Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 681

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 639

In una società come la nostra, tra stimoli televisivi, letterari, pubblicitari, cinematografici, politici e persino teatrali, abbiamo la percezione di conoscere ogni cosa. Conosciamo i nostri desideri a menadito, i nostri limiti, le nostre capacità e le nostre paure. Abbiamo paura, ad esempio, di tutte le malattie che non abbiamo, dai nomi altisonanti e che vediamo rappresentate, per l’appunto, ogni serie televisiva su due, sul grande schermo, o quelle di cui sentiamo parlare al telegiornale. E per quanto riguarda le cose, anzi, le malattie che non conosciamo? A rigor di logica, non possono intimorirci. Ma forse dovrebbero.
Questa è la prima, ma non ultima, riflessione che emerge da “Monsieur Sjogren e il coraggio di una donna”, andato in scena al Teatro Brancaccino di Roma, in data unica, lo scosjogren 1rso 29 marzo. Dalla penna di Elena Tommasini e di Stefano Sarcinelli, anche regista, interpretato dal duo Sarah Maestri-Adelmo Togliani, lo spettacolo è ispirato dal libro “La sabbia negli occhi” (da cui anche l’omonimo film di Alessandro Zizzo, con lo stesso Togliani) di Lucia Marotta, presidente di A.N.I.Ma.S.S. Onlus (Associazione Nazionale Italiana Malati Sindrome di Sjogren), che ha co-prodotto la pièce teatrale con Accademia Togliani. La Sindrome di Sjogren è una condizione auto-immune e degenerativa rara, che colpisce in gran parte donne e che, soprattutto, è sconosciuta ai più. Benché, dunque, la malattia produca nel tempo sintomi terribili, il dolore più grande viene inflitto proprio dal non sentirsi compresi, o quantomeno creduti.
La partita si gioca quindi tra la donna, un’empatica Sarah Maestri (“Notte prima degli esami”, “Il pretore”) capace di rappresentare entrambi gli opposti di un complesso dramma psicofisico e la sua sindrome personificata da Adelmo Togliani (“Boris – Il film”, “Un matrimonio”). Quest’ultimo, senza perdere un colpo né calare un secondo di intensità, si trasforma da gentiluomo d’altri tempi tutto eloquio e rime baciate a essere grottesco, sporco e maleodorante, sudiciamente e scarsamente vestito. Nella battaglia, che si fa presto guerra, la vittima non perde soltanto la padronanza del proprio corpo, ma quella dei suoi affetti e delle sue certezze. Eppure, quando le rimane da sacrificare solo la sua anima, proprio la donna trova una rivincita nel riconoscimento medico della sindrome, ormai partner di una vita. Creduta e riunitasi alle altre donne che soffrono come lei, ecco che rialza la testa, la voce e lo sguardo di fronte a un nemico che, spogliato (dentro e fuori di metafora), si rivela poco più di un germe fragile e impotente. Perché conoscere il proprio destino equivale a dominarlo, almeno abbastanza da non averne più paura, da non esserne schiavi.
Il tutto si svolge in un dialogo continuo tra l’uomo e la donna, che lascia intravedere stralci allegorici di conflitto sessista, arricchito peraltro da un ampio citazionismo musicale e culturale. Durante lo spettacolo, abbiamo modo di assistere a brevi numeri cantati, danzati, così come capita di ridere o trattenere il respiro. È un viaggio temporale all’interno di una stanza, che guarda al passato e al futuro attraverso il racconto, il ricordo, le emozioni e le parole. E niente, meglio di un’esperienza del genere, è più adatta a insegnare, con l’inganno furbo (e giusto) dell’intrattenimento.
Sjogren 2La stessa Lucia Marotta, autrice di tre libri narrativi e divulgativi (oltre al già citato “La sabbia negli occhi”, la fiaba illustrata “La Principessa Luce – Lo gnomo Felicino” e “Dietro la Sindrome di Sjogren”), attraverso questo spettacolo ci mette in guardia dalla presunzione di conoscere ogni cosa, che forse è essa stessa il nostro peggior male. La Sindrome di Sjogren, tutt’oggi, non gode ancora nel nostro ordinamento dello status di malattia rara, campagna per cui si batte A.N.I.Ma.S.S. Onlus e, di riflesso, “Monsieur Sjogren e il coraggio di una donna”. Aperto infatti un sottile sipario rosso, davanti ai nostri occhi si muove, canta e balla la prova vivente (presto in tournée nei teatri italiani) che in determinate situazioni ogni piccolo aiuto può fare la differenza tra una spirale di sofferenza e una vittoria che vale una vita. Anche un gesto apparentemente minuscolo, quale sollevare una cornetta che squilla e parlare.
Andrea Giovalè
4/4/2018

 

Fotografie di scena: Giancarlo Fiori

Ready Player One” è, innanzitutto, un romanzo di successo pubblicato nel 2010 (in Italia nel 2011), dello scrittore e sceneggiatore Ernest Cline. Prima ancora che imparassimo a distinguere l’onda contro-culturale che ci avrebbe travolto di lì a poco, il libro si fondava sulla nostalgia insaziabile delle generazioni cresciute dagli anni ’80 in poi, sotto la stella pop del gioco di ruolo, del videogioco di massa e delle realtà virtuali, nei cinema o nei social network. Il romanzo, peraltro opzionato già mentre nasceva, diventa oggi un film di Steven Spielberg, sceneggiato dallo stesso Cline insieme a Zak Penn (“X-Men: Conflitto Finale” e “L’Incredibile Hulk”, tra gli altri cinefumetti).
Nel 2045, il mondo è ormai ridotto a resto agonizzante di se stesso, con povertà e inquinamento oltre i limiti del sopportabile. Nessuno però se ne cura, dal momento che un genialoide visionario (no, non Spielberg) ha creato Oasis, un universo digitale in continua espansione dove potersi creare una seconda vita. RP1Giocare, amare, divertirsi, arricchirsi, essere felici: non c’è niente, dentro Oasis, che non sia a portata di chiunque, e questo ne fa il rifugio perfetto per tutti.
Inutile dire quanto fosse ambizioso trasporre a schermo la mole di riferimenti meta-culturali che il libro mette in gioco, tra film, videogame, anime e tutto il resto. Altrettanto inutile, ex post facto, ragionare su quanto l’uomo giusto per farlo fosse proprio Spielberg, regista di sconfinata esperienza e incorruttibile adolescenza visiva. A quasi 72 anni, Steven è ancora tra i più taglienti e puntuali samurai del “mostrare, non dire” hollywoodiano. Le spiegazioni da fornire agli spettatori fuori target (a patto di trovarne, forse, tra i nati nel primo dopoguerra) pioverebbero a tonnellate. Si riducono invece al minimo sindacale, nascoste nei meandri di un’orgia visiva di botte da orbi, luci strobo, proiettili e chilometri orari da capogiro.
Si dice che uno dei segreti del cinema sia non entrare in competizione con l’immaginazione dello spettatore. Eppure alcuni film, film come questo, vi si sostituiscono, la soppiantano e, in tutta onestà, non la fanno rimpiangere. Non vi è una sola sequenza nella digitale Oasis che manchi di colpire al massimo del suo potenziale, prima estetico e poi pirotecnico. Intanto, la realtà le fa da contraltare perfetto, con la sua asciutta claustrofobia di possibilità e condizioni. All’interno di questo conflitto, più esistenziale che ambientale, dei ragazzi si “giocano”, è proprio il caso di dirlo, il controllo del mondo virtuale con una crudele corporazione aziendalista. Qui, Spielberg trova pane per i suoi denti, inscenando l’ennesima battaglia di età e valori inversamente proporzionali. Giovani protagonisti di buone intenzioni (Tye Sheridan, Olivia Cooke) si scontrano con adulti d’ostacolo per loro (Ben Mendelsohn, l’antagonista) o per se stessi (Mark Rylance, guida spirituale postuma).
Le interpretazioni attoriali non sono intaccate dalla mediazione dei loro avatar, le identità create all’interno di Oasis, anzi, ne vengono esaltate, traslando il gioco degli alter ego sul piano narrativo dei personaggi. Un equivoco che, seppur marginalmente, ci provoca: cosa, nella sfera dei sentimenti, resiste oltre i confini del mondo fisico? È un tranello che Spielberg non resiste dal sottoporci, declinato in salsa cinematografica. Ecco quindi figurare, nell’autentica miriade di riferimenti pop, alcuni tra i nostri primi amori del grande schermo: T-Rex e King Kong, solo per citarne un paio, e un’intera sequenza prelevata, con rispetto e gusto del proibito, da uno dei film alla base del culto cinematico moderno. Non bastasse il resto, ci pensa quest’ultima a renderci impossibile ignorare la personale sigla del regista-direttore d’orchestra, un timbro a fuoco al contempo personale e universale. Il suo più grande punto di forza.

Andrea Giovalè 22/03/2018

Dall’8 al 18 marzo Mariné Galstyan è stata protagonista assoluta del Sala Uno Teatro di Roma con “Se la terra trema”, storia di una donna, scritta e interpreta da un’altra donna: la regista, scrittrice, acrobata e ballerina Maria Inversi, che in questo testo ha sdoganata anche tutte le doti da poetessa.


Se la coincidenza della data d’esordio con quella della Festa delle Donne non pare assolutamente casuale, la sua vicina con le recenti elezioni politiche è altrettanto significativa. Il monologo è costituito infatti da un costante flusso di coscienza di una donna, di cui non si conoscono né nome né provenienza o direzione, ma di cui diventa ben presto chiaro che la tragica situazione in cui si trova abbia un forte legame con gli avvenimenti geopolitici del nostro presente. Sola, abbandonata o forse dispersa, questa donna si risveglia in luogo desolato e distrutto – un bosco, sì, ma pieno di macerie-, vittima anch’esso dell’evento catastrofico che ha segnato la vita della protagonista. Non sapremo mai di cosa si sia trattato. Potrebbe essere stato un terremoto, come il titolo lascia presagire. Ma non per forza. Tant’è che come ci ha raccontato la stessa Inversi l’idea dello spettacolo è nata prima dei recenti sisma che hanno colpito il nostro Paese e non solo. Il suo fulcro è bensì «l'idea che le guerre siano sempre state dannose e che gli europei vi abbiano una responsabilità immensa». E anche alla guerra ci viene effettivamente da pensare o, meglio, alla fuga da una guerra, dati i ricordi che piano piano emergono nel racconto che la nostra donna fa a sé stessa prima ancora che al pubblico. 29257746 1339574492814633 9008773145506611200 o


È una donna che è fuggita dalla sua terra, costretta ad abbandonarla a malincuore nella speranza di trovare un futuro migliore, ma che nel suo viaggio verso la Terra Promessa ha perso tutto, compresa la vista. Una cecità fisica che rende la protagonista ignara della sua posizione quanto lo sono gli spettatori, ma che le permette di guardarsi dentro come mai prima pare aver fatto. Lo spettacolo mette in scena così un viaggio, ma non verso un luogo, bensì nell’intimo di questa donna, che con il suo vissuto diventa simbolo e voce di tante donne e tanti uomini. Anche letteralmente. La sua lingua è infatti uno slang poetico in cui si intrecciano numerosi idiomi: non solo italiano, ma anche tanto francese, spagnolo, inglese, tedesco e non solo. Un multilinguismo come segno della sua peregrinazione nel mondo, ma anche della trasversalità dei suoi temi.


D’altro canto il suo essere poliglotta, viaggiatrice, ma anche cantante, ballerina e poeta la lega fortemente alle due donne che l’hanno ideata e messa in scena. Due donne che il mondo lo conoscono bene avendolo viaggiato e studiato molto. Non dimentichiamoci che la Inversi è la laureata in lingue e che la Galstyan ha un forte legame con la sua terra d’origine, l’Armenia, dalla quale lei stessa è emigrata. Uno spettacolo ricco quindi di spunti di riflessione – autobiografici o politici -, intenso, struggente, che certamente non lascia indifferenti, pur non risultando sempre di facile fruibilità.


20/03/18 – Virginia Zettin

Si è aperta con uno spettacolo dal sapore autobiografico (e di denuncia sociale) la quarta edizione del D.O.I.T. Festival, rassegna dedicata alle giovani compagnie indipendenti, ideata e organizzata da Angela Telesca e Cecilia Bernabei, in collaborazione con L’Artigogolo, l’Associazione Culturale ChiPiùNeArt e di Recensito come media partner.

Nelle serate di giovedì 15 e venerdì 16 marzo è andato in scena infatti “Questa è casa mia mia”, scritto, diretto e interpretato dal giovane attore di origini abruzzesi Alessandro Blasioli, che - come da lui stesso spiegato nell’intervista condotta al termine della seconda serata dal nostro Adriano Sgobba – è giunto a quest’opera spinto dalla necessità di raccontare l’Odissea vissuta (in parte ancora tutt’oggi) dai suoi conterranei a seguito di quel maledetto 6 aprile 2009. Nella sua Chieti, anche lui quella notte aveva sentito il terremoto, ma ci aveva riso su, contento che la scossa gli avrebbe risparmiato il compito di matematica il mattino seguente. Solamente all’indomani si sarebbe reso conto della distruzione e la morte causate dal sisma, vergognandosi così della sua innocente ilarità. 29244274 2130099160605321 2452909771829805056 n

29243820 2130099823938588 6186051300623384576 nUn sentimento simile lo prova uno dei personaggi da lui portati in scena con la tecnica del Teatro di Narrazione. Si tratta del giovane Marco, che durante una delle tante vacanze estive in una località balneari della costa, si trova a dover consolare il suo amico aquilano, che quell’anno non si trova lì da villeggiante, bensì da terremotato, ospite di uno dei tanti alberghi adibiti a centro di accoglienza forzato per gli sfollati. La sua famiglia infatti, come migliaia di loro conterranei, sarà vittima dell’inefficienza della macchina dello Stato, che li sballotterà dagli alberghi alle tendopoli, fino ai surrogati di case nelle così dette New Town. Nulla che possa avere il sapore di casa, né tantomeno di paese, ma solo dei simulacri di soluzione, che lasciano gli aquilani orfani di rifugio e di speranza. Il vuoto si traduce ben presto in frustrazione e c’è chi si dà alle slot machine - «comparse come funghi» - e chi all’alcool. La rabbia invece si trasforma in voglia di fare chiarezza e ottenere giustizia.

E di processi in questi lunghi otto anni ce ne sono stati molti, da quelli sugli appalti della Regione Abbruzzo alla condanna per omicidio colposo a carico di Guido Bertolaso, come racconta Blasioli nel suo monologo, per il quale si è documentato in anni di approfondite ricerche. Il suo è quindi uno spettacolo complesso e intenso in cui agli elementi narrativi, costernati da una vasta gamma di personaggi archetipici, si aggiungono i freddi dati cronachistici. Una dicotomia che fa da metafora delle vite di molti abruzzesi, il cui amore per la propria terra è inaridito dalla grigia e ostile burocrazia statale. Un’opera di teatro sociale ricca di pathos e densa di informazioni, quasi troppe verrebbe da dire, ma difficili da snellire se il diktat civile è «non dobbiamo dimenticare»

Virginia Zettin 20/03/2018

È sempre complicato restituire al pubblico un carattere nella sua espressione più autentica. In particolare se si tratta di personaggi realmente esistiti e talmente distanti da noi, dalla nostra epoca, da vagare abbandonati sulle pagine dei libri di storia, tra polvere e stereotipi, speranzosi che un giorno qualcuno gli faccia visita riscattandone l’essenza. Per provarci, la penna dell’autore Mirko Di Martino parte dalle basi, dalla dimensione umana dei sentimenti primordiali, cioè dall’amore fraterno. Regine Sorelle porta in scena - sul palco del teatro Ar.Ma di Roma - l’affetto tra la sfortunata Maria Antonietta di Francia e sua sorella Maria Carolina, regina di Napoli. Nessuno potrebbe mai considerare le due figlie della potente sovrana Maria Teresa d’Austria come pedine importanti sul tavolo storico. Da quel punto di vista, e la protagonista Titti Nuzzolese ben lo rimarca nei suoi monologhi, loro non sono altro che regine consorti, le ennesime spose-bambine destinate a quella che anni dopo l’Imperatrice austriaca Elisabetta (la celeberrima Sissi) definirà una vera e propria tratta di schiave: sacrificate in nome della ragion di Stato con matrimoni il cui unico scopo è rafforzare la vicinanza fra Paesi alleati, Maria Antonietta e Maria Carolina si ritrovano sposate, rispettivamente a 13 e a 16 anni, con Luigi XVI e Ferdinando di Borbone: dei perfetti sconosciuti cui procurare un erede al trono, un figlio che col tempo, tra le cure di domestici, istitutrici e cortigiani, diventerà a sua volta uno sconosciuto. RegineSOR In un contesto così alienante, dove tutto conduce alla solitudine, le sorelle - che dopo la partenza da Schönbrunn non si riabbracceranno mai più - restano unite solo grazie a delle lettere; a tal proposito si dimostra acuta e coraggiosa la scelta di affidare l’interpretazione di entrambi i personaggi al corpo e alla voce di un’unica attrice, quasi come se Maria Antonietta e Maria Carolina fossero, in realtà, una persona sola. Regine Sorelle è una grande prova per la Nuzzolese, in scena con un costume di Annalisa Caramella che la divide, letteralmente, a metà: una caricaturale, ispirata ai libelli denigratori dei rivoluzionari, per impersonare la regina francese, e l’altra, più semplice e naturale, per la “napoletana” Maria Carolina. La verve della protagonista, insieme alla scenografia semplice ma dai colori accesi e pop, riesce senz’altro a dipingere un ottimo ritratto di queste due regine del rococò.
“Ma io ho paura di annoiarmi”, rispondeva infastidita Maria Antonietta ai rimproveri epistolari della madre colta da un lungimirante presagio sulle sue sorti, a causa di quella vita eccessivamente scandita da feste, spese folli e indifferenza politica; al contrario, per lo spettatore di Regine Sorelle, la noia sarà probabilmente l’ultima fra le preoccupazioni.

Alfonso Romeo – 19/03/2018

Di nuovo ambientazione militare e spazi claustrofobici per il nuovo film di Samuel Maoz, "Foxtrot", il quale ci porta in un appartamento nel centro di Tel Aviv e in un container di quattro militari al confine settentrionale di Israele. Spazi lontani fisicamente, eppure legati a doppio filo dagli eventi e dal destino beffardo. Il film uscirà nelle sale il 22 marzo: al Festival di Veneziala pellicola si è guadagnata ilGran Premio della Giuriae ha ottenuto poi la candidatura agliOscarcome miglior film straniero.

Il precedente lavoro di Maoz, “Lebanon” (2009), vincitore del Leone d’oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, era stato interamente girato dentro un carro armato ed era il frutto dell’esperienza del regista stesso come mitragliere durante l'invasione di Israele in Libano nel 1982. Anche per “Foxtrot” lo spunto viene da un episodio realmente accaduto nella sua vita, come racconta lui stesso: «Quando mia figlia più grande frequentava la scuola superiore non si svegliava mai in tempo ed era sempre in ritardo, così mi chiedeva di prendere un taxi. Una mattina mi sono arrabbiato e le ho imposto di prendere l’autobus, la linea 5. Mezz’ora dopo che era uscita di casa un sito di news aveva pubblicato la notizia che un terrorista si era fatto saltare in aria sulla linea 5 e che erano rimaste uccise una dozzina di persone. Mezz’ora dopo mia figlia è tornata a casa. Era arrivata in ritardo e aveva perso il bus che era esploso poco dopo».

Il film racconta proprio una storia familiare, un padre (Lior Ashkenazi) e una madre (Sarah Adler) che si trovano a fare i conti col dolore della perdita del figlio (Yonatan Shiray) e con un brutto scherzo del destino che renderà il superamento di questo lutto ancora più difficile. Maoz ha paragonato “Foxtrot” ad una tragedia classica: l’eroe, certo di stare nel giusto, è inconsapevole delle conseguenze delle sue azioni e lotta contro coloro che vorrebbero salvarlo. Lui stesso è causa della propria punizione, che corrisponde direttamente alla sua colpa: si equilibrano, si bilanciano, dove finisce una inizia l’altra. E il film stesso risponde a questa struttura circolare, passando attraverso una ideale suddivisione in tre atti (ulteriore richiamo al teatro) che poi riporta tutto alla situazione di partenza. 

Foxtrot 3

Il primo focus è sulla famiglia Feldmann, Michael e Dafna, a cui viene annunciata la morte in guerra del giovane figlio Jonatan. La compostezza e rigidità del padre, i suoi lunghi silenzi, i pianti soffocati in gola sono controbilanciati dal dolore esternato dai parenti, che si lasciano andare a lacrime ed urla di dolore. Il mondo crolla su questo uomo su cui grava il peso di un segreto custodito per anni e tenuto nascosto a tutti. L’inquadratura dall’alto dopo il terribile colloquio coi militari contribuisce a creare un effetto di straniamento: è una ripresa che schiaccia e appiattisce, è come se il mondo gli stesse crollando addosso, tutto vacilla.  

La seconda parte ci mostra la vita di Jonatan, che scorre lenta tra noia e paura, presso un isolato posto di blocco e nel container che divide con altri tre colleghi. Eppure qualcosa accade, una notte, qualcosa che mai nessuno verrà a sapere e di cui resterà traccia solo nei suoi quaderni di disegni. In queste pagine il ragazzo ha trasformato «l'ultima storia della buonanotte» raccontatagli da suo padre prima che partisse per la guerra in un romanzo grafico, che Maoz porta in vita sotto forma di animazione. Nero su bianco vengono messe in relazione tre generazioni di ebrei, dall'Olocausto al moderno Israele, sintetizzando le questioni legate al sacrificio, all'idealismo fino all'offesa del ricordo.

Infine, nel "terzo atto" la famiglia, dopo essere andata in pezzi, trova la forza di riunirsi. Michael e Dafna improvvisano un lento nella loro cucina: perché nessuno si salva ballando da solo. La vicenda prende una piega imprevista e per ironia della sorte, per un gioco crudele del destino, il film si chiude così come è iniziato

La vita è imprevedibile, anche persone fisicamente lontane (come Jonatan e la sua famiglia) o persone che non si conoscono (come Jonatan e la ragazza che arriva al posto di blocco la fatidica notte) finiscono con l’influenzarsi a vicenda, intrecciando i fili dei loro destini, spesso in modo assolutamente drammatico, come nel film. Il foxtrot, che da il titolo al film, è un ballo che ripete ciclicamente la stessa figura circolare, la stessa sequenza di passi: avanti-avanti-destra-stop-indietro-indietro-sinistra-stop. Nel mezzo si possono inserire piccole variazioni di movimento e di lunghezza dei tempi, ma alla fine, si torna sempre al punto di partenza.

Giuseppina Dente 14/03/2018

L’affetto ha tante forme. Talmente tante che è impossibile raccontarle tutte, ma è sempre possibile raccontarne una nuova. Michela Murgia l’ha fatto, con il suo “Accabadora”, romanzo vincitore del Premio Campiello 2010, e oggi lo rifanno la regista Veronica Cruciani, l’autrice teatrale Carlotta Corradi e l’attrice protagonista Monica Piseddu, andate in scena dall'1 al 4 marzo al Teatro India di Roma. Un quadrato di narratrici attorno a una storia che sì, presenta temi delicati e attuali quali eutanasia e maternità di fatto, ma che ha soprattutto una cosa, al centro: l’affetto.
In un paesino sperduto della Sardegna, non importa quale, la piccola Maria, quarta figlia di una madre stanca, viene affidata a Bonaria Urrai, una sarta solitaria di nero vestita (nei suggestivi drappi neri a cura di Barbara Bessi). Ed ecco che subito l’affetto si solidifica attorno a questo primo significativo legame e lo cristallizza nel tempo indefinito di una memoria, quella di Maria stessa. Memoria che poi si fa voce, saltellando qua e là in un passato che ha il candore dorato di un’Arcadia dall’accento sardo, o il profumo innocente del pane appena sfornato.Accabadora 1
Eppure, presto incominciano a proiettarsi ombre lunghe sul racconto di Maria, un’intensa Monica Piseddu che tenta in tutti i modi di svicolare, evitare di calpestare ricordi traumatici, ma sempre più invano. L’arrivo della notte segna la prima di una serie di turning point a opera del contributo audio (Hubert Westkemper) e video (Lorenzo Letizia) dello spettacolo, catalizzati da un grande pannello sullo sfondo sul quale si proiettano immagini di specchio e confuse visioni subconsce. Da dietro la parete, inoltre, scricchiolii, guaiti, rantoli e altri suoni angoscianti, acuti di un tappeto musicale buio e tangibile.
Il monologo, che nell’adattamento di Carlotta Corradi trasuda la letterarietà della fonte senza farne segreto, anzi, valorizzandone i passaggi narrativi, è un resoconto indiretto che procede a tentoni, fino a capire chi fosse veramente Bonaria Urrai, la “tzia” facente funzioni di madre. Il titolo stesso, il dialettico “accabadora”, ne costituirebbe succosa anticipazione, ma è comunque superfluo. La comunicazione non verbale, corporale e polifonica della protagonista, a suo agio tra accenti e cadenze, dice tutto ciò che vorremmo sapere. Compreso il graffiante segreto che, forse, vorremmo poter ignorare.
Giunti alla fine del viaggio, a sorpresa, scopriamo di poterlo fare. Noi, come Maria, come Bonaria Urrai prima di lei, giungiamo alla comune conclusione che proprio l’affetto può richiedere le cose più spregevoli ma, trovata la forza di metterle in pratica, ci ripaga trasformandole. È così che la missione di Veronica Cruciani, in cabina di regia, si compie: con un abbraccio tra figlia e madre, e tra amore e morte.

Foto di scena: Marina Alessi.

Andrea Giovalè
4/3/2018

Non c'è bisogno di essere attori professionisti per riempire una sala da 250 posti come quella del Teatro Ambra alla Garbatella. La commedia "Nozze di rame... forse" è, infatti, uno spettacolo originale della compagnia Gli incerti del Mestiere, composta da un gruppo di avvocati appassionati di teatro. Si tratta di un'opera dalla drammaturgia essenziale che ricalca la classica commedia degli equivoci all'italiana e che riesce nel suo unico, ma non scontato, intento di intrattenere e divertire il pubblico.

Alla vigilia del festeggiamento delle nozze di rame (10 anni di matrimonio), la coppia in crisi composta da Gino e Adele scopre che il prete che li ha sposati non aveva, in verità, il diritto di farlo. Una rivelazione che rischierebbe di stravolgere le fondamenta del loro rapporto, se non fosse per il fatto che si tratta di una messa in scena organizzata dallo stesso Gino. L'obiettivo? Convincere la moglie a regalargli l'abbonamento per la nuova stagione calcistica della Roma. Un piano contorto che prevede bugie e travestimenti per giungere a un poco plausibile esito positivo.NozzediRame2

Al centro del discorso comico c'è la relazione matrimoniale, non solo quella tra i due protagonisti ma anche quella tra i vicini di casa Pino e Rachele. Sullo sfondo il mondo del calcio, vera e propria ossessione per gli appassionati personaggi maschili.
Le gag strappano ben più di una risata: la fanno da padrone giochi di parole (tutti i cognomi dei personaggi hanno facili doppi sensi), melting pot dialettali (romanesco, emiliano e siciliano) e situazioni equivoche, seguendo il solco tracciato dalla più recente commedia italiana. Non è un caso, infatti, che per la regia di questo "Nozze di rame... forse" si sia prestato, amichevolmente, lo stesso Enrico Vanzina. Lo sceneggiatore e produttore di alcuni dei più importanti successi commerciali degli ultimi decenni del cinema nostrano si dedica per la prima volta al teatro per supportare un progetto che, a suo parere, dà vita a “una comicità semplice, che piacerà al pubblico perché onesta”.

E, in effetti, ciò che più colpisce è l'autenticità degli attori. Su tutti il protagonista, nonché autore del testo, Tiziano Lepone, che veste i panni del tipico romano di mezz'età, scontento e frustrato, che rivede nella passione per i colori giallorossi l'unica vera ragione di vita.
Accanto a lui spicca Aldo Minghelli nel non semplice ruolo del tifoso romano che si finge padre Ampelio, un prete di origini emiliane. L'attore, che di mestiere è un consigliere dell'ordine degli avvocati, pacioccone e bonario, si dimostra un interprete dalla buona presenza scenica e dall'ineccepibile tempo comico.
Meno utili alla causa i due personaggi secondari dell'omosessuale e del finto tale, semplici caratteri riempitivi inseriti per dare un po' di colore e dinamismo alla vicenda.

Alla fine, sorprendentemente, gli affetti e i sentimenti vanno in secondo piano, quasi fossero un vincolo da abbattere. In questa macchiettistica e grottesca rappresentazione della nostra contemporaneità (la storia è ambientata per l'occasione nel quartiere che ospita il teatro, ovvero la Garbatella) non riesce a non emergere, seppure scavando tra la leggerezza delle situazioni, un certo senso di malessere. Come se per vivere e sopravvivere fosse necessario distrarsi attraverso una frivola passione. Alienandosi dietro un coro da stadio, una bandiera bicolore e un'esultanza sfrenata ma priva di gioia.

Carlo D'Acquisto 27/03/2017

"Una Roma oscura" per un cinema indipendente, fantasioso e creativo, dove il thriller si fa commedia nera. Questo è il film del regista italo-argentino Andres R. Zabala, inserito nella 35a edizione del Fantafestival di Roma in programma dal 22 al 29 giugno al cinema Barberini. Uno sforzo produttivo notevole per un risultato apprezzabile, secondo Zabala, che non ha guardato tanto al budget quanto al tempo richiesto per realizzarlo: considerate le 40 location attraversate e i 36 attori parlanti.a dark rome

In questo racconto c'è un'altra Roma che avanza e che si nasconde dal mondo ordinario, per una precisa idea dell'autore: la Roma dei prelati in preda a un narcisismo sfrenato che li induce a recarsi ogni giorno, in gran segreto, in un centro estetico per sottoporsi ai vari trattamenti di bellezza. È la capitale, poi, dei sensi di colpa e in particolare di quello di Patrick, che non riesce più a vivere in santa pace, perchè assillato dalla presenza del fantasma di Frank. Frank è l'amico tatuatore che Patrick ha tradito consegnandolo al suo assassino Gabriele, dopo avergli rivelato la presunta relazione extraconiugale con la moglie (un fatto, per altro, che si rivelerà falso). Il giovane artista, appassionato di pittura ed aspirante tatuatore a sua volta, ha due possibilità per redimersi dal peccato: denunciare l'omicidio alla polizia, oppure, mediante confessione al sacerdote. Patrick, però, non cede ai ricatti e non mette in pratica nessuna delle due opzioni per dedicarsi liberamente alla sua prima grande occasione professionale: la realizzazione di una mostra fatta con i suoi quadri. L' evento si compie e, per un breve momento, il fantasma sparisce portandosi via le opere e il senso di colpa; inaspettatamente, poi, tutto riappare. "A dark Rome" è l'oscurità senza mistero, è un brivido privo di quella suspance che inchioda lo spettatore allo schermo. 

Simona Maiola 25/06/2015

"Non è un fantasy tout court" annuncia il regista alla presentazione dell'anteprima della sua opera prima "Fantasticherie di un passeggiatore solitario" e continua "a volte è scorreto nei confronti del genere stesso".

Quando è il regista stesso a dirlo non si può far altro che crederci, però in questo caso Paolo Gaudio pecca di modestia. Tre le storie narrate che si snodano e sgarbugliano piano a piano, dando tutto il tempo allo spettatore di godersi ogni cambiamento di ciascun racconto. Paolo Gaudio prende spunto dall'opera incompiuta dello scrittore e filosofo francese Jean-Jacques Rousseau e presenta "un film anarchico, libero, una favola sul senso di colpa e fallimento" grazie a vicende che si svolgono in epoche storiche e uiniversi differenti. La cornice del racconto è la storia narrata nel libro scritto e poi ritrovato, che rappresenta inoltre il punto di incontro e fine ultimo di tutti i livelli narrativi. Addentrandoci nella storia troviamo Theo e Chloe, due ragazzi che rappresentano il presente.fantasticherie di un passeggiatore solitario

Theo (Lorenzo Monaco), appassionato di opere incompiute, trova per caso il libro "Fantasticherie di un passeggiatore solitario" e cerca  di scoprirne di più al riguardo, fino a voler trovare Vacuitas, un posto magico. Ad un secondo livello ci viene presentato lo scrittore del testo ritrovato: Jean Jacques Renou (Luca Lionello), emblema del passato, che, autoconfinatosi in una stanza-prigione, si impone di scrivere un'opera con la quale, grazie al favore di un negromante imprigionato, creare un luogo dove poter ricongiungersi con la moglie deceduta. E per ultimo è la storia narrata attraverso l'animazione claymation, con la plastilina, che racconta il viaggio nel bosco di un bambino:  protgonista del libro di Renou. Tra stop-motion e una fotografia che tinge il paesaggio di una sfumatura favolistico, Paolo Gaudio proietta la dimensione dell'immaginarioi sul grande schermo con immagini che ricordano la delicatezza e stile registico dell'acclamato regista Wes Anderson. Passato, presente e immaginifico si uniscono per portare alla luce la continua ricerca di un posto magico dove poter ricongiungersi con le persone amate, rimediare agli errori del passato e vivere una vita serena. 

Storie e personaggi ben caratterizzati, un buon rapporto tra il tempo dedicato alle tre narrazioni (in modo tale da mettere in luce tutti i fatti che hanno portato Jean Jacques a scrivere il libro e a Theo ad essere il predestinato a trovarlo), e location eteree fanno sì che all'occhio di chi sta seduto, comodamente nelle poltrone della sala, non ci sia nessuna scorrettezza nei confronti del genere fantasy.

Angela Parolin 25/06/1985

Pagina 6 di 6

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

Digital COM