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La ricerca della felicità è un tema diffuso, in narrativa e oltre. Tra Hollywood, letteratura e la vita di chiunque, inevitabile prima o poi confrontarcisi, sia pure per la semplice e pulsante voglia di essere felici mentre il mondo, la vita o qualsivoglia altro concetto antagonistico sembra opporsi a questa nostra inclinazione. Anche l’autrice, Samira Zuabi Garcia, l’ha fatto, e ha anche congelato questa sua battaglia, per non dire guerra, in un racconto diaristico pubblicato da Montedit per la collana I Salici: “#365 Days Happy”.11
Nato come reportage fotografico sul più diffuso dei social network, nientemeno che Facebook, il libro costituisce la controparte letteraria del progetto di chi, dopo un grave colpo al cuore, ha un bisogno disperato di un nuovo obiettivo. E quale obiettivo più sincero può esserci di ritrovare la felicità perduta? Samira ci racconta tutto questo con trasparenza, distribuendo su 365 pagine il resoconto di 365 giorni della sua vita. Salvo le eccezioni di prologo ed epilogo, il discorso è scandito cronologicamente, non ci sono espedienti narrativi, non si tratta di altro che quello che sembra. La scrittrice, dall’inizio alla fine di un percorso rieducativo alla serenità, si pone di imprimere su carta uno o più momenti felici, escludendo tutti quelli infelici, per ogni giorno che passa.
Perciò, il libro è una mera summa di attimi felici, senza soluzione di continuità né struttura narrativa? Benché la narrazione sia davvero trasparente, tra ciò che promette e ciò che mantiene, “#365 Days Happy” è però una mappa introduttiva all’anima dell’autrice che si può consultare anche in controluce. Non sfuggirà al lettore attento, ma nemmeno al curioso di psicologia, come quasi ogni picco di felicità mostri su di sé le cicatrici di un contrappasso cupo, triste, appartenente forse al passato, forse allo stesso presente. Non solo: vi sono brani scritti a carattere più piccolo del resto del corpus, che se ne distaccano sottovoce. Sfogano valvole di dolore e sconforto che, altrimenti taciute, non solo esploderebbero presto in una crisi, ma priverebbero la lettura di un contrasto dolce-amaro privilegiato e fondamentale.
Nello spirito dell’opera stessa, quello del repetita iuvant, ribadiamo che questo libro non mente, non nasconde, non si vergogna. Quasi a rispecchiare la propria occupazione principale, la fotografia, Samira cattura 365 momenti come una narratrice fedele alla sua immagine di realtà. Se siete in cerca di artifici narrativi, colpi di scena e sconvolgimenti, cercate altrove, “#365 Days Happy” non è né vuole essere questo. Ma d’altra parte, come resoconto di vita, non vuole né può prescindere dalla sua dose di montagne russe. L’autrice, infine, ha visto realizzarsi, persino editorialmente, la sua auto-profezia di felicità in divenire. E noi, invece? Non è tanto se siamo felici, la domanda che il libro ci pone, ma una più autentica e sottile: vogliamo esserlo? Perché, non senza fatica ed esercizio, forse potremmo.

Fotografie di Samira Zuabi Garcia

Andrea Giovalè
14/5/2018

Canada: in un paesino isolato dal resto del mondo, la stravagante Fiona (Fiona Gordon) passa le sue giornate in modo piuttosto monotono, immersa in una routine fatta di libri, casa e lavoro. A un tratto, però, l’esistenza della donna viene scombussolata da una lettera dell’anziana zia Martha (Emmanuelle Riva); l’ancor più stravagante novantenne vive in Francia ed è terrorizzata dall’idea di poter finire in un ospizio, così chiede, disperatamente, aiuto alla nipote. A questo punto Fiona, costretta ad abbandonare la sua vita fra le montagne canadesi, parte alla volta di Parigi. È proprio nella capitale francese che la situazione si complica: la zia Martha è fuggita di casa, così alla protagonista non resta che mettersi sulle sue tracce, imbattendosi, fra una disavventura e l’altra, nell’affascinante clochard Dom (Dominique Abel). L’uomo, innamoratosi di Fiona, decide di aiutarla nelle sue ricerche.
Con uno stile narrativo che si potrebbe definire piuttosto classico, se non lineare o addirittura didascalico, va specificato che "Parigi a piedi nudi", commedia girata dall’accoppiata Abel & Gordon, si nutre di un’ironia molto ingenua, destrutturata, apparentemente naïve, rivelando in realtà la denuncia, nemmeno troppo criptica, di due fra i problemi sociali più sentiti trasversalmente in Europa: la condizione degli anziani e la povertà. APARIGI È in questo gioco dei contrari che si rende possibile l’incontro tra una donna borghese e un senzatetto, trovando sbocco in una sintonia che a poco a poco si trasforma in innamoramento: uno scenario, insomma, abbastanza improbabile al di fuori dal set. Pur inquadrando il genere di commedia come un figlio dell’archetipo chapliniano, è forse questa la forzatura più evidente e squisitamente idilliaca del film. Il tema-cardine della narrazione, invece, risulta essere quello della vecchiaia; la paura più grande della zia Martha è quella della solitudine. Senza l’intervento della nipote, rischia di passare gli ultimi anni in un istituto che non potrà e non saprà comprendere la sua esuberanza. Ad alleggerire argomenti che pesano come un macigno, però, oltre alla sceneggiatura semplice ma sopra le righe ci pensa una regia colorata e fanciullesca, che riprende Parigi in tutto il suo splendore: anche la Ville Lumière, in fondo, è una vecchia signora un po’ eccentrica proprio come Martha, che cerca di andare avanti fra mille paure e contraddizioni.

Alfonso Romeo 09/05/2018

Joe (Joaquin Phoenix) è un ex marine, un ex agente FBI, un servitore degli Stati Uniti che ha visto troppe scene del crimine. Solitario e tormentato l’uomo sceglie di vivere nell’ombra, al riparo dai fantasmi di un passato troppo denso per poter essere superato, si guadagna da vivere salvando dietro compenso giovani ragazze inghiottite dal vortice della prostituzione. L’uomo non ha amici, non ha amanti, non ha relazioni sociali che oltrepassino le quattro mura domestiche condivise con l’anziana e inetta madre di cui si prende amorevolmente cura. Un giorno Joe riceve la chiamata di un senatore newyorkese disposto a tutto pur di riabbracciare la figlia Nina (Ekaterina Samsonov), fatta prigioniera in bordello di Manhattan. Nel tentativo di districare la giovane dalle grinfie dei suoi carnefici, scopre una vasta e ramificata rete di violenza e corruzione. Quando nel tentativo di ostacolarlo proveranno a sottrargli l’unica persona che conti veramente per lui, Joe inizia un implacabile e folle cammino alla ricerca della verità. 

Nelle sale dal 1 maggio, “A Beautiful Day” è scritto e diretto da Lynne Ramsay e basato sul racconto di Jonathan AmesNon sei mai stato qui” da cui è tratto il titolo originale del film, “You Were Never Really Here”. Presentato in anteprima alla 70ª edizione del Festival di Cannes è stato premiato per la Migliore sceneggiatura e la Miglior interpretazione maschile. Al suo quarto lungometraggio, l’autrice scozzese fa sfoggio di una spiccata abilità registica che le consente di esprimere al meglio il forte impatto visivo che da sempre caratterizza il suo cinema. Senza mai scadere nell’autocelebrazione, la Ramsay conferma una naturale propensione alla narrazione per immagini. Una maturità stilistica coltivata nel corso di una carriera costellata da molti riconoscimenti e pochi titoli in filmografia, sapientemente distribuiti nel corso di oltre un ventennio di attività. Dopo l’esordio ancora ventisettenne con il corto di diploma “Small Death”, si fa notare sulla croisette nel 1999 con “Ratcatcher – Acchiappatopi”, commovente racconto di formazione ambientato nel sottoproletariato scozzese. “A Beautiful Day” attinge a piene mani, ed apparentemente in totale consapevolezza, al consolidato repertorio del thriller senza mai venir meno alla propria marca autoriale. Il montaggio - curato da Joe Bini - è studiatissimo ed incalzante: tagli netti ed un audio sempre in anticipo rispetto all’immagine danno l’idea di voler giungere in soccorso ad una sceneggiatura atipicamente asciutta per il genere. Le lunghe e continue digressioni oniriche da un lato rallentano la progressione narrativa, dall’altro la arricchiscono con un’impattante portata estetica un Soggetto non esattamente inedito.

Joe è un personaggio ibrido, una personalità duplice in cui convergono e convivono istanze diametralmente opposte. Alla fisicità brutale e mascolina si alterna una spiccata sensibilità e un senso di responsabilità e premura di stampo materno. In equilibrio fra vita e morte, l’uomo sembra perennemente indeciso se porre fine alle terribili allucinazioni che lo perseguitano o continuare a vivere per quella madre così fragile e bisognosa. Così lo troviamo in bilico sulla banchina della metro, intento a trastullarsi con un coltello a scatto o ancora a spingersi al limite dell’asfissia costringendosi la testa in sacchetti di plastica. Una resistenza al dolore, fisico e psicologico, costantemente esercitata, indotta ed addestrata con metodologie degne della Legione Straniera. Joe è l’incarnazione di una figura archetipica del cinema hollywoodiano, il giustiziere della notte, il killer solitario. Phoenix - in stato di grazia - dimostra ancora una volta la sua capacità di assimilare totalmente i personaggi che interpreta. Fisico imbolsito, respiro pesante, barba e capelli che lasciano un’unica via d’accesso allo sguardo spiritato da soggetto borderline. Un’interpretazione stanislavskijana degna del Travis Bickle/Robert De Niro di “Taxi Diver”. Ma la catarsi attoriale non è il solo punto d’incontro con il capolavoro di Martin Scorsese. Caschetto biondo, fisico acerbo e viso da bambina fanno di Nina la corrispondente postmoderna di Iris/Jodie Foster, la prostituta tredicenne che Travis cerca di strappare - con la stessa brutalità di cui Joe è capace - a un crudele destino. Una città in perenne movimento - restituita nel suo cupo e profondo fascino dalla fotografia di Thomas Townend - custode di un’umanità volubile, corrotta e profondamente ipocrita. Un senso di violenza latente accompagna tre quarti di visione per poi esplodere con una forza impattante, ad alto tasso splatter, degna dei migliori titoli della ‘New Hollywood’ e sorprendere lo spettatore come un fulmine a ciel sereno. L’affresco metropolitano immaginato dalla Ramsay non dista molto da quello seventies di “The Deuce”, ideato per il piccolo schermo da David Simon e George Pelecanos. Il tappeto sonoro creato ad hoc da Jonny Greenwood - storico chitarrista della band britannica, Radiohead - conduce passo dopo passo la narrazione con sonorità sintetiche ed incalzanti che ricordano molto l’ultimo lavoro dei Safdie Brothers, “Good Time”. Del resto la musica sembra voler fuoriuscire ovunque in “A Beautiful Day”, dalle radio perennemente accese alla selezione extradiegetica delle 60’s hits - d’effetto la sequenza snodo che poggia sulla candida voce di Rosie Hamlin in “Angel Baby” - fino alle stesse improbabili interpretazioni vocali dei protagonisti in bilico fra vita e morte.

 

Luisa Djabali  29/04/2018

Cosa c’è più classico di una commedia di Plauto? Probabilmente è questo il quesito alla base de “Il soldato spaccone”, adattamento di e con Vincenzo Zingaro del “Miles Gloriosus” di Plauto, pieta miliare della commedia latina e non solo, in scena dal 20 aprile al 6 maggio al Teatro Arcobaleno di Roma. 

Con questo spettacolo, presentato al pubblico per la prima volta nel 1997 e rappresentato lo scorso anno come evento conclusivo per i festeggiamenti del 25° anniversario della sua nascita, la Compagnia Castalia mette in scena la classicità della commedia a 360 gradi. Non solo Plauto, padre della commedia, ma la sua opera più famosa e longeva rappresentata da un gruppo di teatranti della commedia dell’arte – che, da un lato, fece dei grandi autori comici classici il proprio cavallo di battaglia e, dall’altro, gettò le basi per la commedia moderna dal teatro, al cinema, fino alla televisione. E non occorre andare tanto lontano nel tempo per averne degli esempi, in fondo anche i tanto biasimati Cinepanettoni provengono – alla lontana – dalla stessa famiglia. Classicità latina e Commedia dell’Arte - già legate di per sé da un fille rouge che giunge fino ai giorni nostri – sono qui abilmente impastate da un gioco di metateatro, tecnica amata già da Plauto e Goldoni e consacrata a “classico” da Pirandello. soldato spaccone1

Insomma, gli ingredienti per rendere un classico ancora più classico, per dilettare gli amanti della commedia tradizionale, ci sono tutti, e amalgamati abilmente. Non sarà un caso infatti se lo spettacolo dal 1997 è stato accolto da oltre 40.000 spettatori con le sue circa 200 repliche. Anche osservando il pubblico in sala al Teatro Arcobaleno di Roma, dove lo spettacolo è in scena dal 20 aprile al 6 maggio, si può notare come la ricetta della Compagnia Castalia sia adatta a un pubblico variegato, dagli adulti ai bambini. L’intreccio di base è quello Plautiano: il soldato spaccone Pirgopolinice, che pur vantandosi a sproposito delle innumerevoli e millantate imprese si lascia raggirare dal piano architettato dal suo scaltro servo Palestrione – un Arlecchino ante litteram – per riportare tra le braccia dell’amato la bella Filocomasio, cortigiana finita tra le grinfie del Miles come bottino di guerra. Lui, lei e l’altro diremmo oggi. Ma non solo: ricchi e poveri, servo e padrone, giochi di inganni e incomprensioni. Tutti temi a cui siamo non solo abituati, ma anche affezionati, dai classici ai moderni, da Plauto a De Filippo, fino ad Aldo Giovanni e Giacomo. Il rischio di proporre qualcosa di trito e ritrito – anche se amato - c’era, ma è stato dribblato egregiamente non solo grazie alla brillante performance di tutti gli attori sul palco, ma anche grazie alle azzeccatissime scelte di regia, dall’uso dei dialetti, all’inserimento in sottofondo di incalzanti musiche partenopee, fino al finale a sorpresa. Unica pecca forse la durata: quasi due ore di spettacolo interrotte da una ormai inusuale pausa primo tempo che rischiano talvolta di distogliere l’attenzione del pubblico da una trama, seppur comica, ben articolata.

Virginia Zettin 29/04/2018

 

Costa Smeralda: nelle stanze della villa del Cavaliere, tempio sacro di feste notturne e fughe dalla realtà, una pecora, ansimante sul lussuoso pavimento, resta uccisa dal fortissimo impianto d’aria condizionata, mentre echeggia, dalla televisione, uno show con Mike Bongiorno. Lo spirito di "Loro 1" di Paolo Sorrentino potrebbe benissimo esser custodito esclusivamente da questi fotogrammi: è il ritratto dell’Italia ai tempi del berlusconismo, la fastidiosa fotografia di una società condotta sull’orlo del baratro dall’ambizione e dalla sete di denaro, incarnati, più di chiunque altro, da Lui: Silvio. Il sacerdote, il re, l’imperatore di un mondo destinato a estinguersi, ma che cambierà il Paese per sempre.

Sorrentino torna a raccontare un grande personaggio della politica nostrana 10 anni dopo "Il Divo", concentrandosi stavolta sugli antefatti del tema principale; Toni Servillo, trasformato letteralmente (e volutamente) in una maschera tragicomica da spettacolo di second’ordine, dietro un abbondante strato di cerone, autoabbronzante e capelli posticci, riesce a restituire un Berlusconi che simbolizza appieno la decadenza del potere. ALOROOO Eppure, la sua prima apparizione sullo schermo arriva solo a fine film, o meglio, a circa 25 minuti dal finale; scelta senz’altro opinabile ma audacemente intelligente, oltre che coerente. L’attesa del pubblico, infatti, rispecchia quella dei protagonisti di questo primo capitolo. Per più di un’ora assistiamo alle imprese di Sergio Morra (personaggio che ricalca dichiaratamente Gianpaolo Tarantini), interpretato da un ottimo Riccardo Scamarcio, che insieme alla compagna Tamara (Beatrice Axen) e aiutato dalla escort Kira (Kasia Smutniak), vive nell’ansia spasmodica di poter, prima o poi, avvicinarsi a Lui (così, quasi sempre, ci si riferisce a Berlusconi in Loro 1), grazie ai suoi traffici di droga e di giovani donne in vendita, ovvero quel grottesco valzer infinito di “vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notorietà” che denunciava un’annichilita Veronica Lario ai tempi della separazione dal celeberrimo consorte. A tal proposito Elena Sofia Ricci, perfetta nei panni di una stanca e dolente Veronica, rappresenta psicologicamente la “sezione interna” del racconto, con le ripercussioni e il dolore dell’altro lato del potere. Al marito, che spera di acquistare la sua comprensione coi diamanti, risponde: “Preferivo quando sapevi che avevo freddo e mi regalavi le pantofole”. Al di fuori, intanto, continua la costruzione del “set” per Loro 2: prende forma, inesorabilmente, la corte dei miracoli del Presidente, tra scene (abbellite dal solito perfezionismo sorrentiniano stavolta meno solenne e, visto il tema, più kitsch) che ricordano "Caligola" di Tinto Brass e "The Wolf of Wall Street" di Martin Scorsese. Perché Lui, dopotutto, nulla sarebbe stato senza Loro, cioè “quelli che contano”. Com’è tipico di Sorrentino, anche in Loro 1 ritroviamo un tocco dostoevskijano: il personaggio principale è indiscutibilmente negativo. Quelli che lo circondano, però, sono molto peggio.

Alfonso Romeo 26/04/2018

 

Si dice che camminare faccia bene all’anima. Tanto più se in mezzo alla natura. Forse è per questo che i due protagonisti dello spettacolo “Il bacio”, i neo vincitori del Premio Speciale Teatro della V edizione del Premio Anna Magnani, Barbara De Rossi e Francesco Branchetti – che ne è anche regista – si incontrano durante una passeggiata nel bosco. E non è una passeggiata qualsiasi quella attorno a cui ruota l’intera narrazione scenica. Non lo era quando, ognuno per i propri motivi, hanno deciso di incamminarsi, né lo sarà quando, dopo aver condiviso intensamente parte del cammino, entrambi proseguiranno per la propria strada. Il sipario si chiude, non li seguiamo più nelle loro vite, ma ne usciamo con la certezza che questo incontro li abbia toccati nel profondo, lasciando in loro una traccia indelebile. Come, d’altronde, ne esce commosso il pubblico dallo spettacolo. il bacio 3

Le loro storie le conosciamo passo dopo passo, con la stessa gradualità con cui i due si aprono l’un l’altro. È tutta una questione di fiducia, in fondo. È chiaro che questa donna, già scossa dalla vita e che non desidera altro se non una passeggiata in solitaria le proprie paure - almeno fino alla meta -, non abbia alcuna voglia di condividere né la strada né sé stessa con uno sconosciuto. Tanto più se si tratta di un’altra anima infelice come la sua. 

Eppure, sarà proprio l’estrema solitudine di lui a dargli la forza di non demordere, fino a raggiungere quel tanto atteso contatto, prima di tutto di spirito più che carnale. Due vite ferite e un unico obiettivo – la serenità -, perseguito con due approcci diversi e due modi diversi di relazionarsi. Ma il trucco sta nel non avere paura dell’altro, prima che di noi stessi. Sembra questo il messaggio nascosto tra le righe dal suo autore, l’olandese Ger Thijs, uno dei principali drammaturgi della scena contemporanea dei Paesi Bassi, che, non a caso, ha degli studi di psicologia alle spalle.


Uno spettacolo – attualmente in tournée (sabato 28 aprile al Teatro Europa di Aprilia) - che ci suggerisce come tutti, a modo nostro, siamo soli nelle nostre paure, che però, in fondo, non sono poi così diverse.Ed è così che parlarne, aprirci, raccontarci l’un l’altro, può aiutarci se non a vincerle almeno ad accettarle. Insomma, può essere, in un certo senso, “terapeutico”. Come una camminata.

Virginia Zettin - 26/04/201

A teatro, quando si tratta di riscritture, orma già da un po’ il nome di riferimento è quello di Letizia Russo. Confrontatasi più volte con i classici (“Filottete”, “Uno Zio Vanja”), è sempre riuscita a darne una visione allo stesso tempo alterativa e fedele. La sua penna rispetta la drammaturgia d’origine, la arricchisce senza mai snaturarla, anzi spesso ne esalta gli aspetti sempreverdi, con spettacoli di conseguenza moderni e angolari.
Stavolta, nella lente di ingrandimento dell’autrice, “I fratelli Karamazov”: “Ivan”, andato in scena al Teatro India di Roma fino al 22 aprile, è liberamente tratto dal libro di culto di Dostoevskij. Ivan2Ne risulta uno straziato e straziante monologo dalla voce del fratello che dà il nome al titolo. Intrappolato scenograficamente in un vortice di pagine e narrativamente in un limbo di silenzio e oscurità, il protagonista ripercorre ricordi chiave della sua vita scatenati dalla domanda più antica del mondo, “Chi sono io?”, applicata però al suo intero nucleo familiare. Chi sono i Karamazov? Cos’è questa famiglia dal destino terribile e cos’ha fatto per meritarselo?
La risposta, inevitabilmente parziale ma molto ficcante, viene dallo spettacolo stesso, che riapre la ferita mai rimarginata di una memoria martoriata da traumi, violenze, vuoti filosofici e dubbi esistenziali. L'interprete solista Fausto Russo Alesi non si limita però a far parlare il cerebrale Ivan, tra sé o con il piccolo Alyosha, ma si trasforma pure nei suoi peggiori incubi, un padre rozzo e un demonio dispettoso. Il suo barcamenarsi emotivo senza risparmiarsi fa esplodere la regia di Serena Sinigaglia, dove ogni piccolo gesto pesa come un macigno. Tutto è soppesato attentamente, nel pozzo claustrofobico di un’esistenza proiettata verso l’eterno, prima con odio e poi con paura, ricaduta infine nella follia.
Tutto il malessere di Ivan Karamazov rivive quindi, senza essere invecchiato di un giorno, in una pièce che nella sua voluta staticità ottiene di scuoterci nel profondo. La domanda sulla propria identità ritorna, ogni volta un pizzico più dolorosa, ricordo dopo ricordo. Fede, rabbia, passioni alte, passioni basse, forze, debolezze, sogni e incubi, racconti e leggende si avvicendano in una ferrea ring composition. E, forse, proprio in questo giace la tanto agognata risposta: cosa sono i fratelli Karamazov? La storia che unisce i più terribili frammenti dell’umano, una manciata di vite impossibili da vivere, ma incredibili da rivivere.

Andrea Giovalè
23/04/2018

Alessio Bonomo esordisce nel 1999 per Sugar Music, con il singolo “Il deserto”, per poi partecipare al Festival di Sanremo d’inizio millennio, l’anno successivo, con “La croce”. Da allora sono passati 18 anni, lo spazio enorme di un’adolescenza. Ma, si sa, gli anni in musica non trascorrono sempre uniformi. A volte un lustro è sufficiente a rivoluzionare una scrittura, altre volte non basta una vita intera.
La voce musicale di Bonomo ritorna, coerente a se stessa, lentamente scivola su un tappeto musicale dal ritmo posato, dolce, avvolgente. L’autore conserva, per scelta o per indole, il proprio cuore narrativo, che lo lega saldamente a sonorità tipiche del cantautorato cosiddetto “di una volta”. Se da una parte, negli ultimi anni, proprio le dinamiche del genere vengono riabbracciate da larga parte del nuovo indie alla Calcutta, dall’altra quest’ultime si rimodellano di solito attraverso un disagio generazionale e una poetica espressiva peculiari. Alessio Bonomo, invece, si rifà anche nell’arrangiamento a precise eco cantautorali anni ’70 e ’80: Battiato, Dalla, Vecchioni (suo professore al Dams di Torino, dove, colpito, lo invitò a presentare il suo disco d’esordio “La rosa dei venti”). E questo solo per citare tre grandi nomi che saltano alla mente e all’orecchio durante l’ascolto de “La musica non esiste”.
Un sound denso e d’atmosfera è la materia prima dell’album prodotto da Esordisco, e che verrà presentato dal vivo al Monk di Roma il prossimo 16 maggio. Il disco presenta arrangiamenti curati e suonati da Fausto Mesolalla, sostituito poi, dopo la prematura scomparsa, da Tony Canto. Il secondo, fortunatamente, 2ha saputo premiare e valorizzare in postproduzione tutte le 12 tracce, incluse quelle appena delineate dal primo, compagno musicale di Alessio sin dagli albori. Gli stessi Avion Travel, con cui l’autore ha collaborato spesso in carriera, sono presenti quasi per intero, qui e là nel disco, a impreziosirlo di intensi cameo. Su tutti, spicca il caldo sassofono di Peppe D’Argenzio in “Contatto immediato”.
Nonostante tali e tante altre partecipazioni, comunque, Bonomo mantiene il suo ruolo distinto di timone e voce narrante, quest’ultima addirittura letteralmente. Dipinge con gesti delicati canzoni fugaci, o più dilatate e sognanti, alla maniera di un pittore d’acquerelli. Brani aritmici come “Un lago” o “Certe vecchiette” durano appena il tempo di mettere a fuoco una visione ispirata da versi e immagini, quasi fossero, anzi, essendo vere e proprie poesie in musica.
Il recitato, d’altronde, è pietra cardinale dell’ormai consolidato stile bonomiano. È un marchio di fabbrica, il suo personale contributo al genere cantautoriale che, paradossalmente, oggi risulta più fresco nelle sue vesti meno moderne. Dai titoli delle canzoni ai testi, tutto sembra suggerire una fuga dall’attualità: la stessa negazione proclamata da “La musica non esiste”, che continua “…esiste un’altra cosa di cui la musica è una serva e come tale va trattata”, ha il sapore di commossa recusatio. Alessio Bonomo insegue dunque un interlocutore ideale, o immaginario, o entrambe le cose, cui rivolge sovente un’affettuosa seconda persona singolare. Il suo non è un disco che lo troverà facilmente, quell’interlocutore, perché volutamente anticlimatico sulla scena attuale. Ma quest’elemento, al contempo caratteristico e caratterizzante, lo distingue (oggi come 18 anni fa) e donerà, a chi sa navigare nell’oceano calmo tra poesia e malinconia, un viaggio memorabile.

Fotografie di Piero Libelli Marsili

Andrea Giovalè 19/04/2018

É uscito il 6 aprile, sotto l’etichetta Sugar, "Vivere o morire", il secondo disco di Motta. A due anni dall’album di debutto " La fine dei vent’anni", il cantautore pisano torna più maturo, più deciso e con nove tracce completamente nuove. 
Motta calca la scena indie contemporanea in linea con il gusto cantautorale italiano, ma lo fa riempiendo i suoi brani di sonorità internazionali e dosando a dovere chitarre, tastiere, synth, percussioni, theremin e archi. Collaborando con il producer ed ingegnere del suono Taketo Gohara (Vinicio Capossela, Brunori Sas), e insieme a Riccardo Singallia e Pacifico (cantautore milanese e co-autore della maggior parte dei testi sull’album), l’artista toscano utilizza il gusto di chi ormai ha superato “la fine dei vent’anni” per costruire un album appoggiato sul ricordo di qualcosa come i primi lavori di Richard Ashcroft, ma non senza donare la sua personalità tutta italiana (e toscana). Musicalità già sentite, certo, ma è pur vero che la nostra penisola da anni assorbe e fa sue le produzioni internazionali.
Ciò che però riempie di significato le già piacevoli sonorità dei brani di "Vivere o morire" sono i testi, che arrivano diretti alla mente e al cuore e davvero scuotono da dentro. Motta scrive per sé e non di sé, e ciò che ne risulta è un album diario, un flusso di coscienza sincero e autentico. "Ed è quasi come essere felice", messa in apertura, è una dichiarazione di intenti, una confessione attraverso la quale si può riuscire ad apprezzare e leggere tutte le tracce che seguono. Il ritmo incalzante della prima traccia, tra synth e voci effettate che trasportano l’ascoltatore in un tunnel di ricordi, lascia spazio alla serenità disarmante di "Quello che siamo diventati", presa di coscienza del proprio esistere senza le maschere dell’immaturità, e della spensieratezza, adolescenziale. Si passa poi per "Vivere o morire", canzone in cui il focus è proprio sulle parole; d’altronde, confessa lui stesso, di cambiare accordi non gliene frega niente. Con "La nostra ultima canzone" colpisce proprio il pubblico suo coetaneo, quello che ancora può vantarsi di provare malinconia per un’adolescenza lontano da tecnologia e invasione smartphone, permettendogli di “tornare indietro”, in un viaggio tra i ricordi.

  

Le liriche successive sono profondamente intense. La serena malinconia dei testi si intreccia con le melodie circondate di archi e tastiere morbide e avvolgenti, come in "Chissà dove sarai", brano sentimentale. "Per amore e basta" e "La prima volta" si rivolgono invece all’ascoltatore in cerca forse di consigli e conforto, o, semplicemente comprensione. La voce un po’ trascinata, svogliata, parla d’amore quasi recitando, tra sonorità che nascondono un sound più ricercato tra cori, un quartetto d’archi e il percussionista Mauro Refosco, grazie al quale in "E poi ci pensi un po’" si apprezza particolarmente l’impianto ritmico. A chiudere l’album è "Mi parli di te", una ballad morbida che si apre con una chitarra sincera quanto il testo, con cui si lega piacevolmente. 
Ecco nove brani che ben bilanciano amore, crescita, dolore e serenità, intrecciando suoni conosciuti ma non per questo ripetitivi, anzi: "Vivere o Morire", tra lacrime e sorrisi malinconici, è un album da ascoltare, più volte.

Marta Perroni 02/05/2018

 

Opera musicale povera e senza musica, recita il sottotitolo dello spettacolo, subito prima di specificare “scrittura scenica ispirata alle opere di B. Brecht”. La promessa, in data unica al Teatro Vascello di Roma lo scorso 9 aprile, è mantenuta: i personaggi sono, e viene più volte ripetuto, attori in scena, preoccupati di recitare innanzitutto per noi, per il pubblico. Diventiamo così lo sguardo di una società che, persino attraverso il meccanismo dell’immedesimazione, riesce a seppellire la proverbiale trave custodita gelosamente nel proprio bulbo oculare. Ma lo straniamento brechtiano di questo “Bailamme” (dal turco “bayram”: confusione, baraonda) cortocircuita la nostra pigra abitudine catartica.
Sul palco, ritroviamo un affresco sociale e politico grottesco di un mondo, tra una risata e una vena pulsante di inquietudine, di cui non possiamo tralasciare le somiglianze con il nostro. Lo spettacolo inizia per “quadri”, intervallando tantissimi personaggi diversi, peraltro impersonati con entusiasmo camaleontico da una lista di interpreti relativamente ristretta (Gabriele Ciccotosto, Silvia Corona, Arianna Iacuitto, Gioia Giulianelli, Francesco Giuliano, Beatrice Progni, Maria Sivo, Pasquale Smiraglia, Lorenzo Tracanna e Gianmarco Vettori). Ben presto, però, gli episodi collimano sempre in una vicenda unica, ampia, umana e universale. Oltre che, è proprio il caso di dirlo, cristologica.Bailamme5
La trama, infatti, affronta uno dei più grandi “e se” della narrativa esistenziale recente. E se oggi la società odierna ospitasse la venuta di un secondo Cristo? Puntuale la risposta, fantasiosa quanto cruda, cinica e convincente, dell’eccentrico universo creato e diretto da Simone Barraco. Quest’ultimo è aiutato in cabina di regia da Maria Sivo e coadiuvato da un esteso di team della Compagnia Girasole. Non ultimo spicca il nome di Arianna Manias, a gestire le voci deputate anche all’accompagnamento musicale, visto che di strumentale non c’è neanche una nota. Pregevoli anche le coreografie, danzanti o drammaturgiche, di Vincenzo Gentile, e la pletora di costumi di Davide Zanotti.
In circa 90 minuti di teatro, dunque, assistiamo al susseguirsi dolceamaro di vite alternativamente intoccabili o miserabili, con protagonisti caratteri a dir poco variopinti e dal carisma indubbio. Il custode dello Zoo Cristopher, ingenuotto elevato a messia, compare Annibale, da venditore di bestemmie a spietato neo-apostolo, Osana, prostituta dal cuore agonizzante, e la segreta élite dei potenti, nell’ingrato e impunito ruolo di burattinai della Terra. È forse questo il più grande punto di forza di “Bailamme”, come dimostri che è ancora, e sempre, possibile raccontare una storia dal respiro tanto ampio senza rinunciare a un grammo di ironia, generosa e dissacrante, o alla profondità del messaggio. Questo comincia a sussurrare la propria nenia, sottovoce, nel quadro iniziale, fino a esplodere, lirico e roboante, in quello finale. Ci lascia spiazzati, colpiti e smossi nel profondo. In una parola: commossi. Perché, Brecht o non Brecht, straniamento o immedesimazione, “essere o non essere”, in una grande storia raccontata con passione la catarsi trova sempre la sua strada.

Andrea Giovalè
13/04/2018

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