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“Caravaggio, il Doppio e la Copia”: una mostra innovativa per celebrare i trent’anni anni del F.E.C.

Nelle immense sale di palazzo Barberini, separata eppure unita nel percorso espositivo della struttura, si svolgerà fino al 16 luglio una mostra di piccole dimensioni ma di ampio respiro: quattro dipinti, divisi per coppie, due versioni diverse della stessa composizione vengono messe a confronto sollevando non poche questioni. Lo spettatore introdotto nel ridotto spazio della mostra si ritroverà così in presenza di due opere autentiche del Merisi, il “San Francesco in meditazione” e la “Flagellazione di Cristo” e di altrettante copie antiche.
Immerso in un’oscurità tragica, il Cristo del Caravaggio troneggia sull’osservatore come un titano offeso ma allo stesso tempo intoccabile. Un fascio di luce, artificiale e mirata come potrebbe esserlo quella del cinema, illumina non tanto l’atto in sé della flagellazione, quanto la preparazione dell’atto, gettando il quadro in uno stato di sospensione e di attesa che ci comunica il senso di qualcosa che non sia ancora cominciato, ma sia sul punto di esserlo.Caravaggio1
Di fronte ad un pittore che è a suo modo un unicum nella storia dell’arte e per questo così sviscerato da questo tipo di studi, sorge spontanea la domanda: «Perché l’ennesima mostra su Caravaggio?». È la stessa che si pone anche Giulia Silvia Ghia, curatrice del percorso inaugurato oggi, mercoledì 21 giugno, dal titolo “Caravaggio nel patrimonio del F.E.C. Il Doppio e la Copia”. A presentare l’esposizione che celebra i trent’anni di attività del Fondo Edifici di Culto e attinge dall’immenso patrimonio da esso gestito a livello nazionale, anche il direttore dell’ente, Angelo Carbone e lo storico dell’arte Claudio Strinati.
«In realtà si tratta piuttosto di una mostra sulla materia pittorica e sul filone delle copie che nascono in presenza di una grande personalità, come quella di Caravaggio», continua la dott.ssa Ghia. «Quando il pittore fugge da Roma, lascia dietro di sé un vuoto che verrà riempito proprio dalle copie, spesso e volentieri autorizzate dagli stessi committenti per scopo di lucro». Laddove quindi la diffusione di un linguaggio e di un’innovazione stilistica portano a tutta una serie di emulatori, diventa fondamentale il contributo delle nuove tecnologie, che permettano Caravaggio2una conoscenza “materica” delle opere. Una conoscenza che non può, ancora una volta, non sollevare tutta una serie di quesiti, dei quali la mostra rappresenta un tentativo di risposta: cos’è veramente opera di Caravaggio e quali sono le innovazioni introdotte dal copista? E ancora, si può parlare veramente di quadro d’autore quando per l’80% è subentrata la mano del restauratore?
In questo senso l’esposizione può essere vista come una testimonianza di quella che Claudio Strinati definisce la “nuova strada” intrapresa dalla storia dell’arte negli ultimi decenni: la sua evoluzione in direzione scientifica. «Si sa che la storia dell’arte è la disciplina umanistica per antonomasia», afferma Strinati, «ma per conoscerla bisogna avere cognizione e metodo scientifico». Bisogna avere, cioè, un certo qual rigore, che renda la storia dell’arte una ricerca in senso scientifico, svincolata dal concetto di diletto e di buon gusto che, comunemente si pensa, basterebbero da soli a guidarne la conoscenza.
Ecco quindi che, attraverso uno schermo interattivo, al pubblico viene offerta una panoramica di quelle indagini diagnostiche fondamentali, ad esempio, per rilevare la genesi travagliata di un quadro come “La Flagellazione di Cristo”. Il risultato finale rileva nell’originale tutta una serie di imperfezioni che il copista perfezionerà fino ad eliminare del tutto. E qui si nasconde l’ennesima domanda posta dalla mostra allo spettatore: in cosa consiste il “fare bene” o il “fare male” quando si parla di arte? Se la copia è tecnicamente perfetta, “normale” per riprendere le parole di Strinati, troppa perfezione rischia di non restituire fino in fondo l’intenzione del pittore. La conoscenza materica su cui poggia la mostra diventa allora l’unico modo per preservare davvero lo “spirito profondo” dell’artista.

Desirée Corradetti 22/06/2017

La Femme in Piazza Farnese per la Festa della Musica: intervista - anarchica - prima del concerto

Cosa ci sarà dietro quel “Mystère” che dà il titolo al secondo album di La Femme, la band originaria di Biarritz, parigina d’adozione? Pubblicato a tre anni di distanza da “Psycho Tropical Berlin” (2013), la sua parola chiave è “anarchia”. Una libertà fresca, incurante dell’omogeneità di generi e stili, dalla new wave al rock psichedelico, dal krautrock allo yéyé. Il gruppo è corposo: attualmente sono 6 componenti. Inconfondibile è la voce flebile, femminile (francesissima) della cantante Clémence Quélennec, l’unica donna tra Sacha Got, Marlon Magnée, Sam Lefèvre, Noé Delmas e Lucas Nunez Ritter. Il loro è diventato ben presto un successo internazionale che li ha portati, l’anno scorso, ad aprire le date del tour europeo dei Red Hot Chili Peppers.
L’Ambasciata di Francia in Italia li ha scelti per rappresentare la contemporaneità francese durante la Festa della Musica, il 21 giugno, a Piazza Farnese (Roma). Un concerto gratuito che celebra la grande manifestazione avviata dai cugini d’Oltralpe con la prima edizione del 1982, poi estesa in tutto il mondo negli ultimi anni. Nell’elegante giardino di Palazzo Farnese, qualche ora prima del concerto, abbiamo avuto modo di incontrare tre membri della band (Clémence, Lucas, Sacha) per capirne di più del loro “Mistero”.

Cominciamo proprio dal vostro ultimo album e dai testi. Sono molto diretti e dipingono un’immagine rappresentativa delle esperienze dei giovani tra i venti e i trent’anni. Una traccia si chiama “Où va le monde?” (trad. letterale “Dove va il mondo?”, ovvero “Dove andremo a finire?”). Quanta ironia c’è nel testo e quanto invece siete sinceramente preoccupati per come stanno andando le cose?
"Il titolo è abbastanza “pesante” in effetti, si potrebbe pensare che si tratta di parole altrettanto “gravi”. In realtà non è così serio come sembra. Non è una canzone politica, non parliamo, per esempio, della Corea del Nord. Parliamo però del punto di vista relazionale. È una frase che si potrebbe dire quando ti senti un po’ “apatico” rispetto a tutte le cose intorno, o quando ne hai abbastanza. In fondo c'è anche un messaggio positivo che vorrebbe dire: “non è così grave come stanno andando le cose”. È anche un modo per prendere distanza, con ironia, e pensare “c’è di peggio”".

Da italiani si sente un inconfondibile “tocco francese” nella vostra musica, che sembra un omaggio anche ai grandi nomi della seconda metà del ‘900 (Serge Gainsbourg e Françoise Hardy, per esempio). Come siete ispirati dalla Francia e da Parigi?
"Noi viviamo soprattutto l’est parigino. Le Canal St Martin, la Villette, Belleville... tutto ciò di cui abbiamo esperienza diretta. Ci piace molto fare feste negli ambienti artistici. La cosa migliore però è passeggiare la sera per Parigi, quando ci sono meno persone in giro o quando si fanno le ore piccole e si torna a casa alle prime luci del mattino: è tra i nostri momenti preferiti. Guardi l’alba, non c’è nessuno... Parigi è anche piena di musei, è da un po’ che non ci andiamo. E sicuramente è meglio guardare le cose dal vivo che immagini su internet".

E dal punto di vista artistico, da cosa siete ispirati?
Sacha: "Ora mi piace molto un certo tipo di musica spagnola, anche alcuni canti rivoluzionari iberici, che usano molte chitarre... ultimamente mi appassionano".

Quindi l’Europa del Sud, anche l’Italia potrebbe ispirarvi...
Sacha: "Certamente, soprattutto questo tipo di Paesi: viaggiando molto ci si accorge che ci sono posti dove la gente “sa vivere meglio”. Sanno vivere meglio, mangiar bene, escono e vivono le strade, sanno festeggiare e godersi la vita. Non vivono solo per lavorare e lavorare, come accade in alcuni Paesi in Asia che ci hanno un po’ scioccato".Lafemme02
Clémence: "Io sono ispirata anche dalla musica e dall’estetica giapponesi".
Sacha: "Ci piacciono i Paesi esotici, anche molte cose dalla Turchia. C’è un sito che si chiama radiooooo.com dove puoi guardare tutti i Paesi per ogni epoca, e le persone condividono pezzi".

Domanda un po’ ironica: Lucas si è vestito con camicia e collarino ecclesiastico. È un omaggio intenzionale a Roma e al Vaticano?
Lucas: "Ero molto indeciso anche con l’abito da Cardinale (ride, ndr). In realtà io ho la mia spiritualità personale, non credo nel dogma. Però trovo che in questo abito ci sia molta classe, molto stile, sia cool. Era per sdrammatizzare. Abbiamo già acquistato in altri luoghi abiti da monaci... è anche un processo per mescolare diverse culture".
Sacha:"In più ci piace molto visitare tutte queste chiese. Poi Lucas si veste davvero con qualsiasi cosa..."
Clémence: "Ci piace molto collezionare oggetti tradizionali dai posti che visitiamo, soprattutto vestiti. Per esempio il nostro hotel ora era vicino a un negozio che vende abiti da prete..."

Siete qui a rappresentare la Francia, siete stati scelti in un certo senso come “simbolo della contemporaneità”. Cosa sta succedendo ora in Francia nella scena musicale?
Lucas: "C’è una domanda e c’è un’offerta (ride, ndr)".
Clémence: "Ci sono moltissime collaborazioni e molto più scambi tra gli stili musicali, soprattutto tra gli artisti della nostra generazione".
Lucas: "Anche fuori dalla Francia stiamo ricevendo moltissime influenze. È una scena veramente molto più aperta di prima".
Sacha: "Una scena molto variegata e aperta. C’è un po’ un ritorno di un “canto francese”, che è interessante. C’è una piccola scena a Parigi e lì alla fine tutti conoscono tutti. Però a livello musicale non c’è coerenza, non c’è una scena uniforme, ognuno ha veramente uno stile diverso dall’altro".

Un artista/un gruppo francese che consigliereste al pubblico italiano?
Risposta (quasi) all’unisono: "Jacques è forte!"

 Agnese Comelli 21/06/2017

“Hidden Treasures of Creativity”: c’è un tratto che unisce Edvard Munch a Photoshop

L’Urlo è l’emblema, conosciuto a livello mondiale, della sofferenza e dello stato di incertezza dell’uomo tra XIX e XX secolo. Con le sue tinte violente e i contorni non marcati identifica lo stato di sconforto e disperazione in cui è gettata un’Europa instabile e frammentata: un capolavoro che mantiene intatta la sua carica espressiva a distanza di più di cento anni dalla sua realizzazione per mano del pittore Edvard Munch, esponente dell’espressionismo e modello a cui guardare ancora oggi. Al punto che le sue tecniche pittoriche sono protagoniste di un progetto innovativo lanciato da Adobe: Hidden Treasures of Creativity. Un’iniziativa altamente futuristica, questa, che intreccia la tecnologia a disposizione degli utenti Photoshop e Sketch Hidden2con l’arte del maestro norvegese e permette di utilizzare in digitale sette pennelli di Munch, fotografati a 360° e in altissima risoluzione. Il progetto è stato avviato grazie alla collaborazione tra il Museo Munch di Oslo e il produttore di pennelli Photoshop e celebre illustratore, Kyle T. Webster. Ogni dettaglio viene riprodotto da questo tool e il tratto cambia in base ai pennelli scelti, alla consistenza delle setole e alla loro flessibilità, rendendo possibile la realizzazione di un lavoro in cui tutto concorre alla tridimensionalità. Un modo per guardare alle spalle dei grandi capolavori del passato, valutando non solo l’opera finita, ma anche le raffinate tecniche alla base.
Negli ultimi tempi, musei del calibro del Met di New York o del Rijksmuseum di Amsterdam hanno reso disponibili online le proprie collezioni, permettendo a tutti gli appassionati di arte di ammirare le opere in qualsiasi momento e semplicemente dal proprio device. Simon Morris, Senior Director e Campaign Marketing di Adobe vede in Hidden Treasure of Creativity un ulteriore passo in avanti in questo modo molto smart di intendere l’arte, nonché una preziosa opportunità per focalizzare l’attenzione su dettagli altrimenti sconosciuti.
Ma, lo stato dell’arte, se si volta la medaglia, non può non rivelare una riflessione sulle estreme conseguenze dell’opera nell’era della sua (doppia) riproducibilità tecnica. Non solo i capolavori di Munch hanno subito la sorte di altri “illustri colleghi”, finendo stampati su cartoline, poster, mug, libri, shopping bag, magliette e cover per smartphone. Ma la fluidità di questo meccanismo è arrivata al punto che, con un progetto encomiabile come Hidden Treasures of Creativity, si rende possibile la produzione di contenuti del tutto originali con tecniche appartenute a uno dei più importanti esponenti della pittura mondiale. Una sorta di paradosso che metterebbe l’utente a digiuno di arte, ma abile con la tecnologia, nelle condizioni di emulare un capolavoro e assorbire skills che, nel caso dei veri artisti, sono frutto di anni di studio. Insomma, sarebbe quasi come se un software di scrittura permettesse di stilare la lista della spesa o inviare un comune messaggio Whatsapp con la grafia di Leopardi.

Letizia Dabramo
20/06/2017

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