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VENEZIA – Non è morte a Venezia ma aleggia un odore di morte in laguna che fa spavento, terrore, paura. Mancano i giapponesi che scattano compulsivi fotografie, sono rimasti soltanto i piccioni imperterriti senza più briciole da beccare. Non c'è più neanche l'acqua alta atterrata dal Mose che anche senza l'accento finale fa aprire le onde spugnose e marroni. Lugubre il profumo rancido che sale, ti guardi intorno e sei solo. Finalmente e purtroppo. Manca la vita, rimangono le case, spesso disabitate che aspettano nuovi turisti, i mattoni colano pioggia che pare che piangano, le piazze deserte, panchine vuote senza anziani, la malinconia, la disperazione di avere a disposizione un orizzonte visivo libero e non saper che farci. Ti senti sperduto e solo, i vicoletti angusti, bui, le ombre che si ingigantiscono al passaggio, un senso di sconfitta che striscia e serpeggia infido s'intrufola tra i pensieri e fa sbagliar rotta. Tutte le calli diventano simili senza il vociare stupito, senza il codazzo da marcia che ti indica i punti cardinali da raggiungere o superare, Piazza Roma, San Marco, Rialto. Tutto azzerato, appiattito, azzoppato. Gondole a riposo, barchette coperte, tutto è fermo, statico. Sembra di muoversi all'interno di un quadro dove tutto sta ordinato in un proprio caos del quale non capisci il disegno, la fine ultima, il destino. Se ti fermi a pensare sei risucchiato e tutto sembra scartavetrato, esposto, scrostato. Senza pelle, gli organi al vento.BackstageIgemelliVeneziani20112020-2813.jpg

E' la stessa sensazione che ti lascia, acre e pungente, la visione de “I due gemelli veneziani” (produzione Teatro Stabile del Veneto, TPE - Teatro Piemonte Europa, Teatro Metastasio di Prato) passati sotto il torchio e la pialla di Valter Malosti (al suo primo avvicinamento goldoniano) che, con la sua cifra chiara e riconoscibile, ha smontato e rimesso in piedi una macchineria spesso mostrata soltanto nella sua accezione brillante e comica e che qui, invece, fortunatamente sorprende con un noir-thriller, spingendo sui chiaroscuri, forzando sulla pece interiore, giocando macabro, forgiando il testo e piegando i personaggi verso un intenso e cupo scandaglio dell'anima. Adattato insieme ad Angela Demattè, il plot, fatto di misunderstanding e scambi di persona colorati dalla Commedia dell'Arte, prende corpo e si trasforma in dramma, nella tragedia della vita che trasfigura se stessa, trancia, taglia, spezza, toglie gli orpelli agli uomini lasciandoli nudi davanti alle proprie manchevolezze, scelleratezze, ineffabili debolezze sordide.

Malosti 31F3cv0w.jpegha il pregio, tra i tanti, sempre di costruire un cast ottimamente equilibrato come potenzialità ed espressività (anche nei ruoli comprimari, tutti estremamente validi i vari Alessandro Bressanello, il piglio di Anna Gamba, Andrea Bellacicco, il furore drammatico di Irene Petris, Vittorio Camarota, Valerio Mazzucato, l'energia di Camilla Nigro), non trascurando dettagli, anzi esaltando la cornice che puntella e fa scintillare nuovamente azioni e protagonisti. Un pool d'attori che alimentano l'un l'altro la scena illuminando il cono di buio caravaggesco dentro questo percorso esistenziale fatto di consapevolezze ritrovate e perdita d'innocenza. Alla squadra amalgamata e affiatata sul palco si aggiunge un altro personaggio dall'eguale virtù, dignità e rispetto, il suono (a cura di G.U.P. Alcaro) che con il regista torinese non si può mai definire semplicemente “tappeto sonoro” né basicamente accompagnamento musicale né tanto meno rumori di fondo. La musica qui preme, s'agita, cresce, pulsa, dà vita, risuona, aumenta, scivola ma non è mai secondaria, mai cedevole, mai in secondo piano. E' proprio la sonorità inquietante, che non abbandona mai l'azione, assieme alle luci (di Nicola Bovey), o al suo misurato uso centellinato, a creare un'armonia frastagliata di sentimenti sensoriali come nave che ondeggia in attesa della secca che spezzi le vele. Perché nell'aria si annusa l'imminente calamità, la catastrofe che sta per travolgere ogni pagliuzza, il disastro che strapazza sogni e aspettative, la disgrazia che ammanta i gesti impulsivi di uomini piccoli, la sciagura che si respira solida, la rovina che potresti delinearne i confini, che puoi vederla lontano avvicinarsi come un transatlantico traboccante di oblò che affiora in San Marco.

“I due gemelli veneziani” sarebbe dovuto andare in scena proprio in questi giorni di dicembre 2020 e solo la lungimiranza, e apertura e respiro, del Teatro Stabile del Veneto ha fvKAvINQ.jpegpermesso e concesso di assistere alle prove, una boccata d'ossigeno, un importante segnale fresco portatore di futuro. Si comincia con la fine, mettendo in chiaro le cose, urlando sommessamente che non sarà una passeggiata tra lazzi, frizzi e risate, che qui andremo a cercare quel punto profondo dentro, quell'idea che per trovarla devi forzatamente e necessariamente aprirti, sventrarti, prosciugarti, squartare il petto e frugarci ansioso e impaurito con le mani sporche. E' un viaggio cupo e avvelenato e rancido, tra Hitchcock, Kubrick e Lynch, e senza salvezza quello nel quale ci guida, con aria affabile e fintamente leggera, l'intuizione dell'inserto di un Pulcinella (esplosivo, flessuoso e seducente Marco Manchisi) conducente delle anime in un Purgatorio rassegnato che non punisce né lenisce, che non perdona né salva, ma, freddamente, fotografa l'assenza di valori, le mancanze degli uomini, la terrenità spicciola e scivolosa dove tutti alla fine cadiamo senza possibilità di risalita. Pulcinella, nel suo napoletano dolce nenia che coccola e tramortisce, che culla e verga, è un Caronte accompagnatore, demone che suggella le fragilità dei terrestri mettendoli di fronte, ma senza cercare vendetta o confessione, ai loro stessi inevitabili difetti e delitti, peccati e zoppie. Possiamo dire che questo “I due gemelli” sia un lungo epitaffio, una strada tortuosa che ci spinge sempre più in profondità, in quel buco dalle pareti lisce che è lo scorrere del Tempo e la fine delle speranze e delle congetture da stratega.

Tocchi da vjaC_TeA.jpegricordare e sottolineare: lo schiaffo al rallenti è una pausa ristoratrice nel traffico, il napoletano Arlecchino che tenta di conversare in veneto, il monologo toccante di Padre Pancrazio sulla carnalità e sul maceramento interiore tra sesso e spirito, il saluto finale di Zanetto tra ammissioni e incomprensioni. Rosaura che vuole intraprendere un matrimonio vantaggioso con lo stolto Zanetto, uno dei due gemelli, la serva Colombina che aspetta Arlecchino per condurlo all'altare, Tonino, l'altro fratello del titolo, che vuole accompagnarsi a Beatrice, il tutto contornato da padri e amanti in una giostra dolente, nel gioco lacrimevole e sciagurato di mosse da scacchi per stanare l'altro, una guerriglia che di spassoso ha soltanto la patina. Qui si scava a mani nude, con le unghie spezzate, in questo mondo feroce dove non basta la lampada di Diogene. Zanetto e Tonino, facce della stessa medaglia, vengono interpretati pirandellianamente Z5o4P3Hw.jpege bipolarmente da un Marco Foschi maturo e profondo, ha corpo, voce e forza interpretativa debordante, una continua percussione precisa nel rilanciare adesso il primo istupidito e sottomesso, ora il secondo sbrigativo, rude e conscio dei propri mezzi. Ha carattere il Padre Pancrazio di Danilo Nigrelli, sottile tramestatore di ingarbugliati traffici, alla fine sconfitto e annullato nella sua stessa macchinosa voglia di rivoluzione personale.

Ma è tutto “I due gemelli”, di rubensiane atmosfere fosche, che lotta e play nel doppio ora affiorante adesso che affonda come sabbie mobili, un doppio che si cela dentro i personaggi e proprio per questo inestirpabile, introvabile, inespugnabile. Come un tumore il doppio cresce e si sviluppa, si aggancia e s'attacca alla carne, il doppio sta lì a ricordarti la parte oscura, le crepe, gli spigoli, il doppio punge e ferisce, il doppio non ha anima né senso di colpa come lo è il riflesso in uno specchio opacizzato dal tempo che lo fa sembrare incerto e imbrattato, tremolante e titubante come l'acqua increspata della laguna. Odore di morte a Venezia.

Tommaso Chimenti 07/12/2020

TORINO – La formula della serialità a teatro non è cosa nuova ma rinverdisce il format dello sceneggiato in bianco e nero prima che fosse sorpassato dalle soap opera, poi dalle fiction e, in tempi recenti, dalla serie tv. Proprio per il suo incedere progressivo, con ogni spettacolo a sé stante e indipendente ma anche globale se visto nell'ottica più ampia delle puntate precedenti e di quelle successive, una serie teatrale incuriosisce da una parte, soprattutto i giovani così tanto abituati a Netflix e Sky e Amazon Prime, e dall'altra fidelizza il pubblico attorno ad una storia, ad un cast, ad un progetto. L'ultima volta che avevamo assistito ad un'operazione simile, riguardo alla serialità, era stato sempre a Torino con “I tre moschettieri” al Teatro Astra, grande produzione del Tpe dell'allora direttore Beppe Navello con ogni piece affidata ad un regista differente. Poche stagioni prima c'era stato a Roma anche l'esperimento “Bizzarra” di Manuela Cherubini da Spregelburd e, ancora Torino protagonista, con “6Bianca” per la regia di Serena Sinigaglia a cura della Scuola Holden. Una serie a teatro affascina, attira, crea una comunità di spettatori attorno ad un'idea, attorno ad un'attesa.104A5359 copia.jpg

Ultima in ordine di tempo, ma siamo sicuri che la tendenza riprenderà con forza, è questo “Radio International” che ha inaugurato, per tutto il mese di ottobre, tre repliche a puntata, la stagione “Re-play” di Fertili Terreni Teatro, nel magico spazio di San Pietro in Vincoli, gestita da ACTI Teatri Indipendenti, CUBO Teatro, Tedacà e Il Mulino di Amleto. Cinque le puntate (ma aspettiamo tutti gli episodi in un'unica giornata) che hanno immerso il pubblico nel mondo della radio, del giornalismo d'inchiesta, nell'informazione senza padroni né padrini, nelle fake news che sempre più popolano i nostri schermi, in un futuro distopico dove la democrazia è messa in forte discussione e dove le poche fonti di notizie indipendenti dai poteri forti rischiano di essere silenziate, svendute, azzittite, comprate. On Air: sei in onda.

Il progetto di Beppe Rosso (sua anche la regia) e Hamid Ziarati ci conduce tra microfoni e ovatta rossa alle pareti per attutire e attenuare voci e musica, cabine di registrazione in plexiglas e mixer, fonici e una redazione battagliera che vuole contrastare i mali del mondo contemporaneo come veri Robin Hood, che si spende in prima persona, sempre dalla parte degli ultimi. Recentemente la radio è tornata ad essere un elemento che ha fatto da sfondo ad alcune delle serie tv più seguite: parliamo dell'argentina “Felice o quasi” su Netflix e l'italiana “Passeggeri notturni” su Raiplay. Ci sono venuti in mente anche gli intramontabili “Good morning, Vietnam” o “I Guerrieri della Notte” con la bocca rossa che sembra mangiarsi il microfono nel raccontare le imprese notturne dei nostri Warriors. Per non parlare di “Radio Freccia” di Ligabue o di Radio Aut di Peppino Impastato. Sarà che in tempi di lockdown c'è stata una riscoperta della radio intesa come quella ritualità Radio International_ph E. Basile_104A5347.jpgdi voce lontana e soffice che sembra parlarci all'orecchio, soffusa e vicina, amica da confessione, a toccarci intimamente pensieri e incubi, sogni e speranze: la radio lascia spazio all'immaginazione molto più di tv e cinema.

In questa redazione radiofonica dove si fa controinformazione nelle puntate precedenti è successo di tutto: hanno seguito il caso di una bambina siriana che voleva passare la frontiera tra Italia e Francia, un ragazzo mediorientale ha impugnato una pistola minacciandoli, adesso il futuro è incerto per tutti, nubi nere all'orizzonte, scenari pessimistici. La leggerezza, affidata principalmente al personaggio di Luca - Francesco Gargiulo, smemorato e svampito che deve assumere medicine altrimenti ha enormi vuoti mnemonici (quasi come Dory di “Nemo”), si mischia al dramma nel cercare fonti attendibili sul campo e informatori che possano dare ragguagli sulle condizioni della bambina che porta con sé documenti segreti. Sono tutti molto pasionari: Lorenzo Bartoli è Roberto un po' il Jack Folla di turno che inneggia e colpisce, che accusa e sottolinea, cerca mobilitazioni e protesta contro il Governo, mentre Grazia – Barbara Mazzi è guerrigliera e arcigna, sempre pronta alla pugna e alla lotta contro le ingiustizie. L'Italia ha chiuso le frontiere in entrata e in uscita e indirà un referendum popolare per chiedere ai propri cittadini se restare o uscire dall'Unione Europea, in una mossa simil Brexit. Dalla regia si susseguono “Because the night” di Patti Smith come i Police o gli Spandau Ballet, mix che dà energia e scalda, fomenta e spinge.Radio International_ph E.Basile_104A5345.jpg

La drammaturgia semplifica e comprime, nell'impasto e nell'andamento tra il serio e il faceto, concetti pesanti triturando complottismi vari e la deriva dei social network in una sorta di riassunto compattato e facile, così come il ruolo dell'Europa che “deve fermare le guerre” per poi, dall'altro lato, essere sgridata, ancora una volta di colonialismo, e tacciata di voler esportare la democrazia. Come nel paragonare gli italiani che andavano a lavorare in Francia o negli Stati Uniti a chi prende una barca, pagando uno scafista illegalmente, viene soccorso da ONG straniereRadio International_ph. E.Basile_104A5349.jpg battenti bandiere di chissà dove e scaricati sulle coste italiane ai quali dobbiamo dare prima assistenza, poi casa, istruzione, sanità, un lavoro e pagare cooperative che se ne curino: le due situazioni non sono neanche minimamente paragonabili. L'Italia poi paragonata all'Ungheria sembra il peggior incubo noir, adesso che poi non c'è più il cattivo per eccellenza Salvini ma i buoni per antonomasia del Pd. Speriamo che i tristi presagi politici messi al centro del dibattito e nell'agorà del discorso teatrale si rivelino infondati. Comunque la soluzione proposta è soltanto una: l'Europa deve sentirsi in colpa su tutti i fronti e deve soltanto accogliere silente chiunque arrivi, con qualunque mezzo e senza i documenti in regola. Tesi esposte ed elargite leggermente naif. “Radio International” resta un altro modo di vedere e godere il teatro. Attendiamo la maratona delle cinque parti: ormai vogliamo vedere come va a finire.

Tommaso Chimenti 23/10/2020

Ph: Emanuele Basile

CASTROVILLARI – Lockdown maledetto lockdown. Tremenda sciagura la quarantena. Il teatro non può non riflettere sui mesi appena passati e, forse, purtroppo, su quelli che verranno. Chiusi, lontani dalla socialità, lo streaming dal divano da casa, adesso con i posti in teatro ridotti, le prenotazioni, le prove senza contatto. Un mondo stravolto, quello degli attori, delle compagnie, degli organizzatori, dal punto di vista esistenziale ed economico, di possibilità e di visione futura. Un muro improvviso ha chiuso il panorama, serrato le aperture. E così il titolo già di per sé incisivo “Vivere è un'altra cosa” (prod. Corte Ospitale e Olinda) del gruppo milanese Oyes (belli i loro “Vania” e “Io non sono un gabbiano”, meno convincente ma sempre interessante “Schianto”) ha ripercorso, tra leggerezza e profonde ferite, sorrisi e lacerazioni ancora irrisolte e non rimarginate, i tragici momenti di sconforto e abbandono ognuno nelle proprie case, isolati dal resto e collegati al quartiere da banali canzoni trash al balcone, paccottiglia come l'applauso all'atterraggio, tutti quei lenzuoli con su scritto “Andrà tutto bene” quando era ovvio che non andava affatto bene niente, i bollettini di guerra e necrologi delle sei del pomeriggio quando la sera avvampava, il buio là fuori si mangiava un altro giorno e la notte scendeva dentro il petto di ognuno di noi appesi alla speranza che veniva vanificata, le solite interviste ai soliti virologi, i dibattiti e i talk show con i numeri impietosi, le camionette militari con le bare di Bergamo. Praticamente da allora poco è cambiato nel nostro immaginario tranne che, e ovviamente non è poco, anzi è essenziale, il poter uscire, andare, fare, a distanza e con la mascherina, certo, ma pur sempre “liberi finalmente e non saper che fare” come avrebbe chiosato Baglioni.20201015arzanominilockdownrcs_640_ori_crop_master__0x0_640x360.jpg

Cinque attori, diretti dalla mano sicura di Stefano Cordella, in uno spazio aperto hanno raccontato il loro personale autobiografico piccolo calvario di mancanze, di lezioni on line, di figli ai quali non saper cosa dire, di compagni e compagne da sopportare, di questa apatia e depressione che tutti affliggeva, costretti a dover fare esercizi fisici e mentali per non pensare al momento ma spostare l'attenzione, cucinare follemente come a Masterchef, impastare anche se non avevamo mai fatto prima il pane, tutti ora esperti di lievito madre, ora ingrassare per poi diventare salutisti e dimagrire a suon di pilates e kettlebell, plank e yoga, squat e addominali. Al centro della grande scena sgombra un modellino di un palazzo in miniatura, quasi casa di Barbie, che nell'inframezzarsi tra una storia e l'altra, centellinata, sospesa, stoppata e poi fatta ripartire come i giorni o le settimane reclusi e relegati a fornelli e Netflix, si accendeva, si illuminavano le finestre, aperture lucenti che significavano che la famiglia era in casa forzatamente, sprangata nell'attesa di buone notizie che non arrivavano, che non arrivavano, che non arrivavano “ed una radio per sentire che la guerra è finita”, continuando con il Claudio nazionale.

Il quarantenne con compagna, figlia e cane al seguito, insoddisfatto interiormente della propria condizione d'attore che ha perduto quella verve che lo aveva portato a voler stare sul palco, quel fuoco che lo pungeva (Umberto Terruso essenziale, fondamentale), la giovane sposa da sempre fidanzata con il proprio uomo e che si è sempre raccontata felice (Francesca Gemma tenace), il ragazzo schiacciato dalle aspettative familiari e dal successo degli altri componenti del suo nucleo di riferimento (Francesco Meola appassionato, intenso), la ragazza single che ha fatto la quarantena da sola tra piccole euforie momentanee e grandi disagi costanti (Martina De Santis lucida, melò), il quinto convinto single, geloso dei suoi spazi e della propria libertà che poi ha ceduto alla convivenza (Dario Merlini ironico). “Storie di tutti i giorni vecchi discorsi sempre a metà”. Il desiderio di impegnarsi in qualcosa di produttivo per non perdere tempo ma per mettere questa parentesi a frutto facendo o intraprendendo quello che avevi trascurato e messo da parte: corsi, riparazioni, letture, introspezione. Cinque attori e nessun lavoro in vista con la prospettiva di un post lockdown ancora peggiore con recessione, disoccupazione, preoccupazioni di carattere economico ed emotivo.

Uno stop forzato che ha messo un punto a ciò che eravamo e ci ha costretto a pensare, o ripensare, a chi eravamo, a che cosa cercavamo, se eravamo sulla strada o rotta giusta per raggiungere la nostra intima felicità, se quello che stavamo facendo ci stava facendo bene, se mollare o perseverare. Cinque storie, vere, reali, degli attori in scena, che erano, sono, le storie di tutti noi, nelle quali sentirsi rappresentati, fotografati, identificati tra ricordi e commozione, ripensando alle nostre fragilità, alle crepe scricchiolanti dentro le nostre vite superorganizzate, sempre con i minuti contati, le agende, gli appuntamenti, con la sensazione perenne di poter far tutto, andare ovunque, raggiungere chiunque, con quell'idea di mobilità nello spazio come nella crescita personale e nel raggiungimento degli obbiettivi. Ad un certo punto a tutta la carne al fuoco che avevamo messo a cuocere nelle nostre esistenze qualcuno ha spento la fiamma e ci siamo accorti che la carne non era così di prima qualità, che alcune parti erano e sarebbero rimaste crude, e che altre, al contrario, erano già bruciate, andate, corrose, consunte, avariate. E' che quando sei nel vortice, dentro al Sistema, non ti accorgi VIVERE-E-UN-ALTRA-COSA-OYES.jpgdei piccoli rumori degli ingranaggi, ti concentri sul grande movimento senza considerare le minuzie, i moti impercettibili, i gesti dimenticabili. La quarantena ci ha reso più umani? No, semmai, ci ha fatto fare un passo indietro e da un metro più lontano i contorni sono più nitidi e l'affresco si comprende meglio nel suo insieme. Abbiamo capito che siamo una serie infinita di domande più che di soluzioni a buon mercato che qualcuno tenta di spacciarci e venderci, che siamo dubbi e paure e non certezze e solidità, che siamo uomini e non superman, che si può cadere sconfitti.

A pezzi siamo dentro ogni storia, o lo siamo stati, un giorno ci siamo sentiti come quel padre o come quella sposa, come quel ragazzo oppresso dal successo dei propri consanguinei o come l'attrice sola o ancora come l'eterno scapolo; c'era da perdere la bussola, da travisare, da non connettere più in un mondo che parla solo e costantemente di connessione. Non saremo mai 5G dentro. Saremo sempre più vicino alla tartaruga che alla lepre. Siamo (stati) tanti fondi di caffè (come quelli gettati sul palco) usati e polverosi, metafora giusta e perfetta, con l'illusione di rimanere e stare svegli mentre ci addormentavamo stanchi e sfatti, affranti e afflitti, fondi compatti come dischi da hockey che al contatto con il terreno si sfaldano e si sfanno, si parcellizzano, si spezzano, si sfarinano disorientati senza una regola, impotenti tra il desiderio che tutto finisca presto e l'assuefazione a questo nuovo status, racchiuso nel grido sommerso “Non ho voglia che tutto riparta”.

Altra clausura forzata è il recinto che Saverio La Ruina delinea e traccia nella sua piece: una tenda da terremotati dopo una catastrofe naturale, piccole e strette mura di tela e stoffa con tutto il disagio fisico e psicologico dell'aver perso tutto, di un futuro nebuloso se non proprio nero, di speranze azzerate, di convivenze forzate. E' qui, in questa pseudo casa fredda senza ricordi né calore familiare che si ritrovano “Mario e Saleh”, due mondi, due culture, due età, due modi di pensare agli antipodi. Uno cristiano l'altro musulmano, uno anziano l'altro giovane, lo scontro è inevitabile. L'impatto sul teatro italiano di La Ruina in questi anni è stato importante per due motivi, nella scoperta di una lingua, il calabrese, poco o per niente usata, a differenza del napoletano o del siciliano ad esempio, sui palcoscenici, dandogli dignità d'essere e d'esistere scenicamente, e il portare a galla fenomeni e storie altrimenti sepolte, dimenticate e sotterrate, pensiamo alla condizione della donna in “Dissonorata”, agli italiani nati in Albania e non voluti né da una parte né dall'altra dell'Adriatico in “Italianesi”, gli aborti clandestini con ferri arrugginiti ne “La Borto”, l'essere omosessuale in un paesino giudicante del Sud in “Masculu e fiammina”, fino alla violenza domestica in “Polvere”.

Se però il regista, drammaturgo e attore di Castrovillari perde, o accantona, la propria lingua madre che regala immaginario e vigore, allora il discorso si normalizza perdendo quel pepe, quel pungolo, quelMarioeSaleh_fotoTommasoLePera-1.jpg piede di porco per scartavetrare, per far saltare il banco, per aprire il vaso di Pandora delle emozioni ancestrali e così legate al suo territorio d'origine. In qualche modo quelle parole “italianizzate” si depotenziano, non pungono più come attraverso quel dialetto che ferisce e brucia anche nella sua incomprensibilità che infligge una patina di mondi lessicali impossibili da tradurre ma soltanto compresi dal suono, dall'armonia rude, dall'assonanza musicale. Questa la prima riflessione sul linguaggio di “Mario e Saleh”, mentre la seconda si attiene, pur all'interno di una messinscena solida che sempre tiene il punto sia a livello registico che attoriale (l'altro interprete è il convincente Chadli Aloui), al lato più sociale o se vogliamo politico dell'idea che sta alla base del testo. Negli ultimi anni di infiniti sbarchi irregolari e di tensione sociale sempre crescente in un Paese in default, l'Italia, con una crisi galoppante e le periferie che esplodono, il teatro però sembra avere il paraocchi e disegna e identifica sempre i buoni negli immigrati, migranti o extracomunitari, mentre i cattivi sono gli italiani, forse compresi quelli che sono lì in platea ad ascoltare e applaudire. Lo straniero è, come in questo caso, sempre cordiale, gentile, premuroso, generoso, modesto, colto e acculturato, misurato e saggio, mentre noi siamo dipinti come maschilisti, stupidi, machisti, omofobi, sessisti, razzisti, ignoranti, analfabeti. Siamo sempre disposti a concedere il beneficio del dubbio e un'altra possibilità allo straniero ma con l'italiano, con l'occidentale caucasico siamo implacabili, inflessibili, rigidissimi. Forse, per senso di colpa, vogliamo colpire noi stessi, per senso di inadeguatezza vogliamo infliggere all'altro nostro simile quello che non riusciamo a digerire del nostro stare al mondo, pur condividendolo e abitandolo.

Anche in questo MarioeSaleh_fotoTommasoLePera-3.jpgcaso il buono e il cattivo sappiamo subito da che parte stanno, però siamo sempre ben predisposti d'animo con chi arriva, senza i documenti in regola quindi contro le leggi del nostro Stato, non solo da un altro Paese ma addirittura da un altro continente, che ascoltare le istanze di un nostro concittadino che paga le tasse da generazioni. Prima gli italiani ci fa schifo ma prima gli stranieri è assolutamente legittimo. E' il razzismo al contrario con gli stessi preconcetti e prevaricazioni e pregiudizi che vogliamo combattere e condannare in quello ordinario. La tesi anche in questo caso, però, è subito lampante e predefinita e preordinata: il ragazzo nordafricano ce la mette tutta per essere accolto mentre Mario è aggressivo e maleducato, offensivo e predominante, minaccioso e autoritario. Povero Saleh, acriticamente, a priori, per partito preso, e giù diamo addosso a Mario, crocifiggiamolo, anzi sostituiamo tutti i Mario volgari con tanti Saleh così dolci e docili e carini. Il teatro spesso non vede la realtà ma la riporta come vorrebbe che fosse. Anche da questo si nota che lo scontro sociale interno al Paese, spaccato in due (non si parla di bipolarismo), diviso su ogni scelta, dove vince sempre l'ideologia e la strumentalizzazione. Il problema non è essere nazionalisti o sovranisti o addirittura patriottici, tutti termini identificati come negativi. Sarebbe bello che l'immigrato ci portasse saggezza e lavoro, purtroppo sono uomini e donne anche loro, per giunta spesso senza istruzione e con la fame (pochi invece scappano da zone di guerra) che attanaglia la bocca dello stomaco, e quando hai fame, in un Paese come l'Italia dove di lavoro ce n'è poco, è facile cadere nell'illegalità e nella microcriminalità. Se dell'immigrato fai un santino e dell'italiano un carceriere illetterato e scimmiesco, il quadro stona, la realtà viene deformata, l'analisi s'inceppa.

Tommaso Chimenti 

 

CASTROVILLARI – Sembra che in questi ultimi vent'anni poco o niente si sia mosso a Castrovillari. Le scritte stinte e stanche sono al loro posto, nessuno ha tinteggiato nuovamente il muro o la facciata del palazzo, nessun altro ragazzo ha vergato frasi inneggianti ai successi recenti, limpidi o meno, della Juventus. Tutto pare fermo, cristallizzato, immobile. Cambiano soltanto i necrologi e i manifesti elettorali. Le cose inevitabili. Le stesse buche, le stesse crepe, gli stessi marciapiedi rialzati dalle radici degli alberi. Che niente cambi. Neanche gattopardesco. Nessun scossone, nessun stravolgimento. Le solite fontane secche, i giardinetti aridi e incolori, spogli, sdruciti, sciupati, ricoperti delle carte che svolazzano e di quella sporcizia quotidiana della quale nessuno si preoccupa, c'è, c'è stata e ci sarà, ormai fa parte del panorama. Neanche i cani ci vanno più a marchiare il territorio. Grossi cani infreddoliti che si trascinano in cerca di un riparo, di un pezzo di pane. Nessuno si cura neanche di loro. Abbondano invece negozi d'abbigliamento che si alternano con i bar. E te li figuri gli abitanti del comune calabrese sotto il Pollino sfoggianti sempre nuovi vestiti e una tazzina in mano, neanche fossimo a Napoli. Sui camion della frutta e verdura spuntano adesivi di Madonne che hanno visto giorni migliori e che hanno perso i loro colori per la pioggia e il tempo, a terra peperoncini caduti nel giorno di mercato.

Resiste la scritta più iconica (e laconica) del centro cittadino, nel “salotto buono” sotto una panchina di marmo vicino al municipio, con lo spray blu, che ormai ha perso la sua forza: “Tu sei solo mia”. Messaggio d'amore giovanile, lievemente machista ma perdonabile perché sicuramente adolescenziale. Qualcuno, però, in fondo all'aggettivo possessivo ci ha aggiunto una O, cambiandone il significato, parodiandolo, modificandolo, certamente smitizzandolo e migliorandolo. Impossibile ogni anno non fotografarla: “Tu sei solo miao”, a metà strada dall'essere gatta e quel “Sei tutto chiacchiere e distintivo” de “Gli Intoccabili”, di stampo poliziottesco-mafioso: sei un miagolio e basta, nemmeno abbai, figuriamoci se puoi mordere, al massimo graffiare. 121095407_10213913211262799_1859308194492316627_o.jpgSi aggira anche il solito “disagiato del villaggio” con le sue gag sgangherate, con le sue piccole manie e molestie modeste alle quali nemmeno lui crede più quasi dovesse assolvere un copione: la richiesta di spiccioli, di sigarette, elemosinare un caffè insistentemente fino ad essere cacciato in malo modo fino al prossimo bar, in loop nel suo girone dantesco. L'unica cosa che in questi venti anni è cambiata è Scena Verticale, la compagnia teatrale diretta dalla Triade Dario De Luca, Saverio La Ruina e Settimio Pisano, che a fine anni '90 ha ideato, progettato e poi fatto crescere e arricchito di edizione in edizione, il festival “Primavera dei Teatri”, punto di riferimento non regionale ma nazionale, e non da oggi. In questi lustri si è tarata verso l'alto l'organizzazione, la scelta, l'occhio critico, il ventaglio di possibilità di una rassegna fiore all'occhiello che forse, ancora, le amministrazioni che si sono succedute a Castrovillari non hanno compreso a pieno il peso artistico e il valore “politico”, nella sua accezione più alta, abbia avuto e continui ad avere a livello italiano.

Primavera si è evoluta anche se Castrovillari (quest'anno protagonista di una delle prime tappe del Giro d'Italia, la sesta, fino a Matera) sembra almeno in apparenza non aver assorbito la lezione, lasciandosi scivolare addosso un festival che si svolge in un triangolo cittadino eccezionale composto dal Castello Aragonese, il Protoconvento bianco candido, dove si svolgono principalmente gli spettacoli, e l'Osteria della Torre Infame (con Nicola, burbero ma generoso, supportato da Pasquale, ruvido ma sempre disponibile) che sfama gli ospiti con la sua celebre Fuoco di Bacco, spaghetti piccanti risottati cotti nel vino, una delle chiavi del festival. Triangolo che però risulta un'isola felice ma sempre isola rimane, lontana dal centro; non certo periferico ma appare più una parentesi in fondo alla strada principale che in discesa arriva fino allo snodo prima di scegliere se addentrarsi verso la cultura o risalire e attraversare con lo sguardo altri negozi con i loro mirabili sconti e nuovi bar. Negli scorsi anni, con l'apertura del Teatro Vittoria nella centrale via Roma, quella dello struscio, si voleva, e ci erano riusciti, ovviare a questa esclusione di “Primavera” dalla vita sociale del paese, e che invece, quest'anno, causa Covid, non è stato possibile riaprire.

Basta constatare il gusto nel confezionare, anno dopo anno, le locandine che identificano, disegnano e incorniciano il festival: uno spot, un lancio, una fiamma, un flash di colori e significati sempre incisivi, sempre attuali e contemporanei, sempre sul pezzo. Quest'anno (il festival dal consueto fine maggio è stato spostato per la pandemia a ottobre, dall'8 al 14) raffigura una porta che si apre sul domani e una ragazza dai tratti afro che prende per mano, quasi per condurla in un'altra dimensione, in un nuovo mondo dai colori più tenui rispetto al viola della stanza in primo piano (come non pensare a Gino Paoli?), una ragazza biondissima, nordica. Due mondi che si toccano, due mondi non più così lontani innestati nell'universo femminile. In quelle due mani strette c'è fiducia, affidarsi, complicità. “Primavera” è sempre stata avanti, oltre le mode, senza il bisogno di cavalcare le onde facili del momento ma spostando l'asticella di volta in volta, stimolando il dibattito.

Anche in questa ventunesima edizione tante proposte (tre al giorno e poi incontri e presentazioni, conferenze e convegni, laboratori e mostre) dove il fil rouge era la luce. Partiamo proprio da quello che il direttore De Luca ha definito un “festival nel festival”: il videomapping del Maestro Giancarlo Cauteruccio. Se l'appellativo Maestro è stato abusato e scialacquato, appena ti soffermi davanti a queste idee concettuali del regista calabro-fiorentino, ne senti tutto il peso, la forma, l'importanza, la cadenza. Il fondatore della compagnia Krypton (ci mancano, come ci manca il loro spazio innovativo nell'hinterland fiorentino, il Teatro Studio di Scandicci) ha scelto cinque luoghi simbolo della cittadina in provincia di Cosenza equidistante trenta chilometri dal Tirreno come altrettanti dallo Ionio: il Municipio, la Cattedrale, il Castello, Palazzo Cappelli (al cui interno purtroppo hanno permesso l'apertura di una pizzeria a taglio) e l'Ospedale. Il titolo già scandaglia e scalfisce: “Alla luce dei fatti. Fatti di luce”. Un'idea che, per una settimana, ha ravvivato, vivacizzato, fatto esplodere di senso e colori, questi cinque punti cardinali della città, da starne davanti ed esserne travolti, trasportati, da vedere e rivedere ogni sera, sempre uguali eppure sempre con sfumature e particolari nascosti e celati oppure trascurati alla prima fugace visione. Apparizioni, epifanie. Esperienza assolutamente da ripetere ed esperimento che ha dato un tocco magistrale, d'autore, una firma, soprattutto le proiezioni sul Castello che diventava così agorà e foyer allargato di un ideale gigantesco teatro, piazza dove scambiarsi e incontrarsi accanto a queste luci che trasformavano un parcheggio scialbo in un'opera d'arte potente in continuo divenire e tramutarsi, un'araba Fenice che risorgeva con nuove luci dalle ceneri delle precedenti: poderoso, irradiante, da naso all'insù. Mai più senza.

La luce Corpo_arena.jpgche Cauteruccio ha spruzzato sulle mura antiche, i Mammut Teatro l'hanno direzionata per andare a fondo e analizzare l'oggetto materia umana nel loro “Corpo/Arena”, prima trance di un trittico scritto dall'autrice portoghese Joana Bertholo, progetto all'interno di Europe Connection. Cibo, Insonnia e Vecchiaia, i tre stadi umani studiati. Per la regia pulita e netta, senza essere didascalica, ma precisa e sottolineante, senza sovrabbondanza, di Gianluca Vetromilo, tre personaggi con tute acetate, quelle che servono per dimagrire, e lucide come quelle degli astronauti, sono ingabbiati e intrappolati dentro un garage in un'attesa beckettiana spasmodica attendendo il loro cibo ordinato con lo smartphone. Si ingozzano e non sanno neanche il perché: perché così è stato e non sanno, non riescono, non vogliono cambiare prospettiva alla loro esistenza che appare segnata sui binari della non-scelta. La digressione sul cibo da fisica e materiale si fa metaforica, disegnandoci dei pazienti più che degli accaniti consumatori buongustai, dei degenti più che selezionati gourmet. Sono dipendenti ma non se ne sono mai resi conto; è proprio in questa assenza, in questa mancanza prolungata (potremmo trovarci un parallelismo delle nostre vite durante il lockdown impostoci) prendono coscienza delle proprie possibilità e che quello che credono di volere, il cibo in ogni sua forma, altro non è che un tranquillante soporifero che li acquieta, li stordisce, non gli permette di protestare, di cercare la propria felicità perché istupiditi, intontiti, confusi, immobilizzati da jungle food e troppa tv. Sono (siamo?) Vite al Limite: “Non siamo grassi perché divoriamo il mondo ma è il mondo che divora noi”. Sapiente uso delle luci che tagliano, squadrano, zoomano.

Luce, ancora luce, sempre luce. Non c'è luce più abbagliante di quella in fondo al tunnel, la luce celestiale del post, l'Aldilà. Senza pesantezze né eccessiva enfasi o pathos patinato, anzi con naturalezza e quella leggerezza che riesce ancora meglio a trascinare e a far passare le emozioni, quelle più eteree e impalpabili, quelle che teniamo nascoste, Maurizio Aloisio Rippa è riuscito a costruire un perfetto equilibrio tra le arie, da lui cantate meravigliosamente accompagnato dalla chitarra di Amedeo Monda, e le parole, musica e narrazione. Sono piccoli momenti di vita (e necessariamente anche di morte), piccoli estratti che sembrano ininfluenti, minimali, spiccioli, vite quotidiane, “normali”, che non lasceranno il segno se non nei pochi con le quali sono entrati in contatto. E un'anima non muore mai se viene ricordata e “riportata in vita” dalla memoria di coloro che restano. Sono “Piccoli Funerali” (ha vinto i Teatri del Sacro) elegie cantate in questa Spoon River dove Rippa (visto, e sempre ad altissimi livelli, con Latella come con Punzo) si apre, si scioglie, tra ricordi autobiografici e una scrittura semplice, diretta che non cerca giri di parole, piccoli lampi (a proposito di piccolo, ci ha ricordato i due pamphlet “Momenti di trascurabile (in)felicità” di Francesco Piccolo) che vanno a ritroso a cercare queste esistenze che sono sparite nel dimenticatoio, che non hanno fatto la Storia ma che sono state ugualmente importanti. Siamo nel chiostro bianco di Morano dove il clima freddo fa conflitto con il calore dei racconti di Rippa che danno brividi, commozione, lacrime che bagnano mascherine. Una canzone fa da specchio ad un suo ricordo in un dialogo continuo e la platea si trova naufraga sempre Rippa 3.jpgpiù imbrigliata, piacevolmente e con strazio, nella nostalgia della memoria personale, nel ripensare ai propri cari, alla propria famiglia, al proprio passato, le manchevolezze, le parole non dette e quelle che non potrà mai più dire a qualcuno che se n'è già andato. Non è uno spettacolo, o per lo meno non è un semplice spettacolo, non è un recital, ma è un aprirsi a cuore aperto e il pubblico ha fiducia e si mette nelle mani di questo sciamano che rievoca le figure universali che ci accomunano tutti toccandoci, un Rippa (una voce dolorosa a tratti come il frontman di Antony and the Johnsons, fluttuante e flautata come una grappa morbida senza essere soft, tra Tony Hadley e George Michael) in stato di grazia, phisique du role da sacerdote ortodosso che rende questo teatro cantato o questo concerto teatrale una serie di epitaffi che ci sconquassano di lacrime e ci lasciano una patina strana addosso miscuglio tra malinconia e quel senso di impotenza nei confronti del Cosmo, della Natura, del misterioso Creato.

Canta in spagnolo (“Alfonsina y el mar” da Mercedes Sosa), in inglese (“Oh, Danny Boy” o “Over the rainbow”), in napoletano (“Casa sulitaria” di Murolo), ci fa sognare e tremare, commuovere e ci riporta bambini quando tutto era possibile, quando il mondo dei grandi era lì per proteggerci, quei grandi che adesso se ne stanno andando. Non si ride mai ma si sorride, di noi soprattutto, delle nostre minime esistenze, di quanto ci prendiamo sul serio, di quanto tutto potrebbe essere più semplice e spensierato se non avessimo sempre il coltello tra i denti Maurizio Aloisio Rippa.jpege la sensazione di essere invincibili e soprattutto immortali. Siamo fragili ed è inutile nasconderci, siamo di passaggio, non dobbiamo piangere, stiamo soltanto dirigendoci verso un altro viaggio. Nell'ultima scena, quasi una consegna dell'ostia, del perdono o di una assoluzione, in fila andiamo richiamati dal nostro Pifferaio Magico e in quell'attimo di pura, vera, sincera condivisione, nello sguardo tra il performer e ogni persona del pubblico, lì, proprio lì, non esiste più il teatro ma la vita, l'esperienza di stare nello stesso luogo con ogni centimetro del proprio corpo: un insieme di gratitudine. L'onda lunga di “Piccoli funerali” si propaga nel tempo, non finisce con la fine dello spettacolo. Anzi, sorridete perché la fine non è mai la fine, ci dice Rippa, la fine non è una tragedia.

L'auspicio è che Castrovillari diventi ad immagine e somiglianza di “Primavera dei Teatri”, la speranza è che, prima o poi, nel prossimo ventennio, il virus della “Primavera” (non araba ma calabrese) colpisca, attacchi e intacchi, contagi anche il territorio; sarebbe davvero una rivoluzione copernicana.

Tommaso Chimenti

15.10.2020

Venerdì, 09 Ottobre 2020 14:41

Forever Young '20 finisce in "Gloria"

RUBIERA – Nella campagna che si apre tra Modena e Reggio Emilia c'è un chiostro che si fa teatro e un teatro che è racchiuso tra colonne e volte secolari. Incute rispetto e silenzio, passeggiare lenti e l'ascolto più del brusio. Ma c'è anche la festa del sole che cade a strapiombo nel quadrato al centro che illumina e abbaglia. Nebbia, zanzare e, in alcuni periodo dell'anno, anche quell'odore acre di allevamenti che sale su dalla terra. Il contatto con la concretezza qui è fondamantale: il terreno e il materiale accanto alle nuvole e ai voli pindarici artistici. Le zolle appuntite feriscono lo sguardo che si perde in quest'orizzonte indefinito tra piccoli alberi in lontananza, in dissolvenza, che sembrano pennellate stanche ai lati della tela. Una bruma sottile scalfisce l'aria, quei colori leggermente pastellati, quel velatino che offusca opaco questa distesa di campi e trattori dove, nel mezzo, sta la Corte Ospitale. Di nome e di fatto. Lo è stata per i pellegrini fin dal Cinquecento, lo è oggi con una carrellata annuale di residenze artistiche che formano, danno sostegno e supporto a tante compagnie che hanno bisogno di tempo (qui allo stesso tempo dilatato e concentrato), di spazi per provare e per poter innescare le loro parole (tecnici e tecnologie a disposizione), di competenze per meglio entrare nel sistema senza venirne travolti.

Tra queste stanze d'intonaco scalfito ma solide e ancorate, dove il chiostro acceca per bellezza e apre il respiro, da tre edizioni, biennali, va in scena l'importante concorso teatraleIl Crepuscolo LA Gloria mail- fotografia di Leo Merati-2.jpgForever Young” che permette al gruppo vincitore (l'età media dei componenti deve essere under 35) un premio di produzione di 8.000 euro e la distribuzione a cura proprio della Corte Ospitale, centro all'avanguardia riconosciuto per professionalità, attenzione, lungimiranza. 160 le candidature arrivate, giudicate su testo, e cinque i finalisti in gara che, durante l'anno, avevano già usufruito della residenza da 15 a 20 giorni nella struttura di Rubiera dove è di casa Danio Manfredini. Una bella opportunità di visibilità. La commissione giudicante, formata da Claudia Cannella (Hystrio), Carlo Mangolini (Teatro Stabile del Veneto), Fabio Masi (Armunia), Giulia Guerra (La Corte Ospitale), Giulia Delli Santi (Teatro Pubblico Pugliese) era assente, Gilberto Santini (AMAT) e Fabio Biondi (L’Arboreto-Teatro Dimora), ha certificato la vittoria della compagnia Il Crepuscolo con il testo “La Gloria” di Fabrizio Sinisi: primo posto meritatissimo del quale parleremo più avanti.

Ma Canaglie.JPGcominciamo con “Canaglie” (di Giulia Bartolini) del gruppo CARLeALTRI divertente famiglia, parodia di tutta quella cinematografia mafiosa o para tale, che propugna e propaga i suoi (dis)valori passandoli ai figli. Brillante e frizzante la prima parte mentre nella seconda si percepisce (ma tenere il ritmo di trovate e invenzioni era oggettivamente complicato, anche per l'eccessiva durata) una stanchezza generale, e lentezza, che contrasta con i fuochi d'artificio dell'incipit. Una madre, in nero, molto Morticia o Crudelia Demon, con i suoi tre figli, il maggiore prediletto (ricorda Gomez, sempre degli Addams), la piccola finta invalida (Mercoledì?) e l'ultimo incompreso e insicuro che vorrebbe vivere una vita da onesto, il che fa rabbrividire il resto della congrega. Sembrano impomatati e borghesi e ligi alle regole, invece poco a poco si scopre la Banda del Buco, la gang de I Soliti Ignoti, furfanti da strapazzo da truffe cialtrone e ladri da quattro soldi. Hanno guanti come fossimo dentro un fumettone, tipo Banda Bassotti, Casa di Carta o Roger Rabbit, immersi in un'atmosfera in bianco e nero fumosa come una canzone di Fred Buscaglione, con l'unico intento di abbindolare gli altri e soprattutto lo Stato cattivo e malvagio e arrivare a fine mese, perché la crisi si sente anche nel loro settore. Giulia Trippetta è la Madre-Vedova nera attorno alla quale ruotano attori e drammaturgia, ed è una sintesi tra Lady D e Lady MacBeth, tra Rosanna Cancellieri e Nicoletta Braschi in “Johnny Stecchino”, tra Eva Kant e Sue Ellen, la moglie di JR in “Dallas”, tra una Bond girl e Cat woman, tra Monica Vitti e Aldo Fabrizi: diabolica, mefistofelica, tra preghiere sballate e balletti strampalati, perno di questa commedia noir ricca di rimandi e citazioni nascoste in una caccia al tesoro esorcizzante per sentirsi cittadini modello.

Ancora una famiglia, imbevuta in tutt'altro climax, immagini rarefatte tra sogno, incubo e una realtà che si perde nel tempo, che si sfibra e sfilaccia nella leggenda, inquietante e morbosa. “Born Ghost” a cura di Coppelia Theatre (regia e scene di Jlenia Biffi, drammaturgia e performer Mariasole Brusa) è tecnicamente un buon lavoro sul versante performativo e nell'uso del puppet in scena che diviene a tutti gli effetti personaggio autonomo, mentre sul lato contenutistico è una scossa, una denuncia sulla diversità e sulle dinamiche che il gruppo, il branco, la maggioranza mettono in atto, da sempre, per stigmatizzare, allontanare, emarginare chi può sembrare alieno al sistema per piccole o grandi differenze, siano esse fisiche o caratteriali. C'è da dire che una finestra e un fantasma creano immediatamente quella patina nazional-popolare che ci porta a “Psycho”. born ghost ph. M. Sini.jpgQui una bambina albina, siamo a metà del Trecento, viene in vita segregata in casa, morta vivente, perché fuori dal castello il popolo la ritiene portatrice delle più svariate sfortune. Il lenzuolo, che movimenta la Brusa (che danza, recita e manovra la testa del fantasma) dal quale emerge come la Winnie beckettiana, si trasforma in bosco e siepe, corda per saltare e sentiero da percorrere, bimbo in fasce e giaciglio-letto, scopa per pulire o mantello, pancia di donna incinta. Un teatro povero con pochi oggetti che si fa immaginifico, magico. La Brusa ci ha ricordato Marta Cuscunà mentre il puppet somiglia a Carla Fracci in un gioco, alquanto spaventoso e misterico, che rimanda al teatro delle ombre come alle maschere giapponesi, dove il non detto è molto più solido e presente dell'esibito.

Altamente politico e attuale con risvolti impregnati di contemporaneità, il testo di Fabio PisanoNotte all'italiana” che riprende quello di Horvath del 1930 e che lo scorso anno fu messo in scena da Ostermeier a Berlino. In una sorta di futuro distopico prossimo la politica è divisa in due, Repubblicani da una parte (la Sinistra) e i Sovranisti (la Destra). Una volta l'anno questa festa popolare rievoca e riporta alla mente leggerezze, vino e spensieratezze di un mondo appena trascorso. Segreto Pisano.jpegSi beve, appunto, si ascoltano canzoni frivole. I tre uomini attorno al tavolo sono divisi tra il Consigliere (Ciro Masella sempre valido e inappuntabile) e due giovani, uno rigido (Cassandra) nel perseguire i valori della Sinistra, l'altro più fluido e libertino che pensa alla politica ma non soltanto. Fuori intanto aleggiano i naziskin che minacciano di entrare. Il Consigliere ha la chioma hitleresca. Fare politica come missione o come una delle tante attività dell'esistenza? Credere fermamente o lasciarsi andare anche ai piaceri della vita e al disimpegno? Però c'è qualcosa, nella messinscena, che lievemente scricchiola, dalla scelta delle canzoni, non ad esempio Bella Ciao o qualche ballata da partigiano, ma “Ti amo” dei Ricchi e Poveri o “Sapore di mare” fino a Julio Iglesias, che non è neppure italiano, “Tuca tuca” della Carrà e “Il triangolo” di Renato Zero. Una sinistra che si è destrizzata tra aperitivi e vacanze low cost, tra social e abbigliamento trash. Non convincono appieno i ruoli femminili, troppo poco spazio concesso alle due attrici e relegate in un angolo dell'azione. Anche i due ragazzi sono più muscolari che interiori, esprimono più forza che, forse sarebbe stata necessaria, quella presa di coscienza ora di senso di colpa introspettiva poi, che avrebbe reso il plot più sussurrato e quindi, paradossalmente, più profondo e inquietante: è mancato un quid impalpabile per renderlo più credibile.

Ed eccoci ai vincitori: “La Gloria” di Fabrizio Sinisi. Il giovane Adolf, che vuole entrare senza successo nell'Accademia delle Belle Arti, si confronta con l'amico August che invece effettivamente riuscirà a passare l'esame per il Conservatorio. In mezzo a loro la loro amica Stephanie, l'ago della bilancia tra passione e calcolo, l'Arte che si lascia andare solo a chi vuole goderla e goderne senza secondi fini. Incidentalmente qui stiamo parlando di un Adolf particolare, che di cognome faceva Hitler. August è invece Kubizek, realmente esistito, che scrisse, a guerra conclusa, “Il giovane Hitler che conobbi”. Qui si parla di giovani, di sogni, di frustrazioni, di futuro, di quella Gloria che può accecare, distruggere, calpestare. E' un testo (bellissimo, strepitoso) quello di Sinisi poetico senza essere altisonante ma vanaglorioso, dove i dialoghi pungono e scorrono e lasciano in una stato d'estasi le scene come un riflesso su un lago ghiacciato, sospese e talmente tangibili da risultare quotidiane. Un linguaggio alto senza presunzione, facile all'ascolto e liberatorio ma anche colto, messo in bocca a due straordinari interpreti Alessandro Bay Rossi, sempre incisivo e naturale (da Latella a Pier Lorenzo Pisano) e Marina Occhionero (la sua presenza non passa mai inosservata) che la vedi giovane e minuta ma che quando prende la parola tutto il palco s'illumina, la voce ferma, convincente e le frasi s'aprono e tutto prende senso e si dipanano nell'aria che sembra vederle e leggerle come fumetti di fiato nella neve. Infine la regia di Mario Scandale ha puntellato con video mai didascalici ma accompagnanti queste visioni-digressioni-discussioni, ha coordinato lo spazio lasciando una libertà d'azione che, nell'artificio di attrazione e repulsione, ha esaltato corpi e intenzioni e tutto quel tra le righe che prepotente è emerso, quelle emozioni irrefrenabili tornate a galla impossibili da soffocare: una nostalgia da tagliare a fette, in un parallelo tra la fine di un'epoca, quella dell'adolescenza, e la fine di un'era, quella di Pace. Come dire che l'età adulta faccia rima, sempre, con tragedia. Battimano convintissimi.

Tommaso Chimenti 09/10/2020

PALERMO – Esiste un fil rouge, neanche troppo nascosto, che lega Palermo a Napoli. Sarà l'aleggiare del Regno delle Due Sicilie ancora presente e vivo, sarà la musica neomelodica (ma anche Gigi D'Alessio va ancora forte) che rimbalza e sfonda le casse di piccole utilitarie lanciate con i finestrini abbassati per far sentire meglio “la potenza della lirica dove ogni dramma è un falso”. Palermo la città dei calcinacci e delle transenne che ormai fanno parte del paesaggio immutato, e immutabile, “na carta sporca e niscuno se ne importa”. Le cose più pericolose da fare a Palermo sono camminare sui marciapiedi, tutti dissestati e tutti disseminati di escrementi, non tutti canini, da farci lo slalom, quindi occhi sempre a terra, e attraversare sulle strisce, qui il pedone non ha nessuna protezione, quelle linee bianche, rettangoli panciuti perpendicolari alla carreggiata non danno sollievo né diritto ad alcun privilegio: devi muoverti, devi accelerare il passo, devi correre, noi certamente non ci fermeremo, non rallenteremo, al limite ti suoniamo il clacson pressante per farti capire che non dovresti stare lì. Palermo non è una città per pedoni.Cantieri_Culturali_della_Zisa_di_Palermo_A.jpg

Ma tra lo sgarrupato e il divelto, tra l'intonaco che cade, o è caduto da millenni e sta ancora lì per terra a ricordarcelo, e i tubi innocenti arrugginiti messi lì anni fa e lì rimasti a perdere la propria innocenza, in questa decadenza che fa folklore, soprattutto per le fotografie dei turisti, in questo decadimento e disfacimento si cela la bellezza, del mercato del Capo, la strada della Vucciria, il grande Ballarò. Bellezza da scorgere, scoperchiare, nei volti, negli occhi, in quella somma di atteggiamenti che formano una stratificazione culturale. Ecco, se Napoli è un teatro a cielo aperto, Palermo è un market, un suk. Il legame con Napoli è ancora più chiaro quando vedi i cestini con il filo scendere da terrazze e finestre in alto per avere la spesa senza “scendere abbasc”, quando visiti le Catacombe dei Frati benedettini che in qualche modo ricordano il partenopeo Cimitero delle Fontanelle, i baracchini dove friggono l'impossibile. Un caos ordinato e ordinario. Per chiamarsi urlano il meraviglioso “Vita mia” che, come le insegne delle macellerie che riportano la vecchia “Carnezzeria”, ci porta inevitabilmente a Emma Dante. Palermo che ha visto nascere artisticamente, oltre alla regista del recente “Le Sorelle Macaluso”, esperienze come Vetrano e Randisi, Ciprì e Maresco, Franco Scaldati, Mimmo Cuticchio, Massimo Verdastro, Rosario Palazzolo, Vincenzo Pirrotta.

All'istituzionale Teatro Biondo, diretto da un paio di stagioni da Pamela Villoresi, e al Teatro Libero, da marzo 2018 si è aggiunto nel panorama palermitano anche uno spazio vivo, fresco, giovane all'interno di un centro polifuzionale attivo che sembra funzionare. Lo Spazio Franco, nome evocativo che sa di contrabbando di idee e di libertà dove tutto possa essere possibile, sorge ai Cantieri Culturali alla Zisa, piccola oasi (erano gli edifici del vecchio mobilificio Officine Ducrot) fatta di capannoni bassi che stonano piacevolmente con i palazzoni intorno che la cingono e ne parano l'orizzonte, fanno ombra, la racchiudono come riserva indiana. Decine e decine di caseggiati-ex laboratori, alcuni rimessi a nuovo e ricostruiti, e affidati a progetti culturali, un bel polo dove accadono le cose, dove il fermento si sente e percepisce nell'aria, dove, per architettura e clima(x), non sembra di essere in Italia, dove si respira ossigeno d'internazionalità che pare d'essere ad Amsterdam, a Berlino o in Scandinavia dove spazi d'archeologia industriale (hangar e street art) recuperati rendono fascinoso il paesaggio e salvifico il loro apporto alla città, a quartieri periferici difficili. Ecco qui hanno trovato casa e sede il Cinema De Seta, lo Spazio Zut, il Goethe Institut o il Centro sperimentale di Cinematografia, l'Accademia delle Belle Arti e l'Istituto Francese, il centro di fotografia Letizia Battaglia: un grande polo culturale dove poter attingere, per i giovani ma non solo. Ci sono ancora tanti spazi da riportare a nuova vita.

1540059840.jpgEd è in questo scenario che nasce, e sta crescendo, il “Mercurio Festival”, che fiorisce dentro lo Spazio Franco (concessione dell'area da parte del comune per dodici anni; ci sono voluti 70.000 euro di investimento per i lavori di ristrutturazione), diretto (per questa seconda edizione non si potrebbe affermare) da Giuseppe Provinzano, anima fino a qualche anno fa del gruppo Sutta Scupa e oggi della compagnia Babel Crew. Una direzione non-direzione perché gli artisti (quasi una ventina) selezionati lo scorso anno hanno scelto a loro volta, a cascata, altre formazioni e progetti in una sorta di “sponsor” e “tutoraggio”, più che altro passaggio di consegne e di testimone, una presa di coscienza, di responsabilizzazione e di consapevolezza da parte delle compagnie nelle decisioni di una rassegna: se vogliamo un'idea rivoluzionaria che ribalta il concetto di direttore al vertice dell'iceberg e artista come manovalanza e filiera, quantità all'interno di un cartellone, e fa divenire la kermesse non verticale ma orizzontale e “democratica”. Il pianeta Mercurio presenta innumerevoli vulcani attivi, il mercurio stava fino a qualche anno fa nei termometri (e in periodo di Covid come non pensare continuamente alla febbre?), il mercurio se ingerito è velenoso, il mercurio è l'argento vivo, è un ottimo conduttore di elettricità, è un metallo ma allo stesso tempo è tenero e duttile: il nome pare perfetto per identificare questa esperienza.

All'interno della sua programmazione abbiamo scelto di raccontare “Sala Party” di Giustina Testa, “Zero A/V Show” del collettivo torinese Spime.im, e “La mia battaglia” di Elio Germano e Omar Rashid. Quindi teatro di narrazione tradizionale, teatro d'attore il primo, videomapping il secondo, narrazione ma in video-soggettiva con gli oculus, occhialoni ipertecnologici per vedere a 360 gradi, il terzo. Tante anime, tante sfaccettature da declinare hanno il “teatro”, l'arte dal vivo, la performance.

In “Sala Party” (titolo che appena la piece entra nel vivo è un ulteriore colpo alla stomaco) parte brillante e finisce, anzi s'acuisce sempre più, in una spirale di spine e spigoli, di lame e pugnali, GIUSTINA-SALA-PARTI.pngin una tragedia che pare senza fine, in un girone infernale, punizione corporale per qualche pena da espiare. Proprio in questi giorni è uscita la notizia del cimitero romano dei non-nati con i nomi delle madri (la privacy?) su croci (vergognoso il tutto). Si pensa sempre all'aborto (il riferimento va a “Lettera a un bambino mai nato” di Oriana Fallaci), forse è la parte maschilista della società, come a qualcosa di naturale, come un'eventualità, una possibilità che possa accadere e quando avviene si può reagire alzando le spalle e dicendosi “riproviamo”. Non è esattamente così. “Sala Party” (tutt'altro che giubilo) ha proprio questa valenza, chiamiamola, didattica, di pura conoscenza, nell'aprire le porte della Sanità senza umanità, senza competenze, senza empatia tra dolori lancinanti fisici e strazianti sofferenze e tormenti interiori e psicologici che non finiscono certo appena usciti dall'ospedale. Comincia brioso e il climax che si crea, tra palco e platea, è positivo, frizzante, di comprensione ma anche di sorrisi, in una grande digressione che non fa altro che instradarci in un tunnel senza sfondo, in un martirio e supplizio che mette a dura prova, fisicamente, commoventemente, anche l'audience. Il senso di colpa ci affligge tutti in quest'anatomia personale (troppo) che avrebbe bisogno di altri palcoscenici più intimi, in questo senso di impotenza “ricattatorio” di dolore esibito che tracima l'arte diventando autodramma, non più letterario ma che si fa seduta psicoanalitica unidirezionale in una spettacolarizzazione riservata. La festa non c'è, rimane un funerale che ci taglia tutti a pezzi.

Nel lungo missile bianco di 140 metri di lunghezza s'avvolgono e s'intrecciano le musiche sperimentali, elettroniche e acide del collettivo Spime.Im con le immagini che s'aggrovigliano e si rincorrono mettendo con le spalle al muro retine e cervello che deve decodificare, velocemente, rimandi, rimbalzi, connessioni, sinapsi, associazioni intellettive, culturali, contemporanee. Un razzo che sembra una supposta e noi dentro sballottati in questo flusso di colori e rumori deformanti creati con un guanto di sensori che parte dalla Creazione, dal Big Bang, con questi due dj schermidori-danzatori immobili duellanti agitatori che producono rumori ancestrali fino agli spari e alla guerriglia nella giungla. Show emotivo che colpisce per forma (tutti a testa alta a guardare queste immagini che s'ammucchiano), per contenuto (a contemplare la disgrazia e l'infausto destino dell'impatto dell'Uomo sul Pianeta Terra). Non possono mancare le immagini di rifiuti e di chilometri quadrati di plastica, mari e fiumi inquinati, spime-im-1280x640 copia.jpgi cumuli di scorie con queste grandi vibrazioni disturbanti fonte di scosse e scuotimento, di denuncia sociale. Tutto si spacca, tutto esplode, si espande. Con il braccio come marionettisti, a tirare colpi all'aria, un braccio per difendersi adesso, per attaccare ora, i due sulla scena, protetti dal loro rifugio-trincea mixer-altare (sono gli officianti del rito), mitragliano e bombardano l'aria tra colpi d'arma da fuoco, siringhe, trasformazioni di corpi, passando dall'eroina al botulino fino agli steroidi, dagli immigrati in mare agli yacht ipermiliardari, dai videogame ai robot in uno slittamento sintattico, semantico e percettivo della deriva plausibile e possibile di ogni scoperta umana nata per migliorare l'esistenza e che finisce sempre con il danneggiarla, peggiorarla, distruggerla. Una tecnica di ripetizione in loop che morde alle caviglie.

Il progetto di Elio Germano (non presente) e Omar RashidLa mia battaglia” ha aperto (il progetto comunque era stato attivato pre-Covid) una nuova fruizione dello spettacolo dal vivo in un ibrido che rimane in equilibro tra il remoto (il video preregistrato) e la realtà (il video è in soggettiva a 360 gradi e ogni spettatore si trova inserito in prima fila in teatro). Certo manca il tattile ma l'esperienza rimane quasi completa e, dopo alcuni minuti di assestamento e assuefazione alla nuova condizione (non ci si vede le mani o i piedi ad esempio) in questa bolla incorporea, si ritrova il piacere della tridimensionalità e della profondità quello che non riesce a dare la pellicola o il video che ci lascia sempre un passo indietro rispetto all'opera, distanti. Qui invece sei dentro, immerso. Questa la scatola (da non sottovalutare), la cornice dentro la quale Elio Germano, che si muoveva lì ad un passo da noi che pareva di poterlo toccare ma come ologramma era irraggiungibile, avatar impalpabile di se stesso, si muoveva nel suo racconto di un Mondo Nuovo, un mondo da rifondare e ricostruire dalle basi, un universo sociale che torna alle origini per ristabilire concetti e giustizia, meritocrazia contro burocrazia, il talento al posto delle conoscenze familiari. E' un escalation per convincere il pubblico della bontà delle proprie parole che alzano sempre un po' più il tiro ad ogni passaggio e sottolineate (con troppa enfasi da risultare organizzate e coordinate) da una fetta di pubblico sparso in sala (cooptato per l'occasione). Chi poi alla fine si stupisce della deriva dello spettacolo non ha mai tradotto il titolo in un'altra lingua europea molto dura. C'è poco da stupirsi della fine (anche troppo manieristica e fintamente iperrealistica da divenire riconosciuta costruzione teatrale) ma l'ascesa delle idee che da giuste e moderate passano a borghesi e finiscono per divenire estremiste sono il ciclo naturale delle società che hanno in sé nascita, lotta e declino. Il nostro mondo è nell'ultima fase. Attendiamo azzeramento e ricostruzione.

Tommaso Chimenti 04/10/2020

PADOVA – Negli ultimi anni ho avuto la possibilità di vedere quasi tutti i lavori firmati da Bruno Fornasari, sempre con il fidato Tommaso Amadio al suo fianco, e targati Filodrammatici di Milano. Appunto quasi: da “Nerds” fino a “S.U.S.” passando per “La Prova” o “Martiri”. Una scorpacciata alla quale mancava all'appello proprio questo “Mattia”, primo testo che li aveva proposti alla ribalta e che adesso è stato ripreso da due differenti cast (dieci componenti per gruppo) di giovani come prova d'esame della triennale Accademia Teatrale Carlo Goldoni dello Stabile del Veneto. Mattia, dal “Fu Mattia Pascal” pirandelliano, è sì una trasposizione dal romanzo dell'autore siciliano ma asciugata, resa contemporanea, alleggerita, snellita da tanta polverosità anacronistica.

30.JPGE' possibile rifarsi una vita? Oppure se sia lecito o ragionevole o anche solo giustificabile chiedersi, dopo essersi costruito una posizione, una casa, una famiglia, un lavoro, se ci sia ancora uno spiraglio, una porta aperta per non essere più quello che abbiamo per tanti anni voluto essere. Ci si sente in gabbia, stretti, soffocati e la voglia di fuggire fa capolino. Ci sono tantissime agenzie oggi che ti possono aiutare a sparire, a cancellare ogni traccia, fisica o virtuale, e cambiare identità, passaporto, nazione. Alcuni usano le tragedie (l'11 settembre o uno tsunami, un attentato o un disastro aereo) per prendere la palla al balzo e fare quello che avrebbero sempre voluto fare: mollare le proprie credenziali e provare ad essere qualcun altro altrove.

Dicevamo, il desiderio è lecito e comprensibile, realizzarlo complicato e spesso si incappa in una serie infinita di nuovi reati. Ma andiamo per ordine, la nostra storia si svolge tra l'inizio degli anni '70, il '97, e il 2010, in tre focus che si rincorrono, finestre che si aprono e velocemente si richiudono in questa che sembra una ricostruzione dei fatti accaduti, in un'esposizione frontale che ammicca al pubblico, lo tira dentro, lo coinvolge, lo istiga a prendere posizione, ad immedesimarsi. Una coppia sposatasi troppo in fretta, due figli, una madre in coma, debiti accumulati per sopperire insoddisfazione e frustrazione con oggetti inutili, e tutto che rotola verso una destinazione già scritta alla quale Mattia (nella versione originale era interpretato da Tommaso Amadio, alter ego di Fornasari sul palco) si ribelle, pone un freno, vuole scendere dal vagone in corsa. E' possibile cambiare scenario e panorama o siamo condannati per sempre a trascinarci dentro situazioni che volevamo ma che adesso, a distanza di anni, sentiamo che non ci appartengono più? E' più coraggioso, o vigliacco a seconda da dove lo si guarda il problema, resistere e annullarsi, appiattirsi, inaridirsi su ruoli ormai sfibrati, o sparigliare le carte e mettere in discussione tutta la propria esistenza? E qual è il nostro “lato oscuro”? Quello che ci fa morire prima del tempo in un ruolo non più nostro o quello che ci vorrebbe felici in una situazione diversa da quella che stiamo vivendo ma che abbiamo paura anche solamente a pensare di poter cambiare?

A MATTIA-SITO.jpgquesta solida costruzione, chiamiamola i “mattoni” che compongono la drammaturgia, Fornasari (una scrittura mai lineare, una lingua sempre alta e popolare, mai scontata né prevedibile, il ritmo e l'ironia intelligente che contraddistinguono i suoi testi) riesce ad aggiungere piccoli tocchi sparsi di umanità, di visceralità senza scadere nel sentimentalismo, colpi seppiati di ricordi, pennellate nelle quali riconoscersi, minuzie disseminate come trappole, come zucchero a velo, dettagli che ad un primo sguardo possono sembrare inutili, laterali, comprimari, collaterali o che non aggiungano sostanza al plot centrale ma che al contrario fanno quella “calce” che cementa i momenti, che lega le scene, che compatta le temporalità, che comprime, che dà tutt'altro tono e riesce a sferzare colpi come a distribuire carezze amare, farci scivolare nella nostalgia, farci cadere nel buco di Alice, farci, per un attimo, scordare il fusto centrale dell'opera, l'idea originaria sulla quale tutto si fonda. Piccoli momenti che destabilizzano e ci portano in altre dimensioni, piccoli momenti di letteratura; l'orologio Casio che da delizia si fa croce, la digressione sul divano (unico oggetto in scena) che da pezzo d'arredamento diviene feticcio sacro, l'ingresso a piedi uniti dei Doors e l'iconica frase di Jim Morrison che ci rimbomba: “Meglio bruciare subito che spegnersi lentamente”.

Il nostro è un mondo in prestito, il nostro tempo è un prestito, i vestiti che teniamo per poco e poi dimentichiamo, gli oggetti64.JPG, i sentimenti, le persone, tutto è momentaneo, come un grande temporary shop. Il “per sempre” ha cambiato significato, ora vuol dire per adesso che è tutto quello che abbiamo nella nostra programmazione che non arriva mai così lontano nel tempo, nelle settimane. Perché? Perché non si sa mai. E allora godi, spendi alla ricerca di quella felicità che non puoi trovare pensando che tutto sia in prestito (quindi non gli dai la giusta importanza), che se lo perdi lo puoi ricomprare, che se i rapporti si interrompono fai spallucce e dici che chiusa una porta si apre un portone. Niente ha più senso, tutto è più vuoto e fa eco e ci fa paura. Ci vuole coraggio per uscire dal giro, per lasciare il tavolo da gioco, per abbandonare il sistema e non sentirsi più un ingranaggio di una macchina che deve solo macinare. Un'anatomia prima di un incontro poi di un matrimonio, di una sparizione, di una vita, del come, a valanga, tutto possa andare a rotoli senza nemmeno accorgersene nelle pressioni della vita moderna costellata di routine e mutui (parallelismi con il romanzo “Colibrì” di Sandro Veronesi) che stringe sempre un po' di più il suo cappio.

La vita per Fo45.JPGrnasari si divide tra momenti sentimentali e attimi speculativi. Ai monologhi drammatici (quello finale ha una marcia in più) si alternano costruzioni collettive, alle scene intime fanno da contraltare le coreografie (di Marta Belloni) in un'altalena veloce di sensazioni che non lascia comodi, in un ping pong che scuote e tiene incollati. Impossibile non riconoscersi in quel bivio, in quel pensiero che prima o poi ci prende, ci è venuto o arriverà. Tra gli allievi sottolineiamo nel primo cast le presenze di Federica Fresco (Vale), Gianluca Pantaleo (Mattia) e Andrea Sadocco (il croato), mentre nel secondo Angelo Callegarin (Mino), Imma Quinterno (Vale), Gaspare Del Vecchio (Bustros). Nuova linfa per il teatro.

Tommaso Chimenti 29/09/2020

TODI – Dal santuario della Consolazione, blocco-mausoleo che fa della stabilità e della solidità il suo biglietto da visita, si sale su per una strada dolce in salita tra campi, prati e in lontananza si affaccia allo sguardo, sempre più grande e vicina, sbucando dai rovi e tra le frasche, nel suo skyline di pietre assolate e di tetti pieni di Storia, Todi, così piccola e maestosa e così carica che ci sembra di respirare il suo passato. Mentre saliamo alla nostra destra spunta un monumento ai caduti del mare, strano Todi è 410 metri sul livello del mare e l'Umbria non ha sbocchi sul Mediterraneo. Tre i punti nei quali racchiudere lo scrigno di Todi et amo: appunto la Consolazione (lì accanto un grande parcheggio, con navetta annessa gratuita, fa sì che il centro della cittadina umbra sia praticamente pedonale e auto free, questa si chiama lungimiranza politica e progresso ambientalista per una vivibilità a misura d'uomo), arrivando in paese sulla destra La Chiesa di San Fortunato con la sua facciata imponente e i suoi gradini irti, fino a Piazza del Popolo che si apre rettangolare e finisce con la Cattedrale della Santissima Annunziata. Su questi tre punti si tessono le fila a ragnatela, i punti cardinali per tratteggiare (impossibile perdersi) percorsi e sentieri, rigorosamente a piedi, linee dentro e fuori le mura spesse che danno certezze possenti come le viuzze a perdifiato in discesa fino al Convento delle Clarisse (ben quattro i conventi in Todi; chiesa e arte si intrecciano prepotentemente) residenza per gli artisti del festival Off.

Al Todi Festival (3-6 settembre; diviso in maniera intelligente tra la parte indipendente, l'Off appunto gestito dal Teatro di Sacco, Roberto Biselli e Biancamaria Cola, con gli spettacoli nel tardo pomeriggio nello spazio del Nido dell'Aquila, e il cartellone ufficiale diretto da Eugenio Guarducci con le piece serali al Teatro Comunale) si respira un'aria buona, di scambio, d'intesa, con quella vicinanza che è data proprio dall'informalità del luogo dove tutto raggiungibile, tutto a portata di mano. Due rassegne per un unico festival, due diverse concezioni dentro un più grande e ampio contenitore, due modi di intendere il teatro che si compenetrano, si danno manforte, aggiungono l'uno l'altro, si assommano senza togliere niente: una grande intuizione. 00057BF3-andrea-pennacchi.jpgL'Off (il cui titolo di quest'anno era “Futuro Anteriore”) inoltre ha creato anche una mappa di interessanti laboratori-mastarclass con Elena Bucci, Michele Sinisi, Letizia Russo, Lino Strangis, un'alta formazione di workshop e seminari. Una kermesse con un'anima profonda, non solo la bidimensionalità degli eventi. Un clima disteso, positivo dove tornare con piacere. Un respirare nuovo che riempie polmoni e retine. Un'Umbria mai ombrosa. L'Umbria al centro tra Toscana e Roma, qui dove le cose accadono, dove vengono pensate e portate alla luce: la mente vola a Luca Ronconi o Peter Stein, a Brunello Cucinelli. Qui puoi incontrare Ida Di Benedetto e Laura Chiatti con il marito Marco Bocci, o Lorella Cuccarini madrina di un convegno su Jacopone, insieme al Professor Franco Cardini. C'è fermento frizzante e quella cultura mai troppo imbellettata né compunta, mai troppo allacciata e istituzionale, mai troppo legata e incravattata e formale, ma scorrevole e fluida, professionale, competente, seria ma mai seriosa. In quest'ottica il simbolo di quest'anno è un lecca-lecca con all'interno la città, da scartare come un regalo da bambini, dolce e gustoso desiderio.

Cominciamo la nostra analisi dalla proposta di Andrea Pennacchi (incrociato fuori dal teatro con la mascherina che ritrae il Bardo), da un anno volto conosciuto al pubblico nazionale per la sua striscia settimanale all'interno del programma di Zoro “Propaganda Live” riuscendo nel tentativo di sdoganare, nei suoi racconti amari e agrodolci di crisi economica e valoriale, leghismo padano e provincialismo culturale, il veneto come lingua (rendendola contemporanea e slegata da Arlecchino e dalla Commedia dell'Arte) dandogli rispetto e sostanza, fuori dai soliti cliché biechi e campanilisti. In una sorta di conferenza stampa, con microfoni e un pulpito per gli interventi, quasi un radiodramma sull'“Enrico IV” dove Pennacchi, anche per il phisique du role, è Falstaff ma anche la voce narrante, e al suo tavolo siedono il giovane rampollo della casa reale (Riccardo Gamba, s'intendono alla meraviglia), un'attrice anglofona che legge in inglese donando accenti e pause e sospensioni nella lingua d'Oltremanica (bella intuizione, per niente scontata, Jenni Lea Jones), un musicista (Giorgio Gobbo sempre sul pezzo) che, con la sua chitarra, ci porta dentro quelle cupe atmosfere attraverso Leonard Cohen o gli Oasis, De Andrè o “Personal Jesus”. Perfetto per le scuole superiori, per svecchiare la polvere, perfetto per i ragazzi di ogni età, quelli che ancora, andando a teatro, vogliono ridere, gioire, divertirsi nel più alto e ampio senso, riflettere, giocare ascoltando. Perché l'“Enrico IV” parla si di potere ma anche di amicizia, di tradimenti, di vita, di quella teorica e di quella pratica, parla di crescita, di formazione. Pennacchi (a metà settembre sarà a fianco di Paola Cortellesi su Sky nella serie “Petra” mentre in questi giorni sta girando una serie Netflix su Roberto Baggio dove interpreterà il padre del campione di Caldogno) s'infiamma cinghialesco (suo simbolo per antonomasia), è un rugbista prestato al teatro, di quelli che in una rissa vorresti sempre avere al tuo fianco. Ci ha ricordato alcune esperienze di Marco Paolini con il gruppo dei Mercanti di Liquore. Diviene ben presto un concerto folk, dove Pennacchi si muove, agitandosi con forza, da capo ultrà, pogando ruvido a gomiti alti, che sembra proprio di essere in un pub di Liverpool, di quelli senza tanti convenevoli, di quelli dove il rispetto te lo guadagni sul campo a suon di pance e boccali di birra alla spina. Si sprecano i “mona” come i “boccia” ad infarcire dialoghi in equilibrio tra la commozione che genera la vita e l'ironia sulle nostre fragilità. Un racconto umano, umile per un interprete a tutto tondo, pieno, sanguigno, onesto, che non delude mai: “I do, I Will (Shakespeare)”.

DNA.jpg

Curiose le tre opere intercettate da Roberto Biselli per comporre il puzzle della sezione Off, cominciando da “D.N.A. Dentro la Nuova Alba” a cura del Gruppo della Creta, testo presuntuoso a cura di una compagnia al contrario affatto saccente. Un tentativo, certamente plaudibile e plausibile, però troppo pieno con infinite deviazioni e divagazioni che facevano perdere il senso di quello che stavamo guardando. Tre le storie principali che si intrecciavano: due malate psichiatriche legate con camicie di forza in un futuro distopico, un Ministro molto salviniano, due migranti che dallo Yemen si spostano nel deserto, per non parlare dei tre Dei, Plutone, Urano e Nettuno che “giocano a dadi” con il destino degli uomini oppure degli intermezzi di un comandante di un aereo che entra a sorpresa fuoricampo con i suoi dettagli di volo, per non parlare del “teatro nel teatro” o meglio il teatro che parla del teatro con una lavagna dove vi sono appunti su un Amleto paragonabile ad Agamennone. Tutto è spruzzato di fantasy. Se il racconto della ragazza internata si poteva pensare che potesse provenire da una qualche cronaca, sembrava che confermasse questa tesi il medico (Alessio Esposito, di una lunghezza sopra gli altri) con la sua verbosità prolissa di note a piè di pagina, documentazione d'archivio e teorie psicanalitiche, le altre storie non trovano nessun appiglio, nessuna convenienza per restare all'interno dello stesso plot (1h 40', lunghezza eccessiva). Tutto è veramente frastagliato, debordante al limite del fastidioso, eccessivo, per una scrittura ricca e barocca ma che aveva necessariamente bisogno di tagli netti e di una regia più sicura e decisa. Con il volume pastoso della drammaturgia si potevano tranquillamente sviluppare tre spettacoli più coerenti. 

L'autore, Anton Giulio Calenda, figlio del regista Antonio, dice di rifarsi a Foster Wallace. Ma troppi pezzi e brandelli vengono dati per scontati a discapito di una minima comprensione. Scrittura corposa, dispersiva, troppo compiaciuta che rema contro la messa in scena, e schiaccia il lavoro attoriale ingabbiandolo, che diviene faticosa per la platea per un mosaico scomposto e complicato. Una continua aggiunta che ci lascia perplessi e dubbiosi. Less is more.

Affascinanti giochi di sguardi e riflessi il “Christophe” di Nicola Russo dove l'autore diventa un clochard tunisino a Parigi che dialoga con il se stesso, in terza persona, con il ragazzo italiano che era, in un doppio binario67 di personalità, di scambi esistenziali, una narrazione che s'intreccia tra autobiografia e il vedersi attraverso gli occhi dell'altro come in uno specchio per raccontarsi da dentro, da dietro, oltre sé, in questo dialogo dove è sia oggetto che soggetto. Uno strano incontro a Parigi tra un “barbone” (da testo) e un ragazzo occidentale, siamo nel '95, che, in qualche modo, tanto o poco, cambierà, almeno sposterà le vite di entrambi: per Christophe (che si definisce, con un errore grammaticale voluto, “il straniero”: la mente non può che andare a Camus) sarà il germe che esiste ancora un'umanità pronta a parlargli, a considerarlo una persona, per Nicola venticinque anni di macerazione interiore che lo hanno portato a questa creazione intima, confessione ed espiazione, restituzione e perdono in questa triangolazione, in questo nostro mondo dove sarebbe sempre fondamentale mettersi nei panni dell'altro, nel momento dell'incontro dell'altro con noi stessi visti con occhi altri, appunto di un regista nel registro dell'immedesimazione, del ricordo, della nostalgia della scrittura creativa. Le lettere che si sono scritti, vere o presunte, sono la testimonianza che l'arte ci salverà, che l'altro non sempre è foriero di pericolo, che tendere una mano aiuta in eguale misura sia chi la dà che chi la riceve.

D'impatto Clitemnestra.jpganche “Parla, Clitemnestra!” dove lo scontro di genere sale sul banco degli imputati. La donna del Mito con un coltello in mano si aggira, come uno squalo, come un piranha, come un barracuda, attorno alla preda, all'uomo, al maschio alfa, Agamennone, che l'ha tradita, delusa, comprata, che le ha ucciso i figli. La donna non vuol più stare zitta e in disparte, non vuole più subire violenze e angherie. Ha legato l'uomo che non può far altro che ascoltare minacce e reprimende, chiedere perdono, scusarsi senza troppa convinzione. Lei (Simona Senzacqua sempre più Sofia Loren-Ciociara) è un boia duro, un carnefice che non farà, si pensa, sconti al suo prigioniero, Lui (Gabriele Benedetti) è legato, umiliato come un Cristo sacrificato sull'altare su questo trono rialzato, patibolo medievale, in questa sorta di pubblica gogna, tortura e punizione. La tensione è crescente, il pathos è polanskiano, Lei è tagliente, Lui rincula lamentevole in una suspense dolorosa in questo confronto-interrogatorio. Il testo (di Lea Barletti) soffre della limitazione che la rima porta con sé, che la fa ben presto divenire filastrocca e cantilena, facendoci concentrare più sul suono che sulla sostanza delle parole, più sull'andamento armonico che sul contenuto. Anche quando Clitemnestra, in questo processo, cerca la nostra approvazione o chiede la nostra opinione, rivolgendosi alla platea, non lo fa mai con convinzione ma resta soltanto una pura formalità didascalica. Dal Mito si scivola nel maschilismo, da lì al femminicidio fino al populismo semplicistico, a quella retorica facile con la quale non possiamo che essere d'accordo fino al monologo finale sulla condizione della donna nella Storia ed ai giorni nostri che non riesce a dirimere l'annosa questione di genere: il problema delle donne è sempre l'uomo?

Tommaso Chimenti

La seconda stagione di Homecoming vede l’assenza di Julia Roberts (protagonista della prima) che ora figura come produttrice esecutiva della serie.
Nella prima stagione Heidi Bergman (Julia Roberts) è una assistente sociale che lavora per Homecoming, un programma del Geist Group che si occupa, attraverso trattamenti innovativi, del reinserimento sociale dei veterani di guerra affetti dal PTSD (Disturbo da Stress Post Traumatico). Almeno questo è ciò che sembra inizialmente, tanto agli spettatori quanto alla stessa Heidi con cui l’empatia è forte. Tuttavia la dott.ssa Bergman finirà per abbandonare il suo incarico per indagare sulle reali procedure dell’azienda fino a fare scioccanti scoperte.

La seconda stagione di Homecoming comincia da questa premessa, il fil rouge che la collega alla precedente è il mistero che aleggia intorno alla Gesit, incarnato dal personaggio di Walter Cruz (Stephan James), ex soldato sottoposto ai trattamenti dell’azienda, con un vuoto di memoria circoscritto a un periodo ben preciso della sua vita.
Homecoming 2 si apre con un’inquadratura dall’alto, il cosiddetto punto di vista di Dio su una barca fluttuante in mezzo al lago, con a bordo Alex (Janelle Monàe) che riprende coscienza in preda al panico.
La seconda stagione della serie è completamente narrata attraverso flashback e salti temporali degni del miglior Christopher Nolan che danno vita a una costruzione narrativa basata sulla tecnica del puzzle o Mind-Game Film (es. Memento, Mulholland Drive); ovvero una scrittura a ritroso che svela gli eventi della storia, mettendoli insieme poco a poco.

Il ricorso allo split screen appare utile sia alla ricostruzione del caso sia a sottolineare i momenti di distanza, fisica ed emotiva, tra i personaggi. La regia è caratterizzata da fluidi piani sequenza con impennate di zoom in avanti che restituiscono alla serie una estetica tipicamente anni Settanta. La colonna sonora (di Emilie Mosseri) conferisce una "overdose" di suspense perfettamente calzante alla narrazione, con musiche ora caratterizzate da un pianoforte che predilige le note alte creando inquietanti nenie, ora da archi e synth che rimandano alle colonne sonore composte da Bernard Hermann per Hitchcock ma anche ai più recenti film di Jordan Peele (Scappa - Get Out e Noi). Frequenti i raccordi sul sonoro atti a generare delle interruzioni drammatiche come la brusca chiusura di una porta, l’arrivo al piano dell’ascensore, il riaggancio del telefono, la fiala lanciata nella ciotola, che ridestano lo spettatore dallo stato ipnotico in cui la musica lo ha trasportato.

Ogni episodio (lungo in media 30 minuti) si conclude con dei finali "silenziosi" dove l’azione continua durante i titoli di coda con piccoli gesti dei personaggi che rimarcano lo scorrere del tempo.
Non sono rari i momenti grotteschi come la sequenza nella serra con dei personaggi un po’ tarantiniani o l’assurdo battibecco tra Walter e l’impiegato al desk informativo.

Homecoming 2 non delude le aspettative degli spettatori. L’assenza di Julia Roberts nel cast (che conta, tra gli altri, Chris Cooper, Bobby Cannavale, Joan Cusack) è ben motivata da esigenze narrative, e l’ipotesi di un futuro ritorno del personaggio di Heidi Bergman non sembra esclusa. Homecoming 2 si presenta come una stagione "di collegamento", trascinante e ideale da guardare in binge watching, che non perde di vista l’obiettivo principale: l’indagine criminale che vede implicato il Dipartimento della Difesa degli USA.

Martina Cancellieri  31/05/2020

Da lontano, dall’alto o estremamente vicino, dettagliato. La doppia vita di Favolacce, la sua doppia ricerca nel tentativo di tradurre ogni situazione per giungere ad un solo, unico e deludente risultato: l’inconsistenza della realtà.
Nella scacchiera delle villette di Spinaceto -periferia romana- procedono esistenze di grandi e piccoli individui, già scritte e stereotipate.
I fratelli D’Inncenzo scrivono e dirigono un racconto narrato -la voce è quella di Max Tortora- ripercorrendo un diario, slegandosi da questo e dalla storia per poi tornare alla consequenzialità, o saltando da un evento all’altro.
Un apparente smantellamento dei fatti per una coerenza celata dietro la caratterizzazione dei protagonisti, impalcatura stabile dell’intreccio in scena.
Le favolacce sono gli stessi personaggi, per un modo di esistere crudele assorbito da un contesto di luoghi altrettanto tali. Favolacce 02
L’afa e il caldo torrido sono lo sfondo dei racconti neri, un cassetto di ricordi dove salta fuori l’estate viva in tutti noi: un’estate italiana di televisioni in sottofondo e cicale assordanti.
Possiamo toccare tutto ciò a cui assistiamo perché la scrittura di Favolacce è esattamente congruente all’immagine. Una storia in grado di ricreare il malessere simile al dolore dopo aver ricevuto un’inaspettata pallonata sulla pancia. Un pugno nello stomaco durante il gioco, capace di conservare i tratti colorati, ancora piacevole.
La fotografia accompagnata da un suono meticoloso crea per l’occasione un esatto paradigma D’Innocenzo.
Lo spettatore riesce ad indossare le lenti “colorate” dei fratelli leggendo ed interpretando la loro visione che, in ultima analisi, riesce a diventare pensiero comune.
I bambini di Favolacce sembrano essere già consapevoli della loro infanzia fallace, il processo complesso che si attua ed emerge crescendo: un malinconico esame della tenera età, a cui nessuno si sottrae.
Una drammaticità fatta di cose semplici, di incomprensioni alimentate dalla noncuranza degli adulti, rimasti perennemente in superficie, servita ai bambini che, di tutta risposta, in profondità scendono sin troppo.
Favolacce 03 Favolacce narra la finzione del vivere bene, di una rivincita apparente, sostanzialmente priva di credibilità.
La coerenza nei dettagli, nei ritagli, nelle luci e nelle ombre crea un disegno finale ineccepibile. Esplicitato al massimo nella prossemica di Germano, riassunto ben chiaro di figure basiche destinate a non cambiare mai.
Bruno (Elio Germano) rimane vigliacco fino all’ultimo istante del film, incapace di gestire qualsiasi tipo di emozione, raccontandosi la verità più facile.
La pellicola è uno sdegno raffinato per una narrazione ruvida dove, in maniera soffice, ci sfiora la noia estiva di una periferia difficile.
Un ecosistema a sè stante intrappolato nei cliché -che i protagonisti sono convinti di aver superato- negli automatismi sociali del “perché si fa così”, nella voluta incomunicabilità.
La favola nera di una realtà possibile ma risolvibile, se solo solo i personaggi fossero disponibili all’ascolto, in prima battuta di loro stessi.
Siamo spettatori dell’asfissiante inadeguatezza di gesti, parole, comportamenti e luoghi. Cene e momenti di aggregazioni che vorremmo finissero subito, scene presentate dall’alto o da lontano di cui avvertiamo l’estrema oppressione.
Favolacce è una storia terribilmente cruda, di protagonisti e comprimari sgradevoli per le infinite possibilità di errori da commettere.
Un grottesco e drammatico noir, opera seconda degli straordinari Damiano e Fabio D’Innocenzo, capaci di diluire veloci istanti di tragicità, smontandoli attraverso il racconto e la macchina da presa, giungendo all’identità e al perché di gesti spesso considerati sin troppo estremi.
La bellezza di queste favole tormentate è situata nei dettagli, nelle inquadrature costanti per elementi potenzialmente privi di interesse. Favolacce è una summa di caratteri validi come cartina tornasole di realtà palesi, proprio come l’arte condensata e consolidata del lungometraggio.

Il film, Orso d’Argento a Berlino per la miglior sceneggiatura, è disponibile per il noleggio su CG Digital, Infinity, Chili, Rakuten TV, Sky Primafila, Tim Vision e Google Play.

Arianna Sacchinelli 20-05-2020

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