Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 694

Il vampiro più famoso della cinematografia moderna, il conte Dracula, nato dalla mente e dalla penna del visionario Bram Stoker, arriva anche sulla nota piattaforma streaming Netflix. Al timone della serie, ci sono due nomi degni di nota, Steven Moffatt e Mark Gatiss che già hanno sorpreso il pubblico con Sherlock e Jekyll. Si dice che squadra che vince non si cambia, ed infatti i due registi ripropongono in questa mini serie la fortunata formula che già li pose sotto le luci della ribalta con Sherlock: tre lunghi episodi che possono essere considerati quasi dei film a sé stanti da un ora e mezza ciascuno, liberamente ispirati all'opera di Stoker.

Se da un lato, infatti, riprendono la sua opera ed i suoi personaggi, dall'altro vengono completamente stravolti. Senza dubbio, i più importanti sono il conte (Claes Bang) e suor Agatha (Dolly Wells), due personaggi il cui contrasto costituisce l'impalcatura narrativa di tutta la serie, che non si scontrano mai a livello fisico: il loro scontro è, tutto sul piano mentale, un inseguirsi di ragionamenti che li rende incredibilmente intriganti anche grazie alla loro caratterizzazione precisa che viene, puntata dopo puntata, sviluppata ed analizzata in ogni sfaccettatura. Accanto a loro, si sviluppa la storia del giovane avvocato Harker, che fungerà da voce narrante per la lunga parte introduttiva, in cui i due registi sembrano omaggiare il Dracula originale come mostro assetato di sangue i cui colori si alternano ora tra il rosso del sangue, ora il nero della notte senza stelle.

E' solo verso la fine della prima puntata che la serie prende una piega diversa e più audace, quando gli autori decidono di rivisitare la letteratura su Dracula e spalancare le porte ad una nuova prospettiva sul vampiro. Un progetto audace, quello di raccontare una storia nuova, ma pericoloso. Apprezzabilissime le citazioni e rimandi al Mondo di Tenebra, il fortunato universo narrativo prodotto da casa White Wolf, con un occhio di riguardo soprattutto per il gioco Vampire la Masquerade. Impossibile inquadrare la serie in un genere preciso, per via dei molti cambi di direzione imposti dagli autori, mescolando l'horror, che però funge da cornice per tutte e tre le puntate, condito da un'ironia pungente e sadica che resta sempre presente e tuttavia gradevole, al genere investigativo e introspettivo, anche grazie ad un sapiente uso delle inquadrature e della fotografia, sempre perfetta: in alcune scene, i personaggi potrebbero anche fare a meno di parlare, per quanto potente essa sia, comunicando comunque il messaggio proposto dai registi allo spettatore.

Purtroppo, la serie perde molto nel suo terzo atto finale, in cui solo l'ironia, lascito dei primi due episodi, resta apprezzabile. Dracula viene messo di fronte alle sue ragioni che però non trovano una seppur piccola giustificazione narrativa e il finale lascia lo spettatore stupito ed imbarazzato. In quest'ultima puntata i due autori mettono troppa carne al fuoco che non viene esplorata a dovere, scelta forse dettata dalla troppa fretta di concludere una serie fino ad allora ben riuscita e il cambiamento rispetto alle due puntate precedenti risulta eccessivamente brusco, sprecando, da questo punto di vista, un'occasione d'oro che fino a quel momento era stata magnificamente portata avanti e risultava in un'affascinante rivisitazione di Dracula, finalmente visto sotto tutta un'altra luce.

Alessandro Perri

Mettere in scena la fede senza fare prediche, all'interno del panorama seriale televisivo italiano, sembra che sia il grande risultato de Il Miracolo.

Sono andate in scena il 29 ggio 2018 le ultime due puntate della serie evento firmata Sky che porta la mano di Niccolò Ammaniti, a livello di regia, soggetto e sceneggiatura e il risultato complessivo risulta ampiamente soddisfacente da quasi ogni punto di vista. Almeno per una serie che sembra quasi essere passata in sordina, senza grandi scossoni di audience e senza grandi paroloni di contorno.ilmiracolo2

Sul piano attoriale si recuperano certamente alcuni volti noti di 1992, recenti successi del network, come Guido Caprino e Tommaso Ragno, interpreti perfettamente funzionanti all'interno di una narrazione corale che non insiste sulle eccessive teatralità di performance, ma si imposta in una rappresentazione tutta essenzialmente umana. Una rappresentazione che fa proprio della mancanza di eccessive caricature e di standardizzazioni il suo punto forte. La figura del prete, del premier, della first-lady, del generale, della biologa, di Nicolino e di suo padre non sono affatto vittima di quella silizzazione -molto spesso pressapochista- di cui è vittima molto del panorama televisivo -e cinematografico- italiano.

I contributi etici e riflessivi sono parte integrante della narrazione di Ammaniti (aiutato da Manieri, Marciano e Bises) e lasciano aperti molti spiragli di approfondimento, di domande, di dubbi su quanto e su come effettivamente si possa far fronte ad un miracolo, all'interno di un ambiente, una Roma senza contorni definiti, che si muove in un'era di telefonia, telecamere omnipresenti e pronostici di rating. Forse una abile mossa per tenere aperte le strade della prosecuzione della storia, forse perché di certezze questa storia non ne vuole mettere in gioco poi molte.

Come dunque gestire una Vergine Maria di terracotta che piange litri e litri di sangue al giorno? Dal punto di vista del racconto la formula corale risulta vincente, affiancando storie apparentemente distanti ma convergenti in un piano -filmico e forse 'divino'- che li rende affreschi della stessa cattedrale. Un piacevole connubio di innesti e riflessi -soprattutto nel montaggio delle due puntate- che rendono vivace il procedere della vicenda e si avvicinano ad un disvelamento del sacro solo nelle decisioni dei suoi personaggi. il miracolo

Le tonalità di regia -qui, oltre allo scrittore romano troviamo Munzi e Pellegrini- si presentano tendenzialmente efficaci, soprattutto all'interno di un personaggio, come Ammaniti, che si trova perfettamente a suo agio con una narrazione per scene da girare e non da immaginare, come se fosse un suo Come Dio Comanda pensato per lo schermo e per le puntate. Le scene oniriche (quasi indimenticabile la Madonna Bellucci in fondo al mare), le connessioni dinamiche e narrative sono tipiche della messa in scena seriale (soprattutto oltreoceano) e sono unite ad una scelta musicale che sagacemente mischia -come buona parte dell'influenza di 1992 ha disegnato- Jimmy Fontana (in più salse) con Nils Frahm, i Godspeed You!Black Emperor, gli Swans, unendo tradizione italiana e nicchie di musicisti di culto, proprio come la tendenza generale del discorso magno vuole comunicare.

Un'operazione di qualità, o comunque sicuramente orientata a questo proposito, più che sul raggiungimento di una qualunque vastità di pubblico. Un ricerca e una narrazione che fa bene mettere sull'on-demand e guardarsi con calma, senza aspettative enormi e lontani dalle considerazioni in merito alla "solita serie italiana" di fuorilegge, sessualità e generazioni allo sbando.

Davide Romagnoli 30/05/2018

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

Digital COM