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All’inizio del 69° Festival della canzone italiana, la vittoria di Mahmood era quotata alla SNAI 51:1 (congratulazioni a chi ha puntato qualche euro). Questo vuol dire che “Soldi” è cresciuta con le serate, e con lei il suo carismatico interprete. Alla resa dei conti, ha potuto contare sul sostegno delle giurie contro Ultimo e Il Volo, colossi del voto popolare. Se cambiamento doveva essere, c’è stato nella maniera più dirompente: un cantautore italo-egiziano di ventisei anni dalla solida gavetta che porta un pezzo duro e seducente e pretende un ascolto consapevole. E va bene così, nel tripudio dell’amore e della musica che resta, che venga premiata la complessità di Mahmood nonché di Daniele Silvestri (tre premi: critica, sala stampa, miglior testo) e Simone Cristicchi (migliori composizione musicale e interpretazione).

Cosa sia Sanremo non ci è ancora chiaro. È riduttivo pensarlo solo come una manifestazione di canzoni. Una messa laica, una tradizione attesa come il carnevale, l’appuntamento in cui tutti siamo critici musicali e esperti antropologi. Specchio e metafora di comodo per un Paese alla costante ricerca di parafrasi facili. Quest’anno ha provato a reinventarsi con una scenografia che guarda all’estetica dei talent transnazionali, iniettato dosi massicce di contemporaneità, cercato di affrancare lo spettacolo per dare maggiore spazio alla musica, composto un cast eterogeneo. Ottime e intelligenti le partecipazioni di Achille Lauro, Ghemon, Motta, Zen Circus, Livio Cori con la benedizione di Nino D’Angelo.

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Se un merito va dato alla gestione Baglioni è quello di aver riletto la kermesse come una mostra, che desse l’immagine di ciò che sta accadendo oggi nella musica italiana. Via i cantanti da festival, ecco i cantanti che vanno al festival. Per quanto non sia proprio questo festival in sé ad essere cambiato negli anni, è cambiato ciò che gira attorno. E allora l’appunto da fare all’onnipresente direttore artistico – che, va detto, è stato chiamato per portare anzitutto se stesso, con la sua rete di contatti, la credibilità artistica, il profilo storico: e ha vinto la scommessa consacrando una vittoria controcorrente – è quello di aver tralasciato la dimensione televisiva.

È mancata la rotta dello show, l’armonia tra i conduttori è stata raggiunta faticosamente, le canzoni in gara si alternavano con quelle del repertorio del divo Claudio (nella serata finale apre con "E adesso la pubblicità" e prosegue con le discutibili cover di "Vedrai vedrai" e "Vengo anch’io"). Ha funzionato meglio sull’imprevisto: l’hellzappopin di Ornella Vanoni, la briglia sciolta lasciata a Pio e Amedeo, Fausto Leali che irrompe sul palco in un meta-gag poco sottolineato, l’epifania di Anastasio fino alla rivolta dell’Ariston al quarto posto di Loredana Bertè. Diciamolo: è lei la vincitrice morale. Era finita, è risorta, si è ripresa ciò che gli spetta: una regina.

Lorenzo Ciofani 10-2-2019

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