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Nelle scarpe di Caroline Baglioni risorgono i passi dello zio “Gianni”

Cosa ci ricordiamo di più delle persone che attraversano le nostre vite? Gli occhi, uno sguardo, le mani, un sorriso, i denti, le ombre, la luce, l’espressione di uno stato d’animo, tutto ciò che diventa immagine, s’imprime nella memoria e vi resta in maniera quasi indelebile. La voce invece, nonostante vada a stimolare il nostro senso più importante, il primo dei cinque organi sensoriali a svilupparsi nel feto, il nostro primo contatto con il mondo esterno, lascia cicatrici ma può sfumare, scorrere, essere dimenticata. La voce ci determina come esseri unici al mondo, identifica e inchioda il nostro pensiero, dà corpo ai nostri sentimenti - urliamo la rabbia e la gioia, lamentiamo il dolore e la mancanza, sospiriamo il piacere e i segreti - rende concreto il nostro passaggio nel mondo, come le rughe sul volto, come le impronte dei passi a terra, come le scarpe con cui la calpestiamo.
Caroline Baglioni comincia da qui per iniziarci al suo “Gianni”, da un’esplosione di scarpe spaiate sulla scena, un’esplosione di segni, di frammenti che, nel corso dell’ora di monologo, andranno a formare la linea sottile che divide il dentro dal fuori, il presente dal passato, il ricordo dal racconto, due spazi scenici che equivalgono ad altrettanti spazi, passaggi esistenziali. Come la vita di quello zio Gianni che faceva un po’ paura, perché strano, perché altro rispetto alla borghese normalità: una lotta continua tra poli opposti, tra attrazioni contrastanti, una ricerca costante di pace nell’analisi della differenza tra vivere e non vivere, tra amare ed essere amati, “tra bene e male, tra scoppiare o scopare, tra masturbarsi e comportarsi”. Dalle scarpe – che la giovane attrice fa interagire sul palco, ora costruendovi precise geometrie, ora prendendole a calci – alla voce, quella di Gianni, vera, sofferente, riscoperta, tutto ci conduce all’intimità di una vita illuminata, passo dopo passo, parola dopo parola.
Nel 2004 la Baglioni trova tre cassette in cui lo zio, vent’anni prima, aveva inciso la sua voce, raccontato le sue giornate, i suoi pensieri purissimi, senza vergogna, senza pudore, come rivolto a un amico immaginario, a sconfiggere quello stato di solitudine che ci accompagna dalla nascita alla morte. “Gianni” (Premio Scenario per Ustica 2015) è il risultato, profondo ed emozionante, di un lavoro di metabolizzazione del vissuto, dell’uomo, di una biografia intima e personale che, nella metamorfosi data dalla condivisione, diventa indagine sulla società e sulla natura dell’essere umano. L’attrice e drammaturga, in un semplice e leggero vestito rosa, restituisce vita e anima a Gianni, filtrandolo con una delicata prospettiva femminile che niente toglie all’intensità oscura della narrazione; la sua presenza fisica è potente e totalizzante e, grazie a un equilibrato e denso spartito di gesti, coreografie e musiche, riesce a rendere la voce rotta del protagonista tanto vicina, pungente, straziante.
“La mia vita è un cerchio che non riesco a spezzare”. La messa in scena si snoda, in maniera fluida, lieve e dolorosa, al tempo stesso, tra i racconti quotidiani, gli incontri imbarazzanti, i ricordi di gioventù, i traumi, l’attesa di un amore che non arriverà, il senso di colpa dell’autoerotismo, le malattie, la consapevolezza del suo stato di depressione, i viaggi in macchina verso Roma, verso l’analisi, verso la costruzione di obiettivi, verso una cura voluta più dagli altri (il fuori) che da se stesso (il dentro). La società genera malessere, abituandoci a preoccuparsi più di star male che di star bene e l’unico rimedio possibile è quello di immaginare alter ego invincibili e dimensioni straordinarie (il dentro), affrancate dal turbamento, dalle ansie, dalle aspettative esterne, dei genitori, degli amici, dei falsi amori (il fuori).
“La totale realizzazione della personalità è nella follia completa” ci dice Gianni/Caroline nel flusso di coscienza in un marcato accento umbro che ha invaso ogni spazio, mentale ed emotivo. Le pause cariche di consapevolezza e dolore (le luci di Gianni Staropoli giocano un ruolo fondamentale) non fanno altro che rendere ancora più travolgente questa marea, questa valanga di pensieri semplici ma lucidi, di sentimenti profondi, spesso oscuri ma coraggiosi, di gesti quotidiani, ripetitivi come ancora di salvezza nel “progredire nello sbranamento”.
“Sono vuoto”. Stop. “Non me la sento né di amare, né di essere amato, quindi leggo”. Stop. Parole come schiaffi, come pungoli a far sanguinare la nostra finta invulnerabilità, il nostro rifiuto di sentirsi inadeguati, non adatti, non avvicinabili ai modelli di perfezione imposti, il nostro spasmodico bisogno di sentirsi unici al mondo e non soli al mondo. Di fronte a noi un Icaro bizzarro e sudato, arrivato troppo vicino a un sole nero come la pece, un moderno Prometeo vittima del suo stesso fuoco di verità, di consapevolezza, un fuoco che non brucia ma corrode, lentamente, fino all’epilogo da cui tutti tentiamo di fuggire.
La vita è una ricerca a singhiozzi di un benessere logorato tra falsi miti e il bisogno di essere amati, consumato come la suola di una scarpa numero 46 e la voce di un “uomo da marciapiede”, quella vera, roca, buia, di Gianni che ci ricorda, facendoci sorridere e commuovere, che, alla fine, “basterebbe poco, basterebbe un sorriso”.

https://youtu.be/wFZ5NQc0rdk 

Prodotto da La Società dello Spettacolo.
Visto a Firenze, Cantiere Florida, il 31 marzo 2016

Giulia Focardi 02/04/2016

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