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Le opere d’arte più belle e significative hanno il raro dono di racchiudere in sé lo spirito del proprio tempo e, in parallelo, di esprimere dei concetti esistenziali che travalicano i confini del presente e che si rispecchiano tanto nel passato quanto nel futuro. È questo il caso di Parasite del regista sudcoreano Bong Joon-ho, un film di straordinario pregio per l’efficacia con cui scandaglia i conflitti sociali della nostra epoca e per il modo arguto e coerente con il quale costruisce una narrazione ricca di sorprese, dai riflessi grotteschi e che suscita nello spettatore delle risate assai amare.
La vicenda si apre come una commedia e ha per protagoniste due famiglie agli antipodi della scala sociale: da una parte c’è il giovane Ki-woo (Choi Woo-shik) che vive con i genitori e la sorella in uno squallido e angusto seminterrato di un quartiere popolare dove la massima prospettiva lavorativa consiste nel confezionare delle scatole per le pizze; all’altra estremità vi è la benestante famiglia Park che abita in una lussuosa villa posta su una collina di Seul insieme alla propria nutrita servitù. Un giorno, sfruttando un aggancio fortuito, Ki-woo riesce a entrare nella casa dei Park spacciandosi per uno studente universitario disposto a dare ripetizioni di inglese alla figlia e a poco a poco, tramite una serie di geniali stratagemmi e assurdi inganni, anche il resto della famiglia si insedia nella villa per svolgere le mansioni di babysitter, autista e governante. La distanza tra i due gruppi umani rimane però immutata: Mr. Park ribadisce più volte l’importanza per la servitù di «non superare la linea» e il cattivo odore che Ki-woo e i suoi si portano dietro rappresenta un marchio infame e indelebile che ne identifica il rango di origine. Ma proprio a questo punto il film, attraverso un colpo di scena di grande effetto, cambia gradualmente tono e direzione, aggiungendo un ulteriore livello di scontro che va oltre quello classico tra ricchi e poveri e che, in un crescendo drammatico, pone in lotta i poveri e i più poveri fino a culminare in un violento e durissimo epilogo che esplica il radicale pessimismo dell’autore.Parasite 02
L’immagine che emerge con maggior forza dal film di Bong Joon-ho è quella di una società postmoderna saldamente individualista e capitalista, del tutto incapace di provare alcun sentimento di solidarietà, dove le relazioni tra le persone sono sempre regolate dal denaro. Gli unici barlumi di umanità residua sembrano conservarsi dentro i nuclei familiari ma pure in questo senso Bong insinua dei dubbi nel pubblico: a ben vedere, la famiglia di Ki-woo interagisce spesso in maniera artificiosa e calcolata, spinta dal comune interesse del guadagno economico, mentre i coniugi Park non hanno un rapporto autentico con i propri figli e si illudono di conoscerli solo perché in grado di poter comprare loro qualsiasi cosa. In una simile realtà, così arida e alienata, nessuno può uscirne vincitore ma ciò non significa che l’ordine gerarchico venga in qualche modo messo in discussione: per quanto infelici e feriti, i ricchi rimangono sopra i poveri e questa antitesi tra alto e basso costituisce uno dei motivi ricorrenti del film, come dimostrano sia la posizione delle rispettive dimore delle due famiglie sia la stessa struttura interna della villa dei Park. Se in Snowpiercer, uno dei più celebri lavori dell’autore, tale contrapposizione veniva espressa tramite una direttrice orizzontale – in riferimento alle classi dei vagoni del futuristico treno al centro della vicenda – qui la differenza di status sociale si manifesta in una verticalità che si fa metafora portante dell’intero film, grazie anche all’assoluta naturalezza con cui viene resa sul piano registico.Parasite 05
A questo proposito, è necessario evidenziare il valore della raffinata, brillante e rigorosa messa in scena di Bong, che esibisce una piena padronanza nella gestione degli spazi, nella meticolosa scelta dei quadri e nei misurati movimenti di macchina. Non si intravedono mai sbavature, ogni elemento trova una sua precisa collocazione e abbondano le invenzioni visive e sonore, alcune destinate a diventare cult – e vale la pena di citare almeno l’improbabile e spassosa sequenza che si sviluppa sulle note di In ginocchio da te di Gianni Morandi.
Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, dove è stato acclamato e ha ottenuto con merito l’ambita Palma d’oro, Parasite è un’opera che, come accennato in apertura, riesce a parlare del nostro mondo in modo semplice e caustico e lo fa andando a toccare dei temi universali con sincera ispirazione e profonda acutezza di sguardo. Forse è presto per gridare al capolavoro ma l’impressione è che il tempo saprà confermare un simile, entusiastico giudizio.

Francesco Biselli  23/06/2019

Marion fa l’illustratrice e abita con due amici in una casa un po’ bohémien chic. Ben è un rappresentante farmaceutico e vive con la mamma di fronte all’appartamento del fratello. Si conoscono su Tinder, s’incontrano, trascorrono una simpatica serata e finiscono subito a letto – anzi, sul pianerottolo di lei – insieme. Travolti da un insolito destino, decidono di passare le vacanze insieme: “strano modo di cominciare una storia”, sentenzia la coinquilina di Marion, mettendola in guardia sui rischi dell’impresa. E così, senza pensarci più di tanto, si ritrovano nella meta che si trova esattamente a metà tra Beirut e Biarritz, cioè quelle che avrebbero dovuto raggiungere lei e lui. E si ritrovano nell’aspra ed economica Bulgaria che si è appena aperta al turismo di massa, prima in una scomoda casa prenotata su AirBnB, poi in un ostello hippy tra le montagne e infine in un hotel a cinque stelle.

una scena del film

Opera prima del grafico greco-libanese Patrick Cassir, “La prima vacanza non si scorda mai” (al cinema dal 20 giugno con I Wonder) è un allegro racconto on the road sulla costruzione di un amore o, per meglio dire, sul “tirocinio coniugale” di una potenziale coppia. Se è vero che la vacanza può essere considerato il banco di prova di una relazione, è altrettanto condivisibile pensare che proprio per i tempi e gli spazi che comporta risulta un’esperienza molto interessante per capire la tenuta del rapporto. Cassir – che ha scritto la sceneggiatura con la protagonista nonché sua compagna Camille Chamoux – riesce a trasmettere una buona dose di autenticità nel mettere in scena un ménage fatto di quelle piccole cose che costituiscono la vita intima di una coppia, dalla visione della vacanza stessa (avventurosa per lei, comoda per lui) all’ossessione dell’igiene fino all’imbarazzo della urgenze intestinali.

Come rivelato dagli stessi Cassir e Chamoux, il disegno dei personaggi deve molto non solo al loro privato ma anche ad un’adesione non banale al racconto della modernità: da una parte, Ben ha sincronizzato la sua vita ai dispositivi elettronici e controlla le recensioni dei locali su TripAdvisor; dall’altra, Marion rappresenta quell’avventuroso ritorno alla natura tipico di certi bo-bo (borghesi bohémien) francesi, a costo di barattare la lontananza dai comfort con la permanenza in luoghi ostili. La commedia – in questo caso per di più romantica – si conforma il luogo migliore per misurare i contrasti e le differenze della coppia, acuendo il senso di disagio che i protagonisti cercano di esorcizzare attraverso la scelta di un registro buffo-comico e al contempo non sanno addomesticare quando si trovano a contatto con gli altri (la famiglia francese incontrata in albergo, l’esilarante numero delle sdraio occupate).

Si cita non a caso, seppure con un approccio fin troppo didascalico, “Il sorpasso” di Dino Risi, con il personaggio di Ben (interpretato da Jonathan Cohen) che si riconosce nel ruolo di Jean-Louis Trintignant, il giovane studente trascinato dal feroce e pericoloso vitalismo di Vittorio Gassman, che in questo caso sarebbe alluso dal travolgente entusiasmo di Marion. Tuttavia, nonostante una deviazione nei pressi del finale verso la malinconia, Cassir reindirizza infine la storia nei binari delle aspettative del pubblico, consapevole delle regole non scritte di questo genere popolare ed evergreen che ha il dover di accogliere gli spettatori a bordo di una barchetta che si muove sull’acqua al tramonto.

Sono poche le certezze assolute degli amanti del cinema e tra queste vi è la grandezza autoriale di Luis Buñuel, una delle personalità più brillanti e influenti della settima arte che, con sguardo critico e vivace arguzia, ha saputo scombussolare un secolo complesso quale il Novecento attraverso le sue numerose, e non di rado straordinarie, opere filmiche. Risulta quindi comprensibile che in occasione della dodicesima edizione del Festival del cine español, tenutosi nei giorni scorsi a Roma presso il cinema Farnese, si sia voluto rendere omaggio al maestro di Calanda con la proiezione di La via lattea, distribuito nelle sale esattamente cinquant’anni fa.La via lattea 03
Opera meno nota, senz’altro meno celebrata, all’interno della ricca filmografia di Buñuel, La via lattea si inserisce pienamente nella stagione francese che prende avvio intorno alla metà degli anni Sessanta e che si sviluppa sul felice sodalizio con il produttore Serge Silberman, lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière e una fitta schiera di interpreti ricorrenti. Il tema portante del film, che emerge già dal prologo, è la religione, autentico tarlo del regista fin dal suo folgorante esordio con Un cane andaluso – dove il protagonista, in una sequenza memorabile, vede frenati i propri istinti sessuali dal peso delle tavole dei dieci comandamenti e di due preti a cui è letteralmente imbrigliato –, e viene messo in scena tramite il pellegrinaggio di due vagabondi, Pierre (Paul Frankeur) e Jean (Laurent Terzieff), che da Parigi sono diretti al santuario di Santiago di Compostela e che, nel corso del loro cammino, si trovano a essere testimoni di una serie di surreali e improbabili dispute teologiche. Non ci vuole molto a intuire come la narrazione per Buñuel sia solo una scusa per porre in discussione i principali dogmi alla base della fede cristiana: la transustanziazione, la Trinità, la natura di Gesù, l’origine del male, il libero arbitrio, tutti questi argomenti vengono passati in rassegna confrontando – con il massimo rigore filologico e un evidente gusto enciclopedico – il canone ufficiale della dottrina con alcune delle maggiori correnti eretiche sorte all’alba del cristianesimo e presto bandite o represse con la violenza. La struttura a episodi del film, che si mantiene solida grazie al filo conduttore rappresentato dal tragitto dei due protagonisti verso la loro meta, assolve allo scopo in modo efficace e le contraddizioni, le ingiustizie e le ipocrisie del cristianesimo affiorano a più riprese, anche se non sempre si riesce a evitare di cadere in un certo didascalismo ideologico di fondo. Ma se pure qualche passaggio risulta un po’ farraginoso, ciò non toglie che in diversi momenti don Luis arriva a sfoderare il meglio del suo spirito dissacrante e della sua sferzante ironia: dalla visionaria scena della fucilazione del papa alla recita dei bambini che intonano severi anatemi contro i vegetariani e i non credenti; dalla breve sequenza in cui un infervorato marchese de Sade (interpretato da Michel Piccoli) cerca di convincere una fanciulla della non esistenza di Dio alla straniante apparizione dell’angelo della morte (Pierre Clémenti) che si definisce come «un operaio che non sciopera mai»; senza infine scordare le varie scene che hanno per protagonista lo stesso Gesù e che ne restituiscono un’immagine terrena assai guascona e ben lontana dall’austero ritratto imposto dai testi sacri.La via lattea 02
Opera ambiziosa, dotata di una intrinseca valenza eversiva e pertanto profondamente coerente con la poetica del suo autore, La via lattea non rientra tra i capolavori del regista spagnolo e appare meno incisiva rispetto ad altre pellicole che, nel focalizzarsi sulla religione, mantengono comunque una più articolata e ispirata visione d’insieme (si pensi a Viridiana, a Nazarín ma anche all’incompleto e sottovalutato Simon del deserto); eppure, questo non gli impedisce di mostrarsi ai nostri occhi, a così tanti anni di distanza dalla sua realizzazione, come un film prezioso, suggestivo, provocatorio e a suo modo indimenticabile, segnato da quella sana e anarchica spregiudicatezza che troppo spesso tende a mancare nel cinema contemporaneo.

Francesco Biselli  10/05/2019

Tra la fine degli anni Novanta e i primissimi anni Duemila il trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo visse un periodo particolarmente prolifico e di grande popolarità, inanellando una serie di film di successo che toccarono l’apice con Chiedimi se sono felice, il loro lungometraggio più ambizioso, riuscito e compatto. Negli anni seguenti i tre hanno continuato a dedicarsi al cinema con opere dal valore sempre più modesto, prive di freschezza e della giusta ispirazione, accolte dal pubblico in un modo via via più freddo e distaccato. Non stupisce quindi che, dopo tante esitazioni, sia infine arrivato il primo lavoro solista di uno dei membri del gruppo, vale a dire Aldo Baglio, che con Scappo a casa – prodotto da Paolo Guerra e diretto da Enrico Lando – prova a smarcarsi da una linea comica ormai stanca e invecchiata.Scappo a casa 04
La vicenda ha come protagonista Michele (Aldo), un meccanico donnaiolo che conduce una vita grottesca e superficiale, basata solo sulle sterili apparenze: imbastisce le sue relazioni tramite una app per incontri, agli appuntamenti sfoggia dei vistosi parrucchini, prende in prestito di nascosto le auto più lussuose dall’officina dove lavora e manifesta una autentica ossessione per la cura del fisico. Inoltre, si mostra intollerante nei confronti di tutto quello che avverte come estraneo e ostenta con gli amici un becero razzismo verso le persone di colore. Una inattesa trasferta a Budapest per conto della propria azienda diventa per Michele l’occasione perfetta per darsi alla pazza gioia ma, a causa di un clamoroso malinteso, viene scambiato per un clandestino e arrestato dalla polizia, trovandosi così a vivere una serie di rocambolesche disavventure dai risvolti tragicomici che lo porteranno a guardare il mondo con uno spirito diverso.Scappo a casa 03
Il film si regge in modo abbastanza evidente sulle spalle del protagonista e ciò costituisce il primo, grosso problema poiché il personaggio di Michele appare pasticciato, banale e poco interessante. L’idea di interpretare un italiano bifolco e qualunquista non deve aver convinto granché neppure lo stesso Aldo dato che, dopo una ventina di minuti di film, il suo prevedibile percorso di redenzione subisce una brusca accelerazione e i tratti caratteriali esibiti fino a quel momento vengono messi da parte in favore di quella maschera comica, più umana e familiare, con cui il pubblico ha imparato a conoscerlo. Tuttavia, senza i suoi due storici sodali ad affiancarlo e a controbilanciare la sua verve sanguigna e stralunata, Aldo non riesce a dare equilibrio e sostanza al personaggio e i vari comprimari di sostegno si rivelano essere delle figure bidimensionali, irrilevanti e assai stereotipate. Ma è l’intera impalcatura narrativa del film a scricchiolare e a esprimere una generale debolezza: le peripezie vissute da Michele appaiono inverosimili e pretestuose e il lungo tragitto a tappe dall’Ungheria alla Slovenia, che dovrebbe rappresentare il cuore pulsante dell’opera, viene messo in scena con un certo pressapochismo, tanto da far sembrare l’Europa orientale e balcanica un’unica, grande vallata rurale con una popolazione di appena una manciata di abitanti.
In definitiva, la scelta di affrontare in chiave comica un tema attuale e delicato come la condizione dei migranti intrappolati nella parte più reazionaria e xenofoba del continente europeo si rivela infelice e, in alcuni passaggi, persino di cattivo gusto per il grado di approssimazione con cui l’opera è stata confezionata. È innegabile che in qualche sequenza la simpatia di Aldo e il suo riconosciuto talento riescano a strappare un sorriso allo spettatore ma è davvero poca cosa e non basta a risollevare le sorti del film.

Francesco Biselli  22/03/2019

Quando sei un giovane bianco e vuoi farti strada nella Detroit criminale dei ghetti neri non passi di certo inosservato. Né alle gang che ti affibbiano il soprannome più ovvio (White Boy Rick) né alla polizia che cerca di farti cantare. Divisa tra questi due mondi si consuma la caduta senza ascesa del quattordicenne Richard Wershe Jr, il trafficante d'armi che ha scontato la pena più lunga per crimini non violenti nello Stato del Michigan, nonché il più giovane informatore nella storia dell'FBI. whiteboyrick

Poteva una storia vera di questa portata, come non perdono mai occasione di sottolineare i distributori, sfuggire all'industria hollywoodiana? Ovviamente no. La sceneggiatura scritta nel 2015 tratta dal bestseller dello stesso Wershe, l'ingaggio del nome di richiamo (Matthew McConaughey) e la macchina da soldi pronta a partire. Ma non è andata così, c'è stato un intoppo: per tre anni lo script è finito nella black list degli aborti cinematografici, quella dei film che non vedranno mai la luce, destinati a rimanere parole morte sulla carta. Poi la sceneggiatura è stata riscritta da Weiss, Silver e Kloves e il progetto è passato nelle mani di Darren Aronofsky – stavolta nelle vesti del produttore – che ha affidato la regia al francese Yann Demange, fattosi notare per '71, thriller che riesce a far convivere l'anima di genere con la scorza dura del realismo. 

Siamo nella Detroit anni '80 devastata dal crack, e non dalla cocaine richiamata furbescamente dal titolo italiano per attirare i nostalgici di Scarface o dei cloni alla Blow. Mentre Reagan si impegna nella sua personale guerra alla droga, la war on drugs che attira facili consensi marginalizzando gli emarginati, i ragazzi diventano padri per caso, si curano degli AK47, ne sanno riconoscere la provenienza, li truccano e li rivendono al mercato nero. Rick è uno di loro, nato perdente nella shithole – ci si riferisce sempre così a Detroit – la latrina a stelle e strisce dove il sogno americano rimarrà sempre un incubo.

Lo sguardo di Demange indugia sui primi piani del volto innocente di White Boy Rick, alternandoli a tremolanti piani sequenza che si aggirano nel sottobosco corrotto e degradato della Motor City, inferno a luci rosse e blu senza uscite di emergenza. In bilico tra il biopic e il crime movie, Cocaine non riesce a trovare la strada che faccia convivere i due generi: ne risulta una narrazione poliziesca depotenziata e una tragedia umana priva di pathos che tocca il punto più basso nell'anticlimax finale, quando le didascalie prendono maldestramente il posto delle immagini. Possiamo ricavarne due conferme: se una sceneggiatura finisce nella black list, è bene che rimanga lì; Demange conosce bene i trucchi del mestiere ed è un regista da tenere d'occhio.

Alessandro Ottaviani – 4/03/2018

Fonte immagini: comingsoon.it

Negli ultimi anni molti registi italiani hanno dedicato i loro ultimi lavori a Ettore Scola, scomparso ormai tre anni fa. Ultimo maestro della commedia all’italiana a lasciarci, assieme allo storico sodale Furio Scarpelli ha influenzato se non benedetto le carriere di alcuni tra i più brillanti autori contemporanei, dall’erede Paolo Virzì passando per Francesco Bruni e Francesca Archibugi fino a Pif. Anche “La notte è piccola per noi – Director’s cut” (dal 14 marzo al cinema con Distribuzione Indipendente, che lo porta in sala a qualche anno dalle riprese) è dedicato al cineasta di Trevico, ma qui il legame è ancora più intimo, una questione di famiglia: Gianfrancesco Lazotti, regista e sceneggiatore, è il genero di Scola, avendone sposato la figlia Paola, qui anche aiuto regia. Sono i genitori di Tommaso, che interpretava Fellini nel congedo di Scola, “Che strano chiamarsi Federico!”.

Per certi versi l’ultimo film di Lazotti somiglia a proprio a “Ballando ballando” di Scola, l’epopea senza dialoghi lunga venticinque anni di storia francese tutta dentro una sala da ballo. In questo caso l’azione è chiusa in una balera romana, l’unità di tempo ha la durata di una serata fino alla chiusura del locale. Mentre la band (Thony con gli Stag) suona alcune famosissime canzoni del repertorio italiano, da “Bandiera gialla” a “Gente come noi” fino a “Tanz Bambolina” e “24.000 baci”, sfilano avventori abituali o occasionali, sotto gli occhi di una giovane quanto saggia cameriera dai modi spicci (Cristiana Capotondi). Ecco allora un ragazzo in attesa di conoscere la donna con cui si è dato un appuntamento al buio per chat, un pugile alcolista diventato improvvisamente religioso che vuole riconquistare la sua ex, una coppia che festeggia l’anniversario con i figlioletti, quattro professoresse che festeggiano la promozione a preside di una di loro, un carabiniere che non riesce a provarci con la più bella della pista, una signora in attesa dell’amore perduto, due eleganti anziani gelosi.

una scena del film

Sono solo alcune maschere di una galleria affollatissima, pezzi di un microcosmo fuori dal tempo, una parata di volti, caratteri, bozzetti che racconta un cinema non c’è più da decenni, davvero debitore all’immaginario di Scola e Scarpelli nel catalogo ai limiti del fumetto (d'altronde i due iniziarono disegnando per il "Marc'Aurelio" e mai smisero di ragionare per immagini caricaturali). Che grandi facce quelle di Giselda Volodi, Teresa Mannino, Michela Andreozzi, Tommaso Lazotti, Rino Rodio, per tacere degli anonimi ballerini, fino agli incantevoli Philippe Leroy e Alessandra Panaro, già povera ma bella che torna al cinema dopo quarant’anni di assenza. Tutti vestiti da Massimo Cantini Parrini, che spinge verso il versante buffo.

La musica incede incessante, chiamata a puntellare, sottolineare, accompagnare i piccoli frammenti esistenziale di un gruppo disomogeneo che balla per alienarsi da una vita forse un po’ troppo banale (un tecnico caldaista, una professoressa sempliciotta, una mamma in cerca d’avventure) o per esorcizzare qualcosa di doloroso o represso (un ladro incapace di cambiare mentalità, gli anziani che disprezzano la vecchiaia e cercano di sfuggire a forza di nostalgiche schermaglie, almeno tre o quattro feriti a morte dall’amore).

Ballando ballando inevitabilmente sul ciglio della malinconia, avanzi di balera al calare della notte quando i pensieri si fanno meno concilianti e il coraggio si mischia a qualche bicchiere di troppo. Non tutto torna, al netto della fluidità data dal montaggio di Pier Damiano Benghi, non tutti i personaggi sembrano emanciparsi dall’impressione di un mancato reale approfondimento, qualcosa pare mancare nel complesso. Eppure, accumulando situazioni dentro una situazione claustrofobica, è una commedia (all’)italiana che non solo ha la consapevolezza delle sue radici ma costeggia il lato spettrale dell’umorismo accogliendo un inquieto senso della fine.

Lorenzo Ciofani 27-02-2019

Che il ritorno di Suburra fosse in grande stile lo avevamo capito fin da subito. È bastato guardare Aureliano nei trailer, completamente trasformato fisicamente e interiormente dall’uccisione della sua donna da parte della sorella. Il re della Suburra è solo come un cane. Il dolore lo sprofonda in un abisso dal quale solo la vendetta può toglierlo. E Aureliano cerca la vendetta, ma per perseguirla, perché non sia solo una fantasia, ha bisogno dei suoi vecchi amici. E di farsene di nuovi. Perché così funziona a Roma: non ci sono amici veri, ma per ottenere qualcosa non puoi prescindere dalle amicizie. Si creano nuove alleanze, in questa seconda stagione, i personaggi lavorano febbrilmente a questo per tutto il tempo. Servono a costruire l’impalcatura di questa seconda stagione, a edificare lo stato dentro lo Stato che Aureliano e i suoi amici sognano.

Uno stato che soddisfi tutte le loro fantasie: vendetta, potere, libertà, denaro. Per ottenerle non si risparmia niente: anche le tragedie degli ultimi, dei dimenticati, dei profughi che diventano merce di scambio, terreno di trattativa. Samurai vuole che siano sgomberati da Ostia per costruire il suo porto, Cinaglia cavalca l’onda dell’insoddisfazione e balla prima con la sinistra e poi con la destra, Aureliano vuole vedere Samurai distrutto, Spadino lotta per avere credibilità nella sua famiglia, Gabriele oscilla tra responsabilità e corruzione.
Mette radici molto profonde nella nostra attualità, questa seconda stagione di Suburra. Va a toccare nervi scoperti, ferite ancora aperte, e ci getta sale sopra, impedendo al sangue di fermarsi.
I nostri antieroi imparano che, per fronteggiare un nemico comune, devono mettersi insieme. Soprattutto se quel nemico è Samurai, un villain che da solo vale quanto decine di antagonisti visti negli ultimi anni. Le premesse per un’esplosione in grande stile c'erano tutte, fin dalla prima stagione. Un continuo balletto di potere, favori, corteggiamenti interessati, sangue. 

Suburra ci dipinge, come nella sua prima stagione, un ritratto impietoso e accurato della nostra società, e di quella variopinta pattumiera che è la città di Roma, popolata da furbetti, ladri e assassini. Una città che è sempre uguale, eppure che cambia di continuo. E in questa seconda stagione vediamo fino a che punto può davvero spingersi il cambiamento, se Suburra ha davvero il coraggio di osare, e di presentarci davanti uno specchio di ciò che siamo. Ora è il momento di rendere reale ciò di cui abbiamo letto sui giornali, e i nostri protagonisti sono pronti. Ma Suburra fa di più, ci mostra il sangue che non vediamo, la morte di cui veniamo a conoscenza da un semplice trafiletto di giornale. In queste otto puntate il destino della Capitale si decide a colpi di pistola, di manganello, a mani nude, lottando come bestie. Molti cadono, nuove alleanze si formano, nuovi personaggi entrano in scena a portare la loro sfumatura di nero, in aggiunta allo strato di bitume corruttivo che avvolge la città.

Non spenderemo mai abbastanza complimenti per lodare Alessandro Borghi (Aureliano Adami) per la sua intensità e bravura assoluta. In questa seconda stagione incarna un Aureliano trasformato, nel quale il dolore ha acceso una sete di sangue che sta imparando a indirizzare. Spendiamo due parole anche per ringraziare Barbara Chichiarelli per la sua Livia, personaggio che avrebbe potuto dare di più, ma che è uscito di scena a testa alta, in un toccante commiato che ricorda molto la scena finale di Dexter.
Ma a nostro avviso è Gabriele (Eduardo Valdarnini) a compiere il percorso evolutivo più interessante. Un percorso che già nella prima stagione l'aveva trasformato da pischello che si prende le pizze in faccia a giovane e rampante poliziotto, che crede di cancellare le macchie del passato mettendosi addosso la divisa. Il flashback su di lui (bellissimi tutti, ottima idea del regista Andrea Molaioli) è forse il più interessante perché ci mostra il seme di quella pazzia che Spadino intravede nel compagno.

La seconda stagione di Suburra svolge in maniera decisamente adrenalinica le premesse psicologiche messe in campo dalla prima. Ci sono mancati i flashback iniziali, che incuriosivano lo spettatore, ma abbiamo apprezzato il fatto che i momenti di tensione e pathos fossero sempre ben dosati e si articolassero coerentemente con lo sviluppo dei personaggi. Una tensione che monta fin dalla prima puntata e che esplode con tutta la sua cruenta potenza nelle ultime due puntate, un vero e proprio bagno di sangue, ma importante per la ridefinizione degli equilibri e per l'immancabile colpo di scena finale. Un colpo di scena che rimette le carte in tavola per una terza stagione che, già lo immaginiamo, sarà ancora più cruenta, machiavellica, adrenalinica di questa.

Giulia Zennaro, 23/2/2018

Paranza è la barca che va a caccia dei pesci piccoli da ingannare con la luce. Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O'Russ e Briatò, piscitiell abbagliati dal vuoto di potere lasciato dai clan camorristici, vorrebbero fare la vita agognata da molti quindicenni: vestire di marca, entrare nei privé dei locali, passare interi weekend a farsi le canne e a giocare alla playstation. Tutto questo è a portata di pistola: bastano una manciata di semiautomatiche per conquistare le piazze di spaccio del rione Sanità a Napoli. PARANZA FOTO ARTICOLO
Per dirigire il film tratto dall'omonimo romanzo di Roberto Saviano (La paranza dei bambini) forse non c'era persona più adatta di Claudio Giovannesi, avvezzo alle storie di emarginazione giovanile come Fiore (2016) e Alì ha gli occhi azzurri (2012) e regista di due episodi della serie Gomorra. Il suo sguardo non giudicante, privo di velleità moralistiche, si posa sui volti puliti dei paranzini – primi piani fotografati da un ottimo Daniele Ciprì – e non è inquadrabile in un'ottica soltanto noir, alla Gomorra, ma abbraccia il racconto di formazione, con i suoi riti di iniziazione (il falò con i visi pitturati alla Signore delle mosche), le tappe dolorose della crescita e infine la perdita dell'innocenza.
Il lavoro di casting è durato mesi ed ha coinvolto più di 4000 ragazzini, cercati nei rioni periferici di Napoli. Degli otto protagonisti nessuno di loro si è presentato spontaneamente, sono stati scovati tutti in miezz'a via, sullo scooter o tra le comitive. Si respira infatti l'aria del realismo da strada, quello che necessita dei sottotitoli per farsi comprendere e che fa parte del filone Gomorra-Suburra-Romanzo Criminale, un genere all'italiana (finalmente) che verrebbe da chiamare spaghetti gangster.
la paranza dei bambini 2La paranza dei bambini, al cinema dal 13 febbraio e unico rappresentante nostrano in concorso al Festival di Berlino, si dimostra un più che degno appartenente a questo prolifico genere nel raccontare l'ascesa dei baby padrini con le ore contate. Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio. La didascalia del capolavoro L'odio (La Haine) definisce perfettamente il film di Giovannesi e il suo finale che fa presagire un sequel: Saviano nel 2017 ha scritto Un bacio feroce, il secondo capitolo della Paranza. Si spera che lo spaghetti gangster continui ad attestarsi su questi livelli. Fino a qui tutto bene.

Alessandro Ottaviani – 13/12/2018

Fonte immagini: movieplayer.it

Uscirà il 21 febbraio nelle sale italiane Cold Pursuit, tradotto Un uomo tranquillo (secondo una logica che riduce all’osso il senso di un titolo così emblematico). Il regista è il norvegese Hans Petter Moland, definito il "Ridley Scott della Norvegia", che qui tenta l’esperimento di un remake del suo acclamato thriller norvegese del 2014, In ordine di sparizione, con un cast diverso e il tentativo di americanizzare il suo umorismo glaciale.

Il film racconta la storia di una vendetta spietata da parte di un padre che ha perso suo figlio a causa di un gruppo di surreali narco-trafficanti locali; Nels Coxman, interpretato da Liam Neeson (ultimamente volto ideale per queste caratterizzazioni abbastanza sterili ma traboccanti di violenza) sembra appunto un uomo tranquillo che lavora alla guida di un gigantesco spazzaneve per liberare le strade e che viene eletto Cittadino dell’Anno dai suoi concittadini della località sciistica di Kehoe, in Colorado, dove tutto sembra placido e candido e nulla di male può succedere.unuomotranquillo1

Ma la morte di Kyle innesca un meccanismo, decisamente mal scritto, che porta il bravo Nels a trucidare, risalendo la catena in ordine di importanza, tutti gli spacciatori legati alla perdita del figlio, che a quanto pare era lì per errore e che, a ben vedere, non è che un pretesto trattato in maniera superficiale per riscoprire il passato torbido di Nels, fatto del ricordo di un padre spacciatore e di un fratello ricchissimo ma immischiato in affari loschi (forse lo spinello fumato dalla sua bionda moglie perfetta, Laura Dern, all’inizio poteva essere colto come un didascalico monito della vita scellerata che facevano prima di scegliere la tranquillità familiare).
L’oramai efferato omicida Coxman, che in un’ora e poco più acquista la maestria di un killer consumato nell’uccidere spacciatori con nomi stupidi come Speedo o Santa Claus, arriverà al vertice della droga della città, il Vichingo, giovane businessman che ricorda vagamente un Patrick Bateman ma più controllato, che intanto, all'oscuro dell’esistenza dello spazzaneve vendicativo, ha dato la colpa delle molteplici uccisioni a White Bull, capo indiano con cui malauguratamente si contende le zone di spaccio per colpa di un vecchio accordo- sì, ci sono anche i nativi americani in questa storia, trattati con un misto compatimento becero e luoghi comuni stantii.
Anche White Bull e il Vichingo sono padri, il primo perde suo figlio per mano del secondo, l’altro viene privato della prole per mano di Coxman, che in un maldestro rapimento salva il piccolo, appassionato di musica classica e con una sensibilità da poeta, dal sadismo del padre.

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Tre padri e un percorso vendicativo che ammicca ad un certo stile per amatori del genere, fatto di schizzi di sangue sulla neve e fucilate in negozi di abiti da sposa (è tutto rosso su bianco, per non sbagliare). Ogni morte corredata da un epitaffio senza versi compare su schermo nero con tanto di simbologia religiosa, differente a seconda della vittima, tanto per ricordare l’ironia degli intenti registici.
Si parla di un action thriller pervaso da un inconfondibile humor nero, a metà tra Billy Wilder e l’ironia nordica; purtroppo Un uomo tranquillo è un adattamento ripetitivo di un qualcosa già visto, che non solo non fa ridere ma annoia abbastanza (per fortuna il conto dei morti ricorda allo spettatore che la narrazione procede). Molan intendeva realizzare un remake sottile per il pubblico americano, fare un film violento ma contro la violenza, in realtà il risultato è un film violento per far ridere della violenza, che sembra una strada simile ma che si rivela, fastidiosamente, opposta.

 

 

 

 

Silvia Pezzopane

06/02/2019

Photo credits:  © Doane Gregory

qui il link al sito ufficiale e al trailer del film

 

Mercoledì, 06 Febbraio 2019 13:17

"Parlami di te": il nuovo film con Fabrice Luchini

“Parlami di te” (Un Homme presse) è un film diretto da Hervé Mimran e ispirato alla storia vera di Christian Streiff, ex CEO di Airbus e PSA Peugeot e Citroen. Il film ha vinto il Premio del pubblico alla scorsa edizione del Festival France Odeon. 

Alain è un manager potente sempre in corsa contro il tempo. Le sue giornate sono fitte di impegni e prive di distrazioni e tempo per la famiglia. Un giorno viene colpito da un ictus che gli danneggia la memoria e il linguaggio. Grazie a Jeanne, una logopedista in cerca della madre biologica, inizia un percorso di guarigione che lo cambierà anche come persona.
Hervé Mimram costruisce una storia molto lineare e senza soluzioni di regia particolari: usa spesso i primi piani, le figure intere e nell’ultima parte anche campi lunghi e lunghissimi. Il film ruota intorno al protagonista e alla dottoressa senza concentrasi sugli altri personaggi. Alcune parti del racconto rimangono scollate dal resto come per esempio il cammino di Santiago de Compostela, al quale è dedicata una lunga sequenza.
Fabrice Luchini, attore noto soprattutto a teatro e vincitore di un Premio César della Coppa Volpi alla mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per la migliore interpretazione maschile ne “La corte”, interpreta Alain. Il suo è un personaggio che passa dall’essere un manager che ha tempo solo per riunioni, seminari e il fatturato a una persona che, colpito da una grave malattia, mostra tutta la sua fragilità. Il suo talento viene fuori nell’esprimersi in modo discordante per via dell’ictus e nel suo tornare bambino.

Leila Bekht, dopo il successo di “7 uomini a mollo”, interpreta la dottoressa Jeanne. Il suo personaggio è molto paziente ma non viene potenziato nel corso della narrazione. Il suo ruolo è quello di semplice logopedista e inoltre la sua storia non si intreccia con quella più grande del film. 

Rebecca Marder, giovane attrice francese, interpreta la figlia di Alain. È una brillante studentessa ma il suo ruolo rimane fisso nella classica adolescente che viene trascurata dal padre.
Il film è una storia scontata di una persona che indebolita dalla malattia diventa più buona ed è un modo troppo leggero e divertente di trattare una malattia molto seria: quando si parla di malattie, nello specifico quelle mentali, bisogna avere molta delicatezza e tenere presente anche degli effetti che ricadono su chi sta intorno a chi si ammala. Molti personaggi non vengono inspessiti e occupano un ruolo molto marginale. Inoltre gli avvenimenti assumono caratteristiche molto prevedibili senza colpi di scena e seguendo un binario a tinta unita . La pellicola si configura quindi un comune racconto incentrato solo su un personaggio che non evolve se non nel mostrasi un po’ più gentile del solito. Sarebbe stato interessante descrivere le varie reazioni a cominciare dalla figlia e dalla moglie per poi passare ai collaboratori e così facendo conferendo sapore e colore al film.

Qui disponibile il trailer del film.

Maria Vittoria Guaraldi 05/02/2019

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