove riesci a dire dei no. Quanto pesano, se pesano, questi no?

“Pesa più la paura prima del no. Anche se sapevo che la mia risposta era no, avevo paura del senso di vuoto, del senso di colpa, del pentimento. Adesso, invece, che sto iniziando ad affrontare questa paura e a crescere anch'io come persona, vedo che poi una volta che dici di no e sei consapevole della tua scelta, vai avanti. Inizi a cercare dei sì e quei no iniziano a non pesare più. I sì diventano veri, sentiti. Per me Lucia è stato un sione. È bello sentire la differenza. Poi è tutto in discesa”.

Aliceredini4Da tempo, ormai, ti stai avvicinando alla scrittura. In futuro, ti vedi di più come attrice o come autrice?

“Io mi vedo come autrice, attrice e regista. Tutto! Voglio tantissimo dedicarmi anche a questa parte della mia vita, mi piacerebbe creare una compagnia, iniziare a lavorare a tutto quello che ho accumulato finora. Adesso voglio il mio spazio, voglio dire delle cose. Anche da questo punto di vista c'è lo zampino di Lucia: ci siamo conosciute in un laboratorio di drammaturgia circa quattro anni fa e lei mi ha convinta che forse, qualcosa da dire ce l'ho e che è vero che ho delle potenzialità. Da lì mi sono liberata dalla paura di non saperlo fare. Ho un sacco di file nel computer che prima o poi prenderanno vita: voglio farlo e sento questo desiderio”.

Possiamo dire che hai realizzato il tuo sogno: hai trasformato la tua passione in un lavoro. Cosa ti sentiresti di dire ai giovani attori e attrici che ci stanno ancora provando?

“Ci sono momenti in cui ancora adesso mi sento demoralizzata. Parliamo delle dinamiche che fanno parte di questo lavoro, del riconoscimento anche economico (o della sua mancanza) che ogni tanto inevitabilmente ti manda in crisi. Però direi di continuare sempre. Soprattutto, se si vuole fare qualcosa bisogna farla, anche da soli, senza aspettare che arrivi qualcuno a dirti che si può fare. In questo io sono molto incoraggiata da Lucia: non è necessario aspettare il regista che ti mette in scena. Spesso le cose più interessanti sono quelle che nascono per caso, anche dagli attori stessi che si cimentano nella drammaturgia. Sono cose oneste e inaspettate”.

Viola Barbisotti 13/05/2017

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