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In una società dominata dall’immagine e dall’audio-visivo a segnare un’epoca non sono più i racconti impressi sulle pagine di storia, ma volti, musiche, colori. La televisione, così come il cinema, si fa contenitore di ricordi, di impronte indelebili lungo il cammino della nostra vita e la cui riproposizione svela una portata nostalgica fatta di momenti andati, lasciati indietro, in un passato che non si può rivivere se non attraverso il tasto “play” e la (re)visione di quei programmi, di quei volti. Per chi è nato a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta Beverly Hills 90210, così come sarà Friends da lì a poco, non era solo un telefilm. Era un appuntamento a cui non potevi mancare, figuriamoci arrivare in ritardo. I volti puliti dagli sguardi ammiccanti che facevano la loro comparsa durante la sigla iniziale erano i suoni del campanello che ti avvisavano dell’arrivo di un tuo amico a casa tua e tu non potevi far altro che lasciarli entrare. Prima ancora di Johnny Depp, o Leonardo Di Caprio, la cotta delle ragazzine degli anni Novanta, di quelle che sfogliavano il Cioè come una Bibbia preziosa, e che giocavano con il Crystal Ball tra una Goleador e una Big Babol prendeva il nome di Luke Perry, anzi, di “Dylan di Beverly Hills” perché a quell’età i nomi degli attori non te li ricordavi, o comunque non ti interessavano. A far correre la tua immaginazione, dando il via alla creazione dei tuoi sogni erano quelle vite apparentemente perfette, ma del tutto inventate, che vedevi sullo schermo. Esistenze che tu credevi del tutto reali solo perché portate in scena e per questo visibili, quasi tangibili. A quell’età la distanza diegetica, tra spettatore-attore-personaggio era del tutto inesistente. Ciò che vedevi erano ragazzi e ragazze sullo schermo che parlavano, si abbracciavano, si amavano e litigavano e tu non pensavi che quelli fossero attori che recitavano, ma lo scorrere di vite in presa diretta. L’ingenuità faceva crollare le barriere e aumentare il livello di sospensione della realtà. E così facendo la tua vita scorreva in simbiosi con quella di Dylan, Brandon, Brenda, Kelly.

luke perryLa morte di Luke Perry a soli 52 anni porta con sé non solo lo stupore per una dipartita così prematura e improvvisa, ma anche la perdita di quell’ingenuità insita in noi e nel nostro essere eterni bambini; con Perry crolla la tessera di un domino fatto di ricordi e anni di spensieratezza, allegria, leggerezza. Notizie del genere sono ticchettii di orologi che ci destano dal sonno, risvegliandoci nell’età adulta, con una maturità profonda, ma non abbastanza da rielaborare certe perdite. Sembrerà superficiale, incomprensibile, ma con Luke Perry muore anche un pezzo della nostra infanzia. Una perdita che, in maniera inversamente proporzionale, ci rende consci degli anni che passano e del fatto che stiamo veramente diventando grandi. Il suo ritorno sulle scene nella serie prodotte da Warner Bros. e trasmessa su Netflix, Riverdale ci aveva illuso di riassaporare, seppur per brevi momenti, quegli anni. La sua comparsa in video era un transfert temporale che ci catapultava indietro nel passato, rendendoci ancora piccoli, leggeri, spensierati.
È vero, ogni giorno che passa il mondo diventa sempre più buio, colmo di tragedie, grandi o piccole che siano, degne o meno di essere citate sulle pagine di cronaca. Eppure, per chi vive della luce riflessa di uno schermo, e con lo sguardo sempre rivolto verso immagini in movimento, Luke Perry, così come in passato Philip Seymour Hoffman, Robin Williams, Paul Walker, Carrie Fisher, sono uomini e donne che ci hanno accompagnato durante il nostro cammino di crescita. C’erano quando abbiamo dato il primo bacio, quando abbiamo preso la prima nota a scuola, o quando malati eravamo un tutt’uno con il divano. Non lo conoscevamo di persona Luke Perry, eppure quella fronte, quello sguardo, quegli occhi ci hanno fatto così tanto compagnia mentre diventavamo, senza nemmeno rendercene conto, grandi, che lo consideravamo un compagno stretto; una persona degna di essere citata sui nostri diari Smemoranda tutti rovinati e pieni di scritte e pensieri, e poco di compiti da fare a casa.

Mancherà Luke Perry; la sua scomparsa renderà ancora più buia la strada lasciata dietro le spalle, spianata verso il passato, verso il nostro essere bambini. E così le luci che brillano nel nostro cielo interiore, quelle che si accendevano proiettando filmati di noi giovani sognatori, convinti che potevamo essere tutto, anche un Dylan o una Kelly, sono sempre più tenue, sfocate, spente.

Teniamocelo stretto il ricordo di Luke Perry, così come ci teniamo stretto il ricordo di Alan Rickman; solo così potremo stringere forte il nostro fanciullo interiore e non lasciarlo scappare via. E poco importa se al posto di Luke Perry lo continueremo a chiamarlo Dylan; vuol dire che il nostro bambino ancora pensa, parla, ricorda per noi.   

Elisa Torsiello, 6 marzo 2019

Che il ritorno di Suburra fosse in grande stile lo avevamo capito fin da subito. È bastato guardare Aureliano nei trailer, completamente trasformato fisicamente e interiormente dall’uccisione della sua donna da parte della sorella. Il re della Suburra è solo come un cane. Il dolore lo sprofonda in un abisso dal quale solo la vendetta può toglierlo. E Aureliano cerca la vendetta, ma per perseguirla, perché non sia solo una fantasia, ha bisogno dei suoi vecchi amici. E di farsene di nuovi. Perché così funziona a Roma: non ci sono amici veri, ma per ottenere qualcosa non puoi prescindere dalle amicizie. Si creano nuove alleanze, in questa seconda stagione, i personaggi lavorano febbrilmente a questo per tutto il tempo. Servono a costruire l’impalcatura di questa seconda stagione, a edificare lo stato dentro lo Stato che Aureliano e i suoi amici sognano.

Uno stato che soddisfi tutte le loro fantasie: vendetta, potere, libertà, denaro. Per ottenerle non si risparmia niente: anche le tragedie degli ultimi, dei dimenticati, dei profughi che diventano merce di scambio, terreno di trattativa. Samurai vuole che siano sgomberati da Ostia per costruire il suo porto, Cinaglia cavalca l’onda dell’insoddisfazione e balla prima con la sinistra e poi con la destra, Aureliano vuole vedere Samurai distrutto, Spadino lotta per avere credibilità nella sua famiglia, Gabriele oscilla tra responsabilità e corruzione.
Mette radici molto profonde nella nostra attualità, questa seconda stagione di Suburra. Va a toccare nervi scoperti, ferite ancora aperte, e ci getta sale sopra, impedendo al sangue di fermarsi.
I nostri antieroi imparano che, per fronteggiare un nemico comune, devono mettersi insieme. Soprattutto se quel nemico è Samurai, un villain che da solo vale quanto decine di antagonisti visti negli ultimi anni. Le premesse per un’esplosione in grande stile c'erano tutte, fin dalla prima stagione. Un continuo balletto di potere, favori, corteggiamenti interessati, sangue. 

Suburra ci dipinge, come nella sua prima stagione, un ritratto impietoso e accurato della nostra società, e di quella variopinta pattumiera che è la città di Roma, popolata da furbetti, ladri e assassini. Una città che è sempre uguale, eppure che cambia di continuo. E in questa seconda stagione vediamo fino a che punto può davvero spingersi il cambiamento, se Suburra ha davvero il coraggio di osare, e di presentarci davanti uno specchio di ciò che siamo. Ora è il momento di rendere reale ciò di cui abbiamo letto sui giornali, e i nostri protagonisti sono pronti. Ma Suburra fa di più, ci mostra il sangue che non vediamo, la morte di cui veniamo a conoscenza da un semplice trafiletto di giornale. In queste otto puntate il destino della Capitale si decide a colpi di pistola, di manganello, a mani nude, lottando come bestie. Molti cadono, nuove alleanze si formano, nuovi personaggi entrano in scena a portare la loro sfumatura di nero, in aggiunta allo strato di bitume corruttivo che avvolge la città.

Non spenderemo mai abbastanza complimenti per lodare Alessandro Borghi (Aureliano Adami) per la sua intensità e bravura assoluta. In questa seconda stagione incarna un Aureliano trasformato, nel quale il dolore ha acceso una sete di sangue che sta imparando a indirizzare. Spendiamo due parole anche per ringraziare Barbara Chichiarelli per la sua Livia, personaggio che avrebbe potuto dare di più, ma che è uscito di scena a testa alta, in un toccante commiato che ricorda molto la scena finale di Dexter.
Ma a nostro avviso è Gabriele (Eduardo Valdarnini) a compiere il percorso evolutivo più interessante. Un percorso che già nella prima stagione l'aveva trasformato da pischello che si prende le pizze in faccia a giovane e rampante poliziotto, che crede di cancellare le macchie del passato mettendosi addosso la divisa. Il flashback su di lui (bellissimi tutti, ottima idea del regista Andrea Molaioli) è forse il più interessante perché ci mostra il seme di quella pazzia che Spadino intravede nel compagno.

La seconda stagione di Suburra svolge in maniera decisamente adrenalinica le premesse psicologiche messe in campo dalla prima. Ci sono mancati i flashback iniziali, che incuriosivano lo spettatore, ma abbiamo apprezzato il fatto che i momenti di tensione e pathos fossero sempre ben dosati e si articolassero coerentemente con lo sviluppo dei personaggi. Una tensione che monta fin dalla prima puntata e che esplode con tutta la sua cruenta potenza nelle ultime due puntate, un vero e proprio bagno di sangue, ma importante per la ridefinizione degli equilibri e per l'immancabile colpo di scena finale. Un colpo di scena che rimette le carte in tavola per una terza stagione che, già lo immaginiamo, sarà ancora più cruenta, machiavellica, adrenalinica di questa.

Giulia Zennaro, 23/2/2018

Inarrestabile Mara Maionchi. Classe 1941, donna di ferro, produttrice discografica, che vanta nel suo curriculum la scoperta di e la collaborazione con numerosi talenti della musica italiana (da Fabrizio de André a Gianna Nannini a Tiziano Ferro): Mara Maionchi quest’anno si sdoppia.

Già giudice dell’edizione 2018 di X-Factor – quest’anno gestirà la categoria degli Under Uomini – e conduttrice per due anni dello spin-off Xtra Factor, la produttrice bolognese dal 29 ottobre al 2 novembre condurrà un nuovo programma: “Mara Impara – La nuova musica”. Andrà in onda su Sky Uno alle 19:25, con replica alle 13:00 e alle 16:45 del giorno successivo, e sarà disponibile anche su Sky On Demand

Come da titolo, la veterana dell’industria discografica italiana si renderà disponibile a esplorare il mondo degli astri nascenti della musica nostrana. Cinque puntate monografiche, ognuna con un ospite diverso, che Mara Maionchi si premurerà di intervistare, per conoscere meglio la persona dietro l’artista ma anche per approfondire la loro produzione musicale.

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I cinque ospiti scelti sono personaggi noti soprattutto ai giovanissimi e ai frequentatori delle nuove tendenze rap e pop: Achille Lauro, Cosmo, M¥ss Keta, Nitro e Takagi&Ketra. Questi ultimi e Achille Lauro non sono nomi nuovi neanche agli affezionati di X-Factor: sia il duo di produttori dietro “Assenzio”, “Vorrei ma non posto” e “Roma-Bangkok” che il rapper romano hanno fatto la loro comparsa durante gli Homevisit, per consigliare, rispettivamente, Fedez e la stessa Mara Maionchi durante la scelta dei concorrenti che sarebbero arrivati ai live.

La struttura della trasmissione prevederà ogni sera che la conduttrice, seduta nel suo salotto, chiami il misterioso Mr Billboard per trovare l’artista che sederà accanto a lei e sarà il soggetto unico della puntata. Ovviamente, quello che aspetta lo spettatore non è un semplice approfondimento ma un’intervista condotta secondo gli standard intelligenti e salaci, a cui Mara Maionchi ci ha abituato già come giudice inflessibile durante le passate edizioni del talent musicale di punta di SKY. Mara Impara 3

A promuovere questa iniziativa c’è Billboard Italia, che con “Mara Impara” ha realizzato il suo primo format televisivo in Italia. Il magazine è arrivato in Italia un anno fa, grazie alla mediazione di Parcle Group, e ha fin da subito avuto come obiettivo principale quello di creare una piattaforma multimediale, per avvicinare il variegato mondo dell’industria discografica (fra major, indipendenti, radio e artisti) a un grande pubblico, sempre più desideroso di approfondire con l’aiuto di una giusta guida. E scegliere uno spirito critico, esperto di questo mondo, come Mara Maionchi va senza dubbio in questa direzione.

Adesso tocca aspettare il 29 ottobre, per scoprire quanto potrà essere efficace questo programma. L’intento è nobile: esplorare l’innovazione musicale in tutte le sue sfaccettature e senza riserve snobistiche di sorta. Il buon risultato potrà essere garantito solo dallo spessore artistico e umano degli ospiti.

Di Ilaria Vigorito, 23/10/2018

"Nominare in maniera corretta le cose è un modo per tentare di diminuire la sofferenza e il disordine che ci sono nel mondo". Queste le parole di Albert Camus da tenere sempre bene a mente quando si affrontano argomenti di spessore sociale. Sapere di cosa si parla è il primo passo per poter parlare di qualcosa, per usare un gioco di parole. Non è così per quanto riguarda il gender. C’è chi, dietro a questa parola, si è trincerato per aizzare i propri forconi in difesa di una stereotipizzazione dei ruoli che, ad oggi, non è più possibile e chi ne fa largo uso, schierandosi a spada tratta dalla parte della cosiddetta famiglia naturale, boicottando qualsiasi discorso sull’identità di genere.

Ma esiste davvero una “ideologia del gender”? No, non esiste. Esistono però moltissimi studi scientifici, condotti dagli anni ’50, sul gender (Gender Studies) che mirano a individuare e a spiegare i motivi per cui a un dato genere (maschile o femminile) vengano attribuiti ruoli specifici, stereotipi o comportamenti che variano di cultura in cultura. La strumentalizzazione politica, peraltro fondata su un errore concettuale, ha appiattito (in Italia) il dibattito sulla battaglia per la difesa della famiglia tradizionale, del mantenimento dei ruoli e della sessualità naturale, contribuendo ad accrescere un disordine informativo che non aiuta a comprendere il fenomeno. Negli ultimi anni l’argomento è stato al centro di manifestazioni in piazza, dibattiti televisivi e politici di un certo spessore che hanno scatenato ondate di allarmismo, censura e caos concettuale, senza però approdare a un vero e proprio chiarimento, a una riflessione. LoveMeGender 12

LoveMeGender 10La discussione sulla gender equality, ovvero l’accesso a risorse e opportunità paritarie indipendentemente dal sesso, è accesa e ha portato a un’attenzione crescente dei media per l’argomento e alla necessità di far chiarezza sulle diverse espressioni della sessualità. Se al cinema si trovano già da qualche anno prodotti sul tema, in tv si assiste per la prima volta alla nascita di programmi che esplorano il vasto mondo dell’identità di genere. “Love me gender” condotto da Chiara Francini (dal 6 giugno su LaF), ad esempio, è un viaggio in quattro puntate che racconta le relazioni, i nuovi modi di essere famiglia, le nuove forme di amore e felicità con sguardo aperto, ironia e leggerezza: da Nord a Sud in giro per l’Italia si scopre così la straordinaria normalità di chi vive il cambiamento sulla propria pelle.

Il programma arriva subito dopo quello condotto da Sabrina Ferilli su Rai3, “Storie di genere”, che ha affrontato un tema delicato e attuale come la disforia di genere, termine scientifico che identifica il transessualismo, ovvero la condizione in cui si trova chi non si riconosce nella propria sessualità biologica. Non mancano i documentari: “Rivoluzione Gender”, in onda da maggio su Cielo e condotto da Eva Robin’s (all’anagrafe Roberto Maurizio Coatti), esplora le molteplici sessualità e identità di genere e la rappresentazione che questo universo ha nella società contemporanea mentre, allargando lo sguardo alla tv mondiale, il canale National Geographic ha proposto nel gennaio 2017 “Gender, la rivoluzione” dove Katie Couric incontra scienziati, chirurghi ed esperti, che forniscono la loro autorevole opinione sul genere, oltre ad ascoltare le storie di persone comuni che hanno affrontato il cambiamento di sesso.LoveMeGender 11

Nel Regno Unito, infine, Channel 4 si sta concentrando molto sull’argomento, attraverso un nuovo reality show (“Genderquake”) che incoraggia la discussione sulla fluidità di genere e su come definire e convivere con il concetto di gender, così come aveva già fatto nel 2011 con “My Transsexual Summer” nel quale venivano seguite le vite di sette transessuali, tra uomini e donne, che condividevano le loro esperienze sul cambio di sesso. Quest’attenzione rivolta al tema dell’identità di genere e alla molteplicità della sessualità è utile a far conoscere l’argomento a un pubblico sempre più bombardato dalla parola gender ma che non sa, nello specifico, riferire il concetto a qualcosa di concreto ed è portato facilmente quindi ad accogliere le minacce allarmiste di chi strumentalizza il tema a proprio vantaggio.

Proprio per quanto riguarda il pubblico generalista, il cinema sembra continuare a rivolgersi a quest’ultimo offrendo soprattutto film che nascono dal seme dell’intrattenimento; privi di intenti didascalici, essi crescono nella serra del marketing e vengono innaffiati con il potere del denaro. Altri, invece, prendono forma in seno a un universo più poetico e attento ai problemi del mondo circostante; libere da catene censorie, sono opere che arrivano a rischiare il linciaggio mediatico, o a camminare sul precario confine che separa la verosimiglianza alla stucchevole retorica. Ed è così che una tematica tanto sentita e dibattuta come quella del gender è arrivata a lasciare le proprie impronte sull’aureo suolo di Hollywood.

LoveMeGender 4Lo aveva già fatto in passato, seppur in sordina, proponendo figure androgine e all’avanguardia come Marlene Dietrich e Katharine Hepburn, o sovvertendo le limitanti norme dello star-system travestendo divi del calibro di Jack Lemmon e Tony Curtis (“A qualcuno piace caldo”, Billy Wilder 1959) o Cary Grant (“Ero uno sposo di guerra”, Howard Hawks, 1949), da donna. Eppure, nonostante la presenza di precedenti illustri come “Boys Don’t Cry” e “Priscilla”, è solo in tempi recenti che si evince una maggiore proliferazione di film a tema transgender, sintomo, questo, di un mutamento mentale finalmente attuatosi tra gli spettatori. Siamo di fronte, cioè, a una presa di coscienza e di una necessità di approfondimento circa un mondo troppo spesso ignorato o denigrato, e che solo il cinema, specchio sociale dal potere empatico e coinvolgente, può raccontare.

Parlare dunque di transgender al cinema significa prima di tutto scuotere lo spettatore, svegliarlo dal torpore della sala cinematografica per aprirgli gli occhi su una realtà fino ad allora sconosciuta con uno schiaffo visivo dal forte impatto emozionale. Sono soprattutto le sofferenze e i pregiudizi che investono i protagonisti ad accomunare molte delle opere prodotte negli ultimi anni; fobie ed esclusioni sociali che colpiscono questi personaggi come un’onda improvvisa, lasciandoli spesso affogare in un oceano di odio e insicurezze. Si prenda ad esempio un film come “Transamerica” (Duncan Tucker, 2005) che sui pregiudizi è letteralmente costruito narrativamente; tra le critiche lanciate al protagonista come sassi taglienti, quella peggiore è quella che l’uomo rivolge a se stesso, incapace di sottoporsi all’operazione che lo trasformerebbe in una donna se prima non ottiene il beneplacito del figlio appena ritrovato.LoveMeGender 2

Da una decisione ponderata come quella di “Transamerica”, a una talmente improvvisa da scuotere e abbattere, come un terremoto di scala 9, un idillio famigliare solo apparente, di film come “The Danish Girl” (Tom Hooper, 2015) e “Laurence Anyways” (Xavier Dolan, 2012). Pur vivendo in luoghi e tempi lontani (Laurence è figlio degli anni Ottanta, Einar di inizio Novecento) entrambi i protagonisti decidono di vivere liberamente la propria sessualità, tanto da rischiare tutto ciò che hanno: l'affetto della famiglia e degli amici, la stima sociale, un lavoro soddisfacente e, soprattutto, l'amore della loro anima gemella. Soli, in una società che non è disposta a rinunciare alla propria facciata di perbenismo, Laurence ed Einar devono imparare ad affrontare la diffidenza di chi si ritrova a incrociare il loro sguardo su strade parallele mai destinate ad incrociarsi. 

Sono sguardi carichi di incomprensibile terrore che ogni giorno deve affrontare, tra le calde strade di Santiago del Cile, anche Marina, la protagonista di “Una donna fantastica” (2017). Quello che emerge dalla macchina da presa di Sebastian Lelio (al quale si deve l’aver coinvolto nel progetto una vera trans - Daniela Vega - recuperando così un modus operandi tipico dei registi underground anni ’60 e andatosi ormai perdendo) è uno scenario di quotidiana insensibilità, e relativa negazione della realtà. Marina è più donna di molte altre “vere” donne. Lo è nel profondo, nel modo di amare e nel modo di porsi a un mondo ancora schiavo dei propri arcaici fantasmi. La famiglia del suo amante Orlando potrà anche respingerla come una reietta, ma nulla la fermerà dal portare avanti la propria personale causa d’amore e libertà di genere.

LoveMeGender 6Se Marina non ha paura di mostrarsi per quel che è - una combattente coraggiosa - l’unica sicurezza di Ramona (Elle Fanning) in “Three Generations” (Gaby Dellal, 2016) è quella di “essere un ragazzo". Cresciuta in un universo femminile e accondiscendente, dove la figura paterna è un’ombra lontana e sconosciuta, nessun limite sembra frapporsi tra lei e il sogno di diventare a tutti gli effetti “Ray”. Ma quella di Ramona non è certo una mosca bianca in un mondo di incomprensioni e ostacoli; anzi. Anche nel film di Gaby Dellal ogni lacrima, ogni giro in skate, ogni atto di bullismo a scuola, nasconde una battaglia personale irta di dolore e incomprensioni.

Altri film, altre storie vi sarebbero da trattare perché la lista dei film sul mondo gender è lunga (“Dallas Buyers Club”, “Tutto su mia madre”, “Breakfast on Pluto”), eppure c’è da sottolineare che alla base di ogni opera non si rileva alcun atto di fumus persecutionis ad accompagnare i protagonisti, quanto una visione interna e umana a questo universo mai totalmente compreso e accettato. Ogni passo che gli uomini e le donne compiono sullo schermo, corrisponde a uno sguardo di indignazione e disgusto che i veri protagonisti di questo universo subiscono nella vita reale. Torti che un medium magico come il cinema che tutto può e tutto rende reale, ha il dovere di mostrare, così da ricordare la vera natura dei protagonisti: non uomini, non donne, ma semplicemente “esseri umani”.

Anche il mondo del fumetto ha dovuto percorrere una lunga strada nel campo della rappresentazione, non stereotipata e non parodica, di personaggi transgender. Il dibattito sugli stereotipi di genere ha attraversato un consistente pezzo della storia del fumetto statunitense come di quello giapponese, che si sono sempre strutturati come un’industria diretta al consumo di massa.

La presenza di personaggi propriamente trans (che non fossero mutaforma, maghi o anche solo macchiette) si è fatta attendere parecchio nel fumetto americano. Soltanto a partire dal 2013 etichette indipendenti come la Image e Boom!Studios e, in seguito, anche realtà più grandi come Marvel Comics e DC hanno cominciato a preoccuparsi della rappresentazione di personaggi trans fedeli alla realtà per una minoranza di lettori, che cercava di identificarsi in modelli positivi.LoveMeGender 13

Nel 2016 la casa editrice AfterShock è assurta agli onori della cronaca per aver inaugurato la serie “Alters”, uno dei primi esempi di superhero comic con protagonista una supereroina transgender, Chalice. Quello che ha reso diverso “Alters” da molti esempi precedenti è stata la cura con cui Paul Jenkins, l’autore, si è preoccupato di di integrare i problemi di identità della protagonista con la narrativa super-eroistica (Chalice può essere se stessa soltanto quando indossa i panni della supereroina). 

LoveMeGender 7Più ancora e prima di “Alters”, però, è stata la volta di “Lumberjanes”, acclamato fumetto per un pubblico di tutte le età, che si concentra su cinque ragazze scout impegnate a risolvere misteri soprannaturali. Una di loro, Jo, nel diciassettesimo capitolo della serie si è rivelata essere una ragazza trans in un toccante discorso con un ragazzino più giovane, altrettanto incerto sulla sua identità.

Anche nell’ambito dei manga giapponesi non mancano opere, anche di successo, che hanno saputo trattare questi temi con delicatezza e intelligenza. È il caso di “G.I.D. – Gender Identity Disorder”, opera del 2006 in due volumi di Yuuko Shouji. Per quanto in uno spazio troppo ristretto per una tematica tanto complessa, G.I.D. ha comunque il pregio di riuscire a parlare in maniera toccante e veritiera delle vicissitudini di Akiko, ragazza di buona famiglia che affronta la difficile transizione da donna a uomo, trovando anche l’amore. Il senso di esclusione da parte della famiglia d’origine, i problemi con la vita quotidiana, il timore di non riuscire a trovare un proprio posto in una società molto chiusa sono temi affrontati, seppure in maniera collaterale, anche da “Paradise Kiss” di Ai Yazawa. Isabella è uno dei comprimari di spicco di questa serie shoujo, decisamente più mainstream, che nel mondo della moda ha trovato la sua dimensione, anche grazie alla presenza di amici che la fanno sentire accettata. Isabella non è soltanto lontana dagli stereotipi ma la sua caratterizzazione non si limita ai suoi problemi di identità: si tratta, invece, di un personaggio a tutto tondo, con desideri di carriera e aspettative di vita complesse.LoveMeGender 8

Degna di nota è poi un’opera molto recente come “Oltre le onde” di Yuhki Kamatani, slice of life che affronta diverse tematiche legate al mondo LGBT nel Giappone odierno. Il punto di forza della serie è proprio evitare gli stereotipi e le feticizzazioni, partendo dai timori del giovane adolescente Tasuku, a disagio con la scoperta della propria omosessualità. Attraverso l’incontro con la “Signora Qualcuno”, Tasuku viene a contatto con tutto un universo di persone – fra cui una coppia lesbica e un ragazzo trans – che, come lui, non rientrano nei rigidi canoni della “normalità” imposti dalla società giapponese. 

La strada per una migliore rappresentazione nei media mainstream è ancora lunga ma il fumetto non si sottrae alla discussione e, anzi, proprio nelle sue enclavi più di nicchia si possono trovare modi interessanti di sviscerare l’argomento. La narrativa resta un ottimo mezzo per creare quell’empatia necessaria ad aprire il lettore e lo spettatore a temi più complessi ma non per questo meno meritevoli di essere affrontati e raccontati.

Di Elisa Torsiello, Giorgia Sdei e Ilaria Vigorito, 11/06/2018

In ritardo di venti minuti a causa di una scaletta fitta abbastanza da far sconfinare il panel sulla Goldrake Generation, la XV edizione può finalmente cominciare all’insegna della fretta. Stefano Brusa e Perla Liberatori – conduttori storici della serata di premiazione – ci tengono a ricordare che i tempi sono stretti e la scaletta impegnativa. Dopo un video d’apertura, che omaggia in maniera ironica il lavoro dei doppiatori sulle note di ‘Occidentali’s Karma’, è il turno dei ringraziamenti di rito: a Vix Vocal, l’app che si presenta come lo Shazam dei doppiatori, e Maurizio Pittiglio, che ha realizzato le foto dei doppiatori usate per la grafica delle premiazioni.
Dopo aver elencato i membri della giuria del Gala, segue un omaggio in video dei doppiatori venuti a mancare nel corso dell’anno, e c’è spazio anche per un ricordo a Fabrizio Frizzi, voce di Woody, il cowboy giocattolo più famoso della storia del cinema d’animazione.
Tocca poi a una novità di questa edizione: il Premio de Angelis, voluto dalla famiglia di Vittorio de Angelis e dedicato, dicono i presentatori stessi, alla “creatività” dei direttori del doppiaggio, che viene assegnato a Giorgio Bassanelli Bisbal, al lavoro su ‘Corpo e Anima’. Gala Doppiaggio 2
La scaletta della serata segue un ordinamento misto e passa subito al Premio per la miglior voce femminile: la giuria sceglie Laura Romano, voce di Viola Davis in ‘Barriere’, mentre il pubblico premia Maria Pia di Meo per la sua interpretazione di Meryl Streep in ‘Florence’.
È la volta poi di un riconoscimento molto caro al Gran Gala dei Doppiatori, il Premio Andrea Quartana, intitolato all’omonimo doppiatore scomparso prematuramente, che premia le voci emergenti. Quest’anno tocca a Luca Mannocci, fra gli altri voce di Ezra Miller in Justice League.
Si passa alla Miglior voce femminile per un cartone animato e giuria e pubblico riconoscono unanimemente il titolo a Emanuela Ionica, per la sua sentita interpretazione di Vaiana in ‘Oceania’. Si ritorna ai riconoscimenti speciali con il Premio Ferruccio Amendola, che va a Nanni Baldini: il doppiatore non può essere presente di persona ma invia un ironico video di ringraziamento, in cui si presenta suonato e confuso come Rocky alla fine del suo scontro con Ivan Drago.
Per il Miglior doppiaggio di una serie TV, vincono per la prima volta a pari merito il premio della giuria ‘Better Call Saul’ e ‘Little Big Lies’, diretti rispettivamente da Alida Milana (Sdi Media) e Riccardo Rossi (CDC Sefit), mentre il pubblico sceglie decisamente la serie che ha come protagoniste Nicole Kidman e Reese Witherspoon.
Per il Miglior doppiaggio di una serie d’animazione la scelta è totalmente affidata al pubblico che, fra le acclamazioni dei presenti in sala, fa cadere le sue preferenze su ‘Miraculous: Le storie di Ladybug e Chat Noir’, diretto da Stefanella Marra per Dubbing Brothers.
A spezzare in due una serata che è ancora lunga ci pensano Federico Campaiola, Alessandro Campaiola e Alessio Nissolino che si presentano nella loro veste di trio comico FuoriSync, con un pezzo su Star Trek. L’intermezzo si allunga, quando i presentatori annunciano il premio non ufficiale ‘Vocine del futuro’: spazio dai toni autocelebrativi in cui i doppiatori premiano i propri figli, nella speranza che proseguano il lavoro dei genitori dopo piccoli ruoli minori svolti in serie e film d’animazione.
Si torna ai professionisti di una volta con il Premio alla carriera, assegnato ad Anna Rita Pasanisi (fra le altre, voce storica di Phylicia Rashad, la Claire Robinson de ‘I Robinson’) e Claudio Sorrentino (Ron Howard in ‘Happy Days’, John Travolta in ‘Pulp Fiction’, Mel Gibson in ‘Braveheart’). C’è spazio anche per i tecnici, che lavorano per confezionare i prodotti doppiati: a loro va il premio per il Miglior Fonico (Marco Santopaolo) e per il Miglior Assistente (Viviana Barbetta).
La giuria assegna a Riccardo Scarafoni – esilarante voce di Karen Crawley in ‘Sing’ – il premio per la Miglior voce maschile di un cartone animato, mentre il pubblico gli preferisce Fabrizio Vidale, che ha interpretato sia nelle parti recitate che in quelle cantate Maui, co-protagonista di ‘Oceania’. C’è ancora una volta concordia di giuria e pubblico, invece, per il Miglior doppiaggio di un film: ritira entrambi i riconoscimenti Rodolfo Bianchi, direttore del doppiaggio per Studio Emme di ‘La La Land’. Gala Doppiaggio 3
Prima degli ultimi due premi, c’è ancora spazio per un intermezzo, questa volta musicale: Alex Polidori, doppiatore e cantante, presenta sul suo palco il suo ultimo singolo ‘Non lo faccio apposta’, sulla sua pessima abitudine di non presentarsi in orario in sala di doppiaggio. Miglior voce maschile per la giuria è Paolo Vivio, Johnny Flynn nella serie Genius; il pubblico sceglie Alberto Angrisano, Halit Ergenç in ‘Rosso Istanbul’. La serata si chiude con il premio per il Miglior doppiaggio di un film d’animazione: se lo dividono Marco Mete, direttore del doppiaggio per la Dubbing Brothers di ‘Sing’, premiato dalla giuria; e Fiamma Izzo, che per Pumaisdue ha curato ‘Oceania’ e viene scelta invece dal pubblico.
In grande ritardo, così come è cominciata, si chiude anche la XV edizione del Gala del Doppiaggio. L’appuntamento è al prossimo aprile, con la speranza di una maggiore puntualità dell’organizzazione.

Ilaria Vigorito - 08/04/2018

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