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«Fuggire da chi sei è dura. Soprattutto se sei zoppo». Ryan Kayes è un ragazzo gay affetto da paralisi cerebrale, una disabilità dovuta a danni al cervello subiti prima, durante o poco dopo la nascita, che porta alla mancanza di coordinamento muscolare. Di lui racconta “Special”, la nuova serie Netflix 2019 scritta, co-diretta (insieme a Anna Dokoza) e interpretata da Ryan O'Connell, che ne ha scritto la sceneggiatura seriale a partire dal suo libro memoir "I'm Special: And Other Lies We Tell Ourselves", pubblicato nel 2015 da Simon and Schuster, e che ha attirato l'attenzione di Jim Parsons (Big Bang Theory), produttore esecutivo della serie.

Ryan, a poco più di vent'anni – nella finzione come nella vita vera – si sente in un limbo: non è sufficientemente normodotato da frequentare il mondo dei “normali” (e nemmeno Grindr), né invalido a tal punto da poter passare il tempo con altri disabili più gravi. «È dura la vita di uno storpio», dice, sconsolato, nella prima puntata, dopo aver incontrato per strada un bambino che, vedendolo zoppicare, gli ha consigliato preoccupato di andare in ospedale. «La gente non capisce la tua disabilità. È la reazione al diverso», lo consola il suo fisioterapista.

Special

Tutti sanno che Ryan è gay ma pochi sanno della sua paralisi cerebrale (anche nota come PCI), che compromette la parte destra del suo corpo, e che lui vorrebbe “togliersi di dosso” a tutti i costi. Così, quando accidentalmente viene investito da un'auto, decide di riscrivere la sua identità: Ryan Rayes non zoppica perché è disabile, ma perché vittima di un incidente d'auto. Lo racconta nel suo articolo d'esordio su Eggwoke, il blog in cui lavora come stagista. Olivia (l'esilarante Marla Mindelle), la sua cinica direttrice dall'umorismo nero, obbliga i suoi scrittori a scrivere articoli che scavino il più possibile nella loro intimità, quelli che lei chiama «saggi confessionali», ossessionata dai contenuti virali e dalle visualizzazioni. La redazione di Eggwoke è popolata di casi umani sottopagati, tra cui spicca Kim, interpretata da Punam Patel, «una stronza che cambia il modo in cui parliamo del corpo femminile». Kim – donna nera e oversize – diventa molto presto una persona cruciale per la vita di Ryan, un esempio di accettazione di sé e body positivity, di resilienza e non-conformismo. E poi c'è Karen (Jessica Hecht), la mamma un po' svampita ma adorabile di Ryan, che ha passato la vita intera a fargli da badante, instaurando con lui un rapporto di dipendenza reciproca.
Arriva un momento in cui Ryan sente che è arrivato il momento di liberarsi dall'iperprotettività di sua madre per andare a vivere da solo e conquistare la sua indipendenza. Karen inizialmente non è convinta, ma questo decisivo passo le permette di smettere di spiare dalla finestra il suo affascinante vicino di casa per conoscerlo davvero. Soprattutto è l'opportunità di lasciare che sia qualcun altro a prendersi cura di lei: Phil è la prima persona a prepararle un toast al formaggio dopo decenni.

Non solo Ryan, anche gli altri personaggi raccontano bugie su sé stessi per sentirsi accettati. C'è Karen che per settimane tiene nascosto a Ryan il suo love affair con Phil, c'è Kim che ha costruito la sua facciata di ragazza ricca e alla moda ma, in verità, ha il conto in rosso. E poi ci sono le bugie che ci raccontiamo da soli, i pensieri negativi con cui alimentiamo la scarsa considerazione di noi stessi. Ryan non ama il suo corpo, odia la sua PCI, si sente uno sfigato e finisce sempre per credere che chi gli sta vicino lo faccia solo per compassione. Ma quando menti su te stesso, a te e agli altri, finisci per creare un sacco di problemi...

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Ryan O'Connell, come il sé stesso della serie, ha affrontato la dura sfida di “uscire dall'armadio” per ben due volte. In un'intervista a Vulture, racconta che fare coming out come disabile è stato estremamente più difficile che farlo come gay. Potremmo definire Special una “serie di formazione”, il racconto dell'evoluzione di Ryan nella consapevolezza di sé e dei suoi desideri, della sua sessualità in quanto gay e disabile. «C'è così tanta ignoranza sulla disabilità, perché non c'è dialogo, non ci sono rappresentazioni positive dei disabili in TV», riflette O'Connell su Vulture. Anche il sesso gay è ancora scarsamente rappresentato o, nell'estremo opposto, tendenzialmente ispirato alla pornografia mainstream che ipersessualizza i corpi («è ormai dato per scontato che scopiamo come conigli»). La scena in cui Ryan perde la verginità con un sex worker – oltre a dare dignità alla categoria dei lavoratori sessuali – mostra un sesso umano, comunicativo e, soprattutto, realistico. Sembra che quando si vuole parlare di sesso nel cinema la scelta sia sempre e solo tra: fornire indizi, evocare molto lontanamente l'incontro tra corpi senza mostrarli, limitando le inquadrature a pezzi di pelle (viviamo ancora in un'epoca in cui i corpi nudi sono offensivi); oppure creare un prodotto di nicchia, o strettamente pornografico, che mostra un sesso integrale, ma meccanico, degradante, irrealistico. Contribuisce ad avvicinare il racconto alla realtà la scelta di far interpretare i personaggi gay uomini (che costituiscono la maggior parte dei personaggi maschili) da attori gay.

Special tratta temi difficili come disabilità, omosessualità e pregiudizio sociale, senza appesantirsi di drammaticità e vittimismo, ma sempre con un tono leggero e divertente. Tutti/e siamo insicuri, fragili di fronte al (pre)giudizio. Tutti/e abbiamo bisogno di essere spronati ad amarci per chi siamo.
Special celebra la diversità senza ghettizzarla: chiunque, indipendentemente dall'orientamento sessuale o dalla propria capacità ambulatoria, può identificarsi nella storia di Ryan. È questa, dopotutto, la modalità più efficace di arginare la discriminazione: stimolare la conversazione sugli “invisibili” della società invitando tutti/e a partecipare e a divertirsi. Aspettiamo la prossima stagione.

Sara Marrone, 06/05/2019

È l’inevitabile, quanto telefonatissimo, paragone con Game of Thrones, che penalizza Il nome della rosa, serie tv andata in onda lunedì 4 marzo su Rai 1, registrando un record di ascolti: oltre 6 milioni e mezzo di spettatori. Paragone che, diciamolo subito, non sta né in cielo né il terra, ma la serie targata HBO in questi anni ha funto da metro di giudizio per tutte le serie in costume, di cappa e spada, storiche e para storiche che dir si voglia, rivestendo per queste ultime la funzione del puntatore per il compasso: lei ferma, loro in movimento adorante intorno a lei, in una rappresentazione eliocentrica della serialità, non ancora intaccata dalla riforma galileiana. Riforma di cui non si fa portatrice Il nome della rosa, che preferisce seguire il proprio personale puntatore, il romanzo che Umberto Eco considerava, con irritante quanto genuina falsa modestia, uno dei suoi meno riusciti.

La serie è fino ad ora un’accurata trasposizione, che ha il merito di aggiungere più che modificare, delineando meglio il contesto storico, cosa che per ragioni di tempo non era stato possibile (ma non era nemmeno ritenuto necessario) nel film del 1986 di Jean-Jacques Annaud con l’indimenticabile Sean Connery nel saio di Guglielmo da Baskerville, Sherlock Holmes ante litteram alle prese con misteriosi omicidi in un monastero. Film criticato al tempo per gli stravolgimenti che aveva apportato al romanzo, ma che aveva il merito di tratteggiare un Medioevo proprio come ce lo aspettiamo (e probabilmente proprio com’era): un periodo buio, lurido, con persone sporche in viso, ricoperte di stracci, bestiali echi di umanità, contrapposta al portamento da uomo anticipatamente rinascimentale di Guglielmo.

La serie di Giacomo Battiato, invece, con John Turturro nei panni del francescano detective, Damian Hardung in quelli del novizio Adso, Rupert Everett interprete del terrificante inquisitore Bernardo Gui, va in un’altra direzione. Una direzione già vista, peraltro, con scelte visive e stilistiche che vanno dalle panoramiche di vallate incontaminate con l’erba perfettamente tagliata alle inquadrature in primo piano di ragazze esuli di guerra, morte di fame ma dai ricci perfettamente disegnati e nessun accenno di denutrizione o sporcizia. Una scelta stilistica di estremo ordine e pulizia, che stupisce e incanta lo spettatore quando indugia sulle bellezze dell’abbazia o sulle riprese in campo aperto delle meraviglie naturali dell’Abruzzo, in cui è stata girata la serie, ma che stride quando presenta un’umanità fin troppo patinata e composta.

Specifichiamo che, fino ad ora, di umanità se ne è vista ben poca, e quella che abbiamo ammirato fa parte della scelta del regista di tracciare una nota storica a piè di pagina, per inquadrare la vicenda crime in un contesto più ampio. Contesto nel quale si muove Dolcino, predicatore eretico che aizza la popolazione, interpretato da un Alessio Boni interpretativamente su di giri ma che non riesce ad accendere gli animi degli spettatori come invece fa con il popolo affamato. Margherita, la sua compagna, è interpretata da una Greta Scarano che ci appare ancora in rodaggio e che per adesso viene ampiamente battuta dall’unica altra interprete femminile della serie, l’esule di guerra dai ricci perfetti, Antonia Fotaras, che buca lo schermo con i suoi incredibili occhi verdi, nonostante l’inspiegabile permanente. Convince e cattura lo spettatore, seppur presente per pochi minuti sullo schermo, Roberto Herlitzka, gigante del teatro interprete di un magnetico Alinardo. 

I dialoghi sono incalzanti, molti sono i rimandi all’attualità: impossibile non vedere un’implicazione politica, sebbene all’acqua… di rose, nella frase “mentre sogniamo mondi migliori, governanti ciechi guidano popoli ciechi verso l’abisso”. Il doppiaggio, come molti spettatori hanno lamentato, appiattisce e livella l’interpretazione dei grandi nomi stranieri, su tutti John Turturro che perde almeno il 50% della sua (ottima) recitazione con una voce sterile, da telecronaca.

Insomma, la prima puntata de Il nome della rosa colpisce visivamente e tecnicamente, ma non riesce a squarciare i nostri cuori come ci aspettavamo, complice una regia che concede molto allo spettatore già nella prima puntata e non riesce a creare quella suspance assassina che ti fa rodere il fegato in attesa della prossima puntata. La patina di luminosità, ordine e delicatezza che Battiato stende sulla vicenda mal si sposa con l’immagine brutale, oscura e ancestrale che abbiamo del Medioevo. Concezione che, inspiegabilmente, ci è stata instillata ancor più in profondità da prodotti che con il Medioevo, quello vero, non hanno niente a che vedere, come appunto Game of Thrones. È un tragico segno dei nostri tempi, constatare che un prodotto televisivo debba prima di tutto confrontarsi con il suo principale concorrente, e poi con la sua fonte letteraria.

Ma se è vero, come dice Guglielmo, che non vedere le cose non impedisce loro di esistere, noi sappiamo che il Medioevo, quello vero, possiamo trovarlo senza patine, imbellettamenti, luci costruite ad arte, nelle pagine di un libro che non smette di troneggiare al di sopra, e nonostante, tutti i tentativi di rappresentazione per immagini.

Giulia Zennaro, 4/3/2019 

Che il ritorno di Suburra fosse in grande stile lo avevamo capito fin da subito. È bastato guardare Aureliano nei trailer, completamente trasformato fisicamente e interiormente dall’uccisione della sua donna da parte della sorella. Il re della Suburra è solo come un cane. Il dolore lo sprofonda in un abisso dal quale solo la vendetta può toglierlo. E Aureliano cerca la vendetta, ma per perseguirla, perché non sia solo una fantasia, ha bisogno dei suoi vecchi amici. E di farsene di nuovi. Perché così funziona a Roma: non ci sono amici veri, ma per ottenere qualcosa non puoi prescindere dalle amicizie. Si creano nuove alleanze, in questa seconda stagione, i personaggi lavorano febbrilmente a questo per tutto il tempo. Servono a costruire l’impalcatura di questa seconda stagione, a edificare lo stato dentro lo Stato che Aureliano e i suoi amici sognano.

Uno stato che soddisfi tutte le loro fantasie: vendetta, potere, libertà, denaro. Per ottenerle non si risparmia niente: anche le tragedie degli ultimi, dei dimenticati, dei profughi che diventano merce di scambio, terreno di trattativa. Samurai vuole che siano sgomberati da Ostia per costruire il suo porto, Cinaglia cavalca l’onda dell’insoddisfazione e balla prima con la sinistra e poi con la destra, Aureliano vuole vedere Samurai distrutto, Spadino lotta per avere credibilità nella sua famiglia, Gabriele oscilla tra responsabilità e corruzione.
Mette radici molto profonde nella nostra attualità, questa seconda stagione di Suburra. Va a toccare nervi scoperti, ferite ancora aperte, e ci getta sale sopra, impedendo al sangue di fermarsi.
I nostri antieroi imparano che, per fronteggiare un nemico comune, devono mettersi insieme. Soprattutto se quel nemico è Samurai, un villain che da solo vale quanto decine di antagonisti visti negli ultimi anni. Le premesse per un’esplosione in grande stile c'erano tutte, fin dalla prima stagione. Un continuo balletto di potere, favori, corteggiamenti interessati, sangue. 

Suburra ci dipinge, come nella sua prima stagione, un ritratto impietoso e accurato della nostra società, e di quella variopinta pattumiera che è la città di Roma, popolata da furbetti, ladri e assassini. Una città che è sempre uguale, eppure che cambia di continuo. E in questa seconda stagione vediamo fino a che punto può davvero spingersi il cambiamento, se Suburra ha davvero il coraggio di osare, e di presentarci davanti uno specchio di ciò che siamo. Ora è il momento di rendere reale ciò di cui abbiamo letto sui giornali, e i nostri protagonisti sono pronti. Ma Suburra fa di più, ci mostra il sangue che non vediamo, la morte di cui veniamo a conoscenza da un semplice trafiletto di giornale. In queste otto puntate il destino della Capitale si decide a colpi di pistola, di manganello, a mani nude, lottando come bestie. Molti cadono, nuove alleanze si formano, nuovi personaggi entrano in scena a portare la loro sfumatura di nero, in aggiunta allo strato di bitume corruttivo che avvolge la città.

Non spenderemo mai abbastanza complimenti per lodare Alessandro Borghi (Aureliano Adami) per la sua intensità e bravura assoluta. In questa seconda stagione incarna un Aureliano trasformato, nel quale il dolore ha acceso una sete di sangue che sta imparando a indirizzare. Spendiamo due parole anche per ringraziare Barbara Chichiarelli per la sua Livia, personaggio che avrebbe potuto dare di più, ma che è uscito di scena a testa alta, in un toccante commiato che ricorda molto la scena finale di Dexter.
Ma a nostro avviso è Gabriele (Eduardo Valdarnini) a compiere il percorso evolutivo più interessante. Un percorso che già nella prima stagione l'aveva trasformato da pischello che si prende le pizze in faccia a giovane e rampante poliziotto, che crede di cancellare le macchie del passato mettendosi addosso la divisa. Il flashback su di lui (bellissimi tutti, ottima idea del regista Andrea Molaioli) è forse il più interessante perché ci mostra il seme di quella pazzia che Spadino intravede nel compagno.

La seconda stagione di Suburra svolge in maniera decisamente adrenalinica le premesse psicologiche messe in campo dalla prima. Ci sono mancati i flashback iniziali, che incuriosivano lo spettatore, ma abbiamo apprezzato il fatto che i momenti di tensione e pathos fossero sempre ben dosati e si articolassero coerentemente con lo sviluppo dei personaggi. Una tensione che monta fin dalla prima puntata e che esplode con tutta la sua cruenta potenza nelle ultime due puntate, un vero e proprio bagno di sangue, ma importante per la ridefinizione degli equilibri e per l'immancabile colpo di scena finale. Un colpo di scena che rimette le carte in tavola per una terza stagione che, già lo immaginiamo, sarà ancora più cruenta, machiavellica, adrenalinica di questa.

Giulia Zennaro, 23/2/2018

Valentina Mallamaci, classe 1984, una Laurea in “Comunicazione Multimediale e di Massa” e un Master in “Critica Giornalistica” presso l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, è giornalista e critico cinematografico. In occasione dell’uscita del suo libro “TV di serie. Analisi delle pratiche e dei temi che hanno cambiato un medium” (Viola Editrice, una prefazione di Umberto Contarello), presentato alla libreria Altroquando di Roma il 19 maggio, la abbiamo incontrata per fare il punto sull’inarrestabile fenomeno delle serie tv. Dal romanzo d’appendice all’era della riproducibilità tecnica, Valentina conduce, con rigoroso metodo scientifico, un’attenta analisi su una materia viva e magmatica.

Da cosa nasce l’interesse per l’argomento serie tv?
«Il germe dell’idea si forma durante la stesura della tesi di Master [in Critica Giornalistica presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, ndr]. Decisi di analizzare e di mettere a confronto alcuni personaggi di serie tv e di film. Intuii che c’è una commistione intensa tra i due ambiti che non riguarda solo il contesto produttivo e la grammatica cinematografica, ma anche i temi.»

MALLAMACI handmaids taleNel tuo libro analizzi “Black Mirror”, “The Crown”, “House of Cards”, “The Handmaid’s Tale”, “Westworld” e molto altro. C’è un quasi totale monopolio di serie Made in Usa. Quali sono stati i criteri di scelta?
«Quando ho iniziato, non avevano nessuna discriminante geografica in mente. Cercando, però, i temi importanti, la selezione è stata naturale. In Italia si sta cercando solo di recente di creare prodotti di respiro più internazionale con una complessità maggiore di argomenti. È ancora un inizio tuttavia. In America e in Europa si può spaziare di più.»

Serie, pur di successo per numero di stagioni come “Once Upon a Time”, “Grey’s Anatomy”, “Game of Thrones”, “Downton Abbey” non ci sono: come mai?
«Non credo nelle serie che durano decenni. Inoltre, cercavo materiale disponibile ora perché ho pensato il libro per le persone che guardano le serie in corso oppure per chi attende la stagione successiva

Qual è lo stato dell’arte del panorama italiano?
«Il problema italiano è la tendenza a restare sempre sulla stessa tipologia di genere, cioè la criminalità. È proprio dalla criminalità che provengono i personaggi oscuri, ma sarebbe interessante vedere luci e ombre anche in altri ambienti. Da noi c’è più paura di osare perché il pubblico è diverso, il mercato è diverso, non paragonabile a quello americano, inglese o francese. La tv in senso stretto lavora ancora su mainstream e pubblico generalista. Di sicuro adesso, con lavori come “The Young Pope” di Sorrentino o “Il Miracolo” di Ammaniti, si inizia a progettare altro. La generazione più giovane, poi, conosce anche cosa c’è fuori.»

Cosa pensi di una serie tutta italiana come "Gomorra", che pure ha riscosso successo di pubblico all’estero e ha sollevato tante critiche in Italia?
«In "Gomorra" troviamo un esempio di lavoro coordinato e vicino al modello americano, con una prima idea di bozza di showrunner (ruolo non ancora formalizzato in Italia): uno solo, come un direttore d’orchestra, coordina una coralità di visioni che prevede più registi, persino una regista per un occhio attento all’universo dei personaggi femminili. Ed in effetti, un merito di "Gomorra" è che la camorra non viene trattata solo come fatto cronachistico o poliziesco, ma dal punto di vista dei rapporti tra i personaggi.»

Da cosa dipende il successo di una serie tv?
«Dalla qualità della scrittura. Non bastano investimenti imponenti a livello economico e tecnologico. Certo, si è registrato uno spostamento di grandi registi e tecnici sul piano della fotografia come della colonna sonora, ma una buona sceneggiatura è essenziale. Il problema è che viene prodotto tanto: la proposta di centinaia di titoli all’anno su varie piattaforme ha delle conseguenze e anche il buono è sommerso dal resto.»

Come è cambiato il rapporto tra lo spettatore e il prodotto?
«Esiste una forma di dipendenza. E le forme narrative accattivanti e interessanti la amplificano: bisogna sapersi gestire. Cambia la fruizione stessa del prodotto, a cominciare dalla gestualità telecomando-tv che viene a mancare. Su Netflix le puntate partono in automatico senza nemmeno doverle selezionare con un clic. Con il binge watching si fanno scorpacciate anche di cinque o sei episodi, magari per evitare gli spoiler, ma non potrà che essere una visione superficiale.»

MALLAMACI Stranger ThingsPer te vale la massima “spoiler non vi temo”?
«Gli spoiler sono da ridimensionare, perché non rovinano la visione: oltre la trama c’è dell’altro. E qui ritorniamo al problema della scrittura cinematografica, inclusi montaggio e fotografia. “Mad Men”, ad esempio, ha una grande ricchezza dal punto di vista estetico e stilistico perché racconta la storia americana tra gli anni ’50 e l’inizio dei ’70 anche attraverso il modo di cambiare arredamento, costumi e atteggiamenti, offrendo una microstoria nella macrostoria. In “Stranger Things”, poi, c’è un vero e proprio gioco di riconoscimento di elementi per ricostruire l’estetica anni ’80, come un puzzle attraverso cui gli autori sfidano gli spettatori. Niente è a caso nelle inquadrature, ma sono dettagli che si possono notare soltanto attraverso una visione lenta e ragionata.»

Cosa attira la tua attenzione come spettatrice di serie tv?
«Mi sono sempre interessati i personaggi di una storia, il loro sviluppo, la loro interazione e il lavoro di introspezione psicologica. In fondo si tratta di considerare il rapporto tra cosa è raccontato e come ci vediamo noi. Ormai le serie tv sono uno specchio, a volte il riflesso fa sorridere ed è ironico, altre fa paura perché esprime quello che non osiamo dire, magari a causa delle convenzioni sociali. In altri casi, invece, le serie tv sono più avanti nel tempo e nello spazio rispetto a noi: proiettano le nostre paure.»

La prima serie di cui conservi un ricordo?
«Non ricordo una serie in particolare, ma una sensazione. Ero piccola negli anni ‘90 e nel pomeriggio andava in onda “Twin Peaks”. Ricordo ancora l’inquietudine e il terrore che mi attraversavano non appena ne ascoltavo la colonna sonora. Tra le serie che mi hanno appassionata? “The Sopranos” e “Dexter”. A causa di quella fascinazione per i personaggi ‘negativi’ ma che scatenano un’empatia fortissima, perché non sono raccontati solo dal punto di vista della malvagità. Si scava a fondo per capire da cosa questa malvagità nasca.»

MALLAMACI twin peaksOggi la tv è liquida, i contenuti televisivi li ritroviamo anche su pc e smartphone. Ha ancora senso parlare di tv?
«Prima c’era programmazione, un appuntamento stabilito da rispettare, adesso posso vedere un film o una serie anche in metro sullo schermo del mio smartphone. Vale la logica dell’estensione. Ormai si parla di transmedia storytelling: universi narrativi che si spostano con noi e creano la necessità di qualcos’altro. Con l’incredibile disponibilità di offerta e di mezzi per fruirne, si creano universi narrativi che si espandono in qualsiasi momento. La tv non è liquida soltanto perché è anche su pc e smartphone. Gli universi narrativi si espandono nei videogiochi, negli oggetti da collezionare, nei parchi a tema.»

Il cinema viene influenzato dalle serie tv? Come?
«Non è vero che il cinema adesso si ispira alle serie tv. La grande opportunità della serialità televisiva è la disponibilità di tempo. Lynch considera l’ultima stagione di “Twin Peaks” un film lungo 18 ore. La suddivisione in episodi e la maggiore dilatazione di tempo si permette alla serialità di dire e approfondire di più. I mezzi, tecnicamente parlando, sono gli stessi. Da qualche tempo registi e sceneggiatori si sono accorti del potenziale e c’è stato uno spostamento di autorialità verso le serie tv. Non credo, però, che un ambito divori l’altro. Ci sono contesti diversi con potenzialità diverse che permettono discorsi e narrazioni di tipo diverso: viaggiano in parallelo senza contrapporsi.»

Credi sia giusto che le serie tv competano con i film, oppure è giusta l’iniziativa CanneSeries di un festival dedicato esclusivamente a serie tv?
«Tutte le polemiche che si sono create sulle proiezioni di serie nei festival sono in realtà frutto di paura. L’apice di successo delle serie tv fa paura al cinema, ma credo sia necessario trovare il giusto modo di farli convivere. Metterli in contrapposizione in modo così netto crea una discordia che non ha ragion d’essere. Film e serie tv sono prodotti artistici differenti, ma meritano uguale esposizione. D’altronde se la serialità trasmigra da un device all’altro è normale che, prima o poi, arrivi al grande schermo, quindi appare insensato impedire che ciò avvenga. Se lo spostamento è più verso cinema o verso le serie? É difficile prevedere l’andamento da qui a un anno: adesso la serialità televisiva ha grande dignità e qualità, caratteristiche che devono essere tenute nella giusta considerazione e valorizzate.»

Alessandra Pratesi 20/05/2018

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