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Dopo il fortunatissimo esordio seriale, Spike Lee da maggio è tornato su Netflix con la seconda stagione di She’s Gotta Have It, produzione originale che riprende i protagonisti e le vicende della sua omonima opera prima di Lee del 1986, riadattandoli al contesto della Brooklyn contemporanea.

Già con la prima stagione Lee, che rimane l’unico regista di ogni puntata, era riuscito a ricostruire psicologie dei personaggi molto più profonde e articolate rispetto al lungometraggio, ponendo maggiormente l’attenzione sulle rivendicazioni identitarie e di genere della sua Nola Darling, interpretata da DeWanda Wise. L’obiettivo e l’ambizione di She’s Gotta Have It si dimostrano comunque molto più elevati in questa seconda stagione, più esposta e militante dal punto di vista culturale e politico e, di conseguenza, più didascalia e a tratti persino più complessa e ostica per un pubblico generalista.

La prima e più evidente differenza, in questi nuovi nove episodi, è il ridimensionamento della presenza maschile: Jamie, Greer e Mars, gli ex tre amanti di Nola, riappaiono come delle vecchie conoscenze, ognuno nel separato tentativo di rimettere in sesto la propria vita. Il fulcro della stagione non è più la triplice relazione e l’assoluta libertà sessuale e personale di Nola, quanto piuttosto la sua autoaffermazione.

I nuovi episodi ruotano infatti intorno alla crescita professionale e individuale della protagonista, trovando più di un’occasione per far riferimento alla reale comunità artistica afroamericana, che trova in questa serie una vetrina internazionale di tutto rispetto, dimostrando ancora una volta la stretta relazione che secondo Spike Lee intercorre fra la politica, l’arte, la cultura e la condizione sociale degli afroamericani.

È per questo motivo che nell’idea di messa in scena di Spike Lee, ogni creazione musicale, letteraria o visuale a cui si fa riferimento nella serie, merita un suo spazio preciso di riconoscibilità, anche se questo implica l’interruzione della narrazione. In altri termini, per esempio, ogni volta che risuona una canzone in colonna sonora, la copertina del singolo viene mostrata su fondo nero alla fine della scena, oppure ogni volta che Nola fa riferimento ai grandi nomi della cultura afroamericana, viene citato direttamente almeno un titolo o un brano delle opere più celebri, come accade con Zora Neale Hurston e i suoi romanzi come They’re Eyes Were Watching God o Barracoon. Soprattutto in questa seconda stagione, la continuità tradizionale degli eventi passa in secondo piano rispetto al valore culturale delle situazioni mostrate; molto rimane nel non detto, fra un’ellissi e l’altra, come se fosse più urgente e più necessario arrivare a raccontare solo i punti salienti che portano Nola alla sua rivelazione finale: la sua opera d’arte definitiva. 

L’autoritratto mostrato nell’ultimo episodio non a caso provoca sgomento e sofferenza nella sua comunità o persino disgusto fra gli amici esterni ad essa. È un’immagine che racchiude e concentra in sé, alla massima potenza, tutte le contraddizioni e i traumi irrisolti della società statunitense, soprattutto in materia di razzismo, supremazia bianca, relazioni interculturali e identità nazionale. Nel corso della serie si parla apertamente di Trump, di gentrificazione, di dominazione culturale, di integrazione e persino del rifiuto dell’integrazione stessa. Si arriva anche a dedicare un’intera puntata al cosiddetto cinquantunesimo stato della nazione, Porto Rico, con un interessante viaggio culturale che inoltre permette a Spike Lee un perfetto autocitazionismo, grazie alla partecipazione straordinaria della sua Rosie Perez a trent’anni esatti da Do The Right Thing.

Tutto ciò però acquista senso in prospettiva del viaggio interiore che compie Nola, alla ricerca di un senso nella sua arte, per la sua gente. Lo stesso senso che, a suo modo, ricerca il regista con questa serie e con i film precedenti, costringendo lo spettatore, qualsiasi spettatore, a reagire e a elaborare un’opinione su ciò che viene mostrato, senza assorbirlo passivamente, ma senza obbligarlo comunque a rimanere allineato con la protagonista.

Nola Darling diventa l’alter ego di Spike Lee, in una visione che si può definire, senza timore, un manifesto estetico in cui ogni dettaglio ha sempre senso per la Black Culture, anche quando diventa straniante per uno spettatore sprovveduto. Fortunatamente, in questi casi, è sufficiente il fascino utopico e intrinseco della figura di Nola e della sua pura libertà dello spirito a trattenere un pubblico più vario possibile.

Valeria Verbaro 18/06/2019

«Fuggire da chi sei è dura. Soprattutto se sei zoppo». Ryan Kayes è un ragazzo gay affetto da paralisi cerebrale, una disabilità dovuta a danni al cervello subiti prima, durante o poco dopo la nascita, che porta alla mancanza di coordinamento muscolare. Di lui racconta “Special”, la nuova serie Netflix 2019 scritta, co-diretta (insieme a Anna Dokoza) e interpretata da Ryan O'Connell, che ne ha scritto la sceneggiatura seriale a partire dal suo libro memoir "I'm Special: And Other Lies We Tell Ourselves", pubblicato nel 2015 da Simon and Schuster, e che ha attirato l'attenzione di Jim Parsons (Big Bang Theory), produttore esecutivo della serie.

Ryan, a poco più di vent'anni – nella finzione come nella vita vera – si sente in un limbo: non è sufficientemente normodotato da frequentare il mondo dei “normali” (e nemmeno Grindr), né invalido a tal punto da poter passare il tempo con altri disabili più gravi. «È dura la vita di uno storpio», dice, sconsolato, nella prima puntata, dopo aver incontrato per strada un bambino che, vedendolo zoppicare, gli ha consigliato preoccupato di andare in ospedale. «La gente non capisce la tua disabilità. È la reazione al diverso», lo consola il suo fisioterapista.

Special

Tutti sanno che Ryan è gay ma pochi sanno della sua paralisi cerebrale (anche nota come PCI), che compromette la parte destra del suo corpo, e che lui vorrebbe “togliersi di dosso” a tutti i costi. Così, quando accidentalmente viene investito da un'auto, decide di riscrivere la sua identità: Ryan Rayes non zoppica perché è disabile, ma perché vittima di un incidente d'auto. Lo racconta nel suo articolo d'esordio su Eggwoke, il blog in cui lavora come stagista. Olivia (l'esilarante Marla Mindelle), la sua cinica direttrice dall'umorismo nero, obbliga i suoi scrittori a scrivere articoli che scavino il più possibile nella loro intimità, quelli che lei chiama «saggi confessionali», ossessionata dai contenuti virali e dalle visualizzazioni. La redazione di Eggwoke è popolata di casi umani sottopagati, tra cui spicca Kim, interpretata da Punam Patel, «una stronza che cambia il modo in cui parliamo del corpo femminile». Kim – donna nera e oversize – diventa molto presto una persona cruciale per la vita di Ryan, un esempio di accettazione di sé e body positivity, di resilienza e non-conformismo. E poi c'è Karen (Jessica Hecht), la mamma un po' svampita ma adorabile di Ryan, che ha passato la vita intera a fargli da badante, instaurando con lui un rapporto di dipendenza reciproca.
Arriva un momento in cui Ryan sente che è arrivato il momento di liberarsi dall'iperprotettività di sua madre per andare a vivere da solo e conquistare la sua indipendenza. Karen inizialmente non è convinta, ma questo decisivo passo le permette di smettere di spiare dalla finestra il suo affascinante vicino di casa per conoscerlo davvero. Soprattutto è l'opportunità di lasciare che sia qualcun altro a prendersi cura di lei: Phil è la prima persona a prepararle un toast al formaggio dopo decenni.

Non solo Ryan, anche gli altri personaggi raccontano bugie su sé stessi per sentirsi accettati. C'è Karen che per settimane tiene nascosto a Ryan il suo love affair con Phil, c'è Kim che ha costruito la sua facciata di ragazza ricca e alla moda ma, in verità, ha il conto in rosso. E poi ci sono le bugie che ci raccontiamo da soli, i pensieri negativi con cui alimentiamo la scarsa considerazione di noi stessi. Ryan non ama il suo corpo, odia la sua PCI, si sente uno sfigato e finisce sempre per credere che chi gli sta vicino lo faccia solo per compassione. Ma quando menti su te stesso, a te e agli altri, finisci per creare un sacco di problemi...

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Ryan O'Connell, come il sé stesso della serie, ha affrontato la dura sfida di “uscire dall'armadio” per ben due volte. In un'intervista a Vulture, racconta che fare coming out come disabile è stato estremamente più difficile che farlo come gay. Potremmo definire Special una “serie di formazione”, il racconto dell'evoluzione di Ryan nella consapevolezza di sé e dei suoi desideri, della sua sessualità in quanto gay e disabile. «C'è così tanta ignoranza sulla disabilità, perché non c'è dialogo, non ci sono rappresentazioni positive dei disabili in TV», riflette O'Connell su Vulture. Anche il sesso gay è ancora scarsamente rappresentato o, nell'estremo opposto, tendenzialmente ispirato alla pornografia mainstream che ipersessualizza i corpi («è ormai dato per scontato che scopiamo come conigli»). La scena in cui Ryan perde la verginità con un sex worker – oltre a dare dignità alla categoria dei lavoratori sessuali – mostra un sesso umano, comunicativo e, soprattutto, realistico. Sembra che quando si vuole parlare di sesso nel cinema la scelta sia sempre e solo tra: fornire indizi, evocare molto lontanamente l'incontro tra corpi senza mostrarli, limitando le inquadrature a pezzi di pelle (viviamo ancora in un'epoca in cui i corpi nudi sono offensivi); oppure creare un prodotto di nicchia, o strettamente pornografico, che mostra un sesso integrale, ma meccanico, degradante, irrealistico. Contribuisce ad avvicinare il racconto alla realtà la scelta di far interpretare i personaggi gay uomini (che costituiscono la maggior parte dei personaggi maschili) da attori gay.

Special tratta temi difficili come disabilità, omosessualità e pregiudizio sociale, senza appesantirsi di drammaticità e vittimismo, ma sempre con un tono leggero e divertente. Tutti/e siamo insicuri, fragili di fronte al (pre)giudizio. Tutti/e abbiamo bisogno di essere spronati ad amarci per chi siamo.
Special celebra la diversità senza ghettizzarla: chiunque, indipendentemente dall'orientamento sessuale o dalla propria capacità ambulatoria, può identificarsi nella storia di Ryan. È questa, dopotutto, la modalità più efficace di arginare la discriminazione: stimolare la conversazione sugli “invisibili” della società invitando tutti/e a partecipare e a divertirsi. Aspettiamo la prossima stagione.

Sara Marrone, 06/05/2019

Che il ritorno di Suburra fosse in grande stile lo avevamo capito fin da subito. È bastato guardare Aureliano nei trailer, completamente trasformato fisicamente e interiormente dall’uccisione della sua donna da parte della sorella. Il re della Suburra è solo come un cane. Il dolore lo sprofonda in un abisso dal quale solo la vendetta può toglierlo. E Aureliano cerca la vendetta, ma per perseguirla, perché non sia solo una fantasia, ha bisogno dei suoi vecchi amici. E di farsene di nuovi. Perché così funziona a Roma: non ci sono amici veri, ma per ottenere qualcosa non puoi prescindere dalle amicizie. Si creano nuove alleanze, in questa seconda stagione, i personaggi lavorano febbrilmente a questo per tutto il tempo. Servono a costruire l’impalcatura di questa seconda stagione, a edificare lo stato dentro lo Stato che Aureliano e i suoi amici sognano.

Uno stato che soddisfi tutte le loro fantasie: vendetta, potere, libertà, denaro. Per ottenerle non si risparmia niente: anche le tragedie degli ultimi, dei dimenticati, dei profughi che diventano merce di scambio, terreno di trattativa. Samurai vuole che siano sgomberati da Ostia per costruire il suo porto, Cinaglia cavalca l’onda dell’insoddisfazione e balla prima con la sinistra e poi con la destra, Aureliano vuole vedere Samurai distrutto, Spadino lotta per avere credibilità nella sua famiglia, Gabriele oscilla tra responsabilità e corruzione.
Mette radici molto profonde nella nostra attualità, questa seconda stagione di Suburra. Va a toccare nervi scoperti, ferite ancora aperte, e ci getta sale sopra, impedendo al sangue di fermarsi.
I nostri antieroi imparano che, per fronteggiare un nemico comune, devono mettersi insieme. Soprattutto se quel nemico è Samurai, un villain che da solo vale quanto decine di antagonisti visti negli ultimi anni. Le premesse per un’esplosione in grande stile c'erano tutte, fin dalla prima stagione. Un continuo balletto di potere, favori, corteggiamenti interessati, sangue. 

Suburra ci dipinge, come nella sua prima stagione, un ritratto impietoso e accurato della nostra società, e di quella variopinta pattumiera che è la città di Roma, popolata da furbetti, ladri e assassini. Una città che è sempre uguale, eppure che cambia di continuo. E in questa seconda stagione vediamo fino a che punto può davvero spingersi il cambiamento, se Suburra ha davvero il coraggio di osare, e di presentarci davanti uno specchio di ciò che siamo. Ora è il momento di rendere reale ciò di cui abbiamo letto sui giornali, e i nostri protagonisti sono pronti. Ma Suburra fa di più, ci mostra il sangue che non vediamo, la morte di cui veniamo a conoscenza da un semplice trafiletto di giornale. In queste otto puntate il destino della Capitale si decide a colpi di pistola, di manganello, a mani nude, lottando come bestie. Molti cadono, nuove alleanze si formano, nuovi personaggi entrano in scena a portare la loro sfumatura di nero, in aggiunta allo strato di bitume corruttivo che avvolge la città.

Non spenderemo mai abbastanza complimenti per lodare Alessandro Borghi (Aureliano Adami) per la sua intensità e bravura assoluta. In questa seconda stagione incarna un Aureliano trasformato, nel quale il dolore ha acceso una sete di sangue che sta imparando a indirizzare. Spendiamo due parole anche per ringraziare Barbara Chichiarelli per la sua Livia, personaggio che avrebbe potuto dare di più, ma che è uscito di scena a testa alta, in un toccante commiato che ricorda molto la scena finale di Dexter.
Ma a nostro avviso è Gabriele (Eduardo Valdarnini) a compiere il percorso evolutivo più interessante. Un percorso che già nella prima stagione l'aveva trasformato da pischello che si prende le pizze in faccia a giovane e rampante poliziotto, che crede di cancellare le macchie del passato mettendosi addosso la divisa. Il flashback su di lui (bellissimi tutti, ottima idea del regista Andrea Molaioli) è forse il più interessante perché ci mostra il seme di quella pazzia che Spadino intravede nel compagno.

La seconda stagione di Suburra svolge in maniera decisamente adrenalinica le premesse psicologiche messe in campo dalla prima. Ci sono mancati i flashback iniziali, che incuriosivano lo spettatore, ma abbiamo apprezzato il fatto che i momenti di tensione e pathos fossero sempre ben dosati e si articolassero coerentemente con lo sviluppo dei personaggi. Una tensione che monta fin dalla prima puntata e che esplode con tutta la sua cruenta potenza nelle ultime due puntate, un vero e proprio bagno di sangue, ma importante per la ridefinizione degli equilibri e per l'immancabile colpo di scena finale. Un colpo di scena che rimette le carte in tavola per una terza stagione che, già lo immaginiamo, sarà ancora più cruenta, machiavellica, adrenalinica di questa.

Giulia Zennaro, 23/2/2018

Amazon, Google, Whatsapp. Questi sono i tre brand più influenti nella vita degli italiani, almeno stando a ciò che emerge dallo studio Ipsos, i cui risultati sono stati rivelati al pubblico durante l’evento a Base Milano, lo scorso 14 giugno.The Most Influential Brands 2

The Most Influential Brands è un’indagine internazionale sui marchi più influenti, ormai alla sua quinta edizione, che in Italia ha coinvolto un campione ponderato di 4552 intervistati. Il suo scopo è quello di capire quali marche abbiano un impatto più profondo sulla quotidianità delle persone, quanto possano modellare e imporre stili di vita alternativi, fino a che punto riescano a influenzare anche le scelte più minuscole. 

Definire e quantificare il concetto di “influenza” di un brand non è semplice. Ipsos lo ha fatto basandosi su cinque diversi parametri: Corporate Citizenship, ossia la capacità di un marchio di mostrarsi parte integrante della società, veicolando valori e non solo vendendo prodotti; Engagement, ossia la capacità di coinvolgere il consumatore, diventando un pezzo importante della sua vita anche fuori dal punto vendita; Leading Edge, quando il marchio si fa vettore di innovazione, anticipando le novità e guidando il rinnovamento; Presence, perché il marchio dev’essere attivamente presente, per poter influenzare le vite dei consumatori; Trustworthy, il marchio deve generare fiducia ed essere percepito come affidabile.

In base a queste cinque dimensioni dell’influenza, come le definisce lo studio Ipsos, nella top ten del 2018 non solo Amazon scalza Google dal primo posto – rivelandosi così il brand più influente in terra italica; ma soltanto uno dei dieci marchi più influenti non è né una società di servizi, né un brand hi-tech. Si tratta di IKEA: l’azienda svedese con la sua strategia comunicativa è riuscita a imporsi come un marchio “familiare”, indispensabile nella vita del cittadino medio persino più di un barattolo di Nutella (brand che occupa soltanto il dodicesimo posto).

I marchi del comparto alimentare continuano ad occupare comunque posizioni molto alte: Parmigiano Reggiano, Barilla, Grana Padano, Ferrero e Mulino Bianco si attestano tutti sopra la ventesima posizione. Molto più interessante, invece, è notare come PayPal con il suo quarto posto distanzi di molte posizioni tutti gli altri circuiti di pagamento: Visa è all’undicesimo posto, Mastercard al quattordicesimo, American Express addirittura al cinquantasettesimo. Anche in questo caso si scatenano riflessioni interessanti sul tipo di comunicazione pubblicitaria con cui questi marchi si sono fissati nella nostra memoria collettiva.

The Most Influential Brands 3Un’altra rivoluzione, che sta avvenendo in sordina oltre il ventesimo posto è quella delle piattaforme di visione e ascolto in streaming: Netflix e Spotify scalano la classifica, la prima di ben sessanta posizioni rispetto allo studio del 2017, la seconda di quasi trenta. Sono il sintomo di una tendenza, che si va sempre più assestando, a preferire quei brand che sappiano offrire un’esperienza “cucita su misura” sulle esigenze del cliente. E cosa c’è di più personale della possibilità di costruire un proprio palinsesto televisivo o radiofonico, negli orari più vari della giornata? Dall’altro lato, anche la presenza di alcune piattaforme di acquisto di beni e servizi online (spicca Zalando al ventinovesimo posto, Booking.com all’undicesimo e il primo posto di Amazon, ovviamente) rafforza l’idea che rapidità nell’ottenere un servizio e alta personalizzazione di quest’ultimo siano due delle caratteristiche più cercate e apprezzate dai consumatori.

 Lo studio Ipsos, però, si occupa anche di mostrare come e quanto le preferenze cambino a seconda della generazione di appartenenza. Così si può notare l’amplissimo divario fra gli esponenti della Gen Z (15-22 anni) e i Baby Boomers (53-71 anni): nella top ten dei primi non compare alcun servizio di pagamento online ma fanno il loro ingresso prepotente Instagram e YouTube; i secondi sono invece molto più interessati al comparto alimentare (vedi alla voce Grana Padano e Parmigiano Reggiano). Importante, però, è anche la trasversalità di altri marchi: l’onnipresente triade Amazon-Google-Whatsapp, Facebook, Microsoft e Samsung. Comunicare, acquistare e fare ricerche con rapidità sono insomma i tre pilastri cardine della vita di ognuno di noi, non importa l’età.

Ancor più, però, The Most Influential Brands dimostra un dato di fatto, ben evidenziato dalle parole dell’Amministratore Delegato Ipsos, Nicola Neri: “i brand contenitori che propongono un’ampia libertà di scelta in cui ognuno può trovare il suo servizio/prodotto personalizzato stanno diventando i nuovi punti di riferimenti in ogni nostra azione quotidiana. Le strategie di marketing e comunicazione vincenti non possono prescindere dal porsi interrogativi sull’identità di marca e soprattutto su come creare engagement ed empatia con il target di riferimento”.

Di Ilaria Vigorito, 20/06/2018

Primo film italiano originalmente distribuito da Netflix, "Rimetti a noi i nostri debiti" segna sicuramente un passaggio importante per la produzione cinematografica del Belpaese, non solo orientandola verso un nuovo tipo di fruizione on-demand.

Disponibile dal 4 maggio 2018 sulla piattaforma, il film di Antonio Morabito non fa sconti di forma o contenuto. Appare infatti come un prodotto ben confezionato e strutturato, sia per fotografia, sia per sceneggiatura, sia per cast.rimetti a noi i nostri debiti 3

Per un tema come quello del recupero crediti, dello stritolamento bestiale che agenzie di credito, banche e istituzioni la povera gente descritta da Morabito risulta vera e mai eccessivamente caricaturata. I 'poveracci' dipinti nel film fanno parte omnicomprensivamente -come si dirà in una delle ultime scene al cimitero- di tutti gli italiani, invischiati nel tenere in piedi a tutti costi la propria azienda, nelle rate della macchina, nel mutuo per la casa, nelle ristrutturazioni degli immobili, nelle cure mediche e in tutti i vezzi, oltre che necessità, che una cultura come quella italiana obbliga l'esistenza dei suoi abitanti. Già morti. Tutti. Non perché schiavi della naturale conseguenza biologica ma per l'inesorabile morsa dell'indebitamento.

Santamaria e Giallini si fanno da contrappunto: uno, ex ingeniere informativo e poi magazziniere, ancora puro, tutto sommato, e l'altro spietato e risoluto. Così all'apparenza, ma la sceneggiatura di Morabito e Pagani (anche coproduttore) tinge i personaggi di ulteriori sfaccettature che li rendono del tutto umani. Guido (Santamaria) deve fare i conti con la spietatezza di un mondo che inevitabilmente plasma le proprie azioni e modifica inesorabilmenteil proprio essere e Franco (Giallini), capace di ingoiare il male, riconoscendolo, e in grado di pentirsi per quello che è diventato. Monatti, come vengono definiti, entrambi. Non solo per l'abito scuro e per i campanelli ma per l'avido recupero degli averi rimasti dei già-morti.

I personaggi che contornano l'opera sono però altrettanto importanti ai fini del messaggio generale. Flonja Kodheli interpreta sobriamente Rina, che prende il posto al bar di Victor, riuscendo a rappresentare -seppur per attimo- una speranza di redenzione e di bellezza umana incontaminata per Guido. Interessante -proprio per il suo esser goffo tentativo- l'invito a cena che le viene proposto, con un protagonista improvvisantesi diverso dalla figura di fallito che, però, invece sembrava intrigare maggiormente la cameriera.rimetti a noi i nostri debiti 2

La critica al sistema non si ferma all'Italia ma di sponda e carambola si innesta nella metafora del biliardo del professore (un ottimo Jerzy Sthur), in cui è lo stesso mondo ad essere vittima dell'indebitamento calcolato, programmatico e inarrestabile dei molti nei confronti dei pochi, arroccati in sistemi deresponsabilizzati che usano vittime come carne da macello per recuperare quelle falle di creditori perse in giro. Alcuni per furbizia, altri per rassegnazione, tutti sottomessi al richiamo inesorabile e continuo del credito.

La riflessione sulla responsabilità individuale però gioca nell'umanità alternata dei due protagonisti le sue carte vincenti e permette una riflessione oculata e critica nei confronti del tema del film. La grossa produzione e distribuzione -e non la marginalità- di Rimetti a noi i nostri debiti è un segnale forte e inequivocabile: c'è bisogno di riflettere in questo modo e con costanza su temi importanti, prendendo posizione nel raccontare il Paese e non forse solo schierandosi dalla parte del "così è, che ci vuoi fare?".

Morabito riesce a raccontare un tema importante sotto le spoglie di un bel film, ben ideato e ben interpretato. Senza strabiliare eccessivamente, ma facendo risuonare le corde di un'attenzione necessaria ed importante nel cinema italiano, senza lustri e illuminati criminali, gangster, politici e ciarlatani dei massimi sistemi di cui è -purtroppo- ricco questo panorama.

Davide Romagnoli 29/05/2018

Ci sono le grandi serie e i grandi fenomeni seriali. Seppure Netflix sia stata spesso in grado di coniugare entrambi gli aspetti, con la sua nuova serie originale non sembra essere riuscita nell'impresa.“13 reasons why” (in Italia “13”), infatti, appartiene alla seconda categoria. Perché, per quanto sia una serie estremamente interessante, sulla bocca di tutti dal giorno della sua uscita, il 31 marzo, non si può di certo parlare di un prodotto perfettamente compiuto, né tanto meno di un capolavoro. A meno che non si consideri il forte impatto che ha avuto sul pubblico e il successo determinato da un forsennato passaparola.13reasons1

Resta il fatto che i meriti di questa serie sono tanti e innegabili, due su tutti: il concept e la tematica. Tratta dall'omonimo romanzo del 2007 di Jay Asher, “13 reasons why” sembra essere nata per essere trasposta sul piccolo schermo. La trama è semplice, avvincente e perfetta per una breve serializzazione: l'adolescente Hannah Baker, prima di suicidarsi, ha registrato 13 lati di audiocassette, spiegando le motivazioni del suo gesto estremo direttamente alle persone che ritiene colpevoli, ovvero i suoi compagni di scuola. Il protagonista è uno di questi, Clay Jensen, da sempre innamorato di Hannah, che riceve le cassette con il compito di ascoltarle e consegnarle al successivo della lista. La serie procede alternando alla vita di Clay e dei suoi compagni dopo la morte di Hannah i flashback in cui la voce della ragazza spiega le sue “13 ragioni”.
Non serve dire altro. Difficilmente, infatti, si può pensare a un concept maggiormente intrigante. Gli autori sembrano dire allo spettatore, fin dalla prima puntata: non potrai fare a meno di arrivare all'ultimo episodio.

Poi c'è la tematica, attuale e scottante, del bullismo. Hannah denuncia le vessazioni subite dai suoi coetanei, dentro e fuori il contesto scolastico. Dalle battute più insignificanti alle accuse più gravi, dai piccoli torti ai reati peggiori. L'anima più autentica di questa serie sta nella sensibilizzazione su una delle terribili piaghe che accomuna le scuole di tutto il mondo. Bullismo e cyber-bullismo sono problematiche reali, che “13 reasons why” affronta da un punto di vista completamente nuovo, dando voce a una vittima senza sdrammatizzare. Niente secchioni, niente “smutandate” o ragazzini gettati nei cassoni dell'immondizia. Il bullismo che viene raccontato qui è quello vero, fatto di piccole angherie quotidiane, voci di corridoio, stalking, molestie sessuali. Hannah Baker ci mette a conoscenza di tutta la crudeltà e l'insensibilità di cui sono capaci gli adolescenti, soprattutto se spinti dalla ricerca del successo sociale. Più che qualunque altra serie, “13 reasons why” punta il fuoco su quanto la vita possa diventare insostenibile per una vittima di bullismo, cercando di elevare il genere del teen drama attraverso un apparato contenutistico di grande spessore.

13reasons3Da tutto ciò deriva l'enorme successo della serie, con un ampio consenso anche di chi non fa parte del target di riferimento. Peccato che al trionfo commerciale, aiutato di certo dalla potenza comunicativa di Netflix, non corrisponda un pari livello qualitativo. Tante sono le scelte di trama incoerenti, a volte anche fastidiose. Tanti sono i personaggi che poco si discostano dal cliché che rappresentano. Tanti sono i dialoghi poco brillanti e che restano in sospeso. Tante volte, soprattutto, le ragioni di Hannah non risultano abbastanza convincenti e funzionano solo se inserite in un contesto più ampio. Un teen drama, insomma, innovativo e di alto livello ma che difficilmente può soddisfare i palati fini abituati ad altri prodotti originali Netflix come “The Crown”, “House of Cards”, “Narcos” e “Stranger Things”.

Buona la recitazione del giovane cast, discreta la regia, soprattutto nei momenti di sovrapposizione tra le linee temporanee, accettabile la scrittura, per una serie che tutti dovrebbero guardare anche se non è di certo la migliore vista quest'anno.
Netflix, fra l'altro, ha da poco annunciato la produzione di una seconda stagione, come era prevedibile dal finale aperto di questa prima. “13 reasons why” avrà il suo seguito, cavalcando l’onda del trionfo commerciale, ma, in questo caso, è un vero peccato. Non sarebbe stato più dignitoso offrire un finale forte e convincente, piuttosto che prolungare all'inverosimile una storia pensata fin dall'inizio per concludersi in tredici capitoli?
Siamo desiderosi di farci stupire da una seconda stagione che faccia esplodere i conflitti già maturati. Ma, purtroppo, difficilmente la serie funzionerà senza il supporto del concept originale. D’altronde, cosa è “13 reasons why” senza le sue 13 ragioni?

Carlo D'Acquisto 17/05/2017

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