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Torna l’appuntamento con il ciclo di spettacoli dedicati ai grandi personaggi del mondo della musica dell’Altrove Teatro Studio. Domenica 24 marzo alle 18.30 va in scena Caro Chopin, di Riccardo Bàrbera con Ottavia Bianchi e Giorgio Latini e il pianoforte di Antonio Bianchi.
In un’epoca in cui le donne ricamavano fazzoletti, George Sand si vestiva da uomo, fumava, si occupava di politica e di letteratura. Dopo aver collezionato molti amanti, si invaghisce del genio di Fryderyk Chopin, che prima di capitolare davanti al suo fascino scrisse di lei: “Che donna antipatica! Ma è davvero una donna”. Attraverso le pagine di un epistolario romanzato, intervallato dalle più famose pagine del “poeta del pianoforte”, emerge il tormentato e bizzarro rapporto fra i due.
Una lettura intervallata da una serie di frammenti e composizioni integrali tra cui il Notturno op. 9 numero 2 in Mi b maggiore, il Preludio in Re b maggiore numero 15 “La goccia d’acqua”, il Notturno in do diesis minore op. postuma e altre fra le più celebri del grande compositore polacco. Una commistione di musica e lettere che conducono per mano il pubblico nel mondo romantico chopiniano di metà Ottocento.
La lettura è strutturata come un dialogo fra due interlocutori che non si parlano, un intreccio di due epistolari per raccontare le due facce di una medaglia, fornire due punti di vista su un rapporto a volte appassionato, a volte burrascoso e a tratti surreale e comico. Il contrasto fra le personalità di Chopin e George Sand è fortissimo: lui genio ipocondriaco e cagionevole, lei vulcanica artista sempre in movimento.
La scelta dei frammenti musicali non cerca di seguire l’ordine cronologico delle composizioni nate nell’arco di tempo raccontato, quanto più di mostrare il contrasto fra il “personaggio Chopin”, amante poco carnale e a tratti inadeguato, e la passionalità della sua musica.

Per tutte le informazioni riguardanti la Stagione 2018/2019 dell’Altrove Teatro Studio è possibile scrivere all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o contattare telefonicamente il 339 8175904.

U.s. 13/03/2019

Negli ultimi anni molti registi italiani hanno dedicato i loro ultimi lavori a Ettore Scola, scomparso ormai tre anni fa. Ultimo maestro della commedia all’italiana a lasciarci, assieme allo storico sodale Furio Scarpelli ha influenzato se non benedetto le carriere di alcuni tra i più brillanti autori contemporanei, dall’erede Paolo Virzì passando per Francesco Bruni e Francesca Archibugi fino a Pif. Anche “La notte è piccola per noi – Director’s cut” (dal 14 marzo al cinema con Distribuzione Indipendente, che lo porta in sala a qualche anno dalle riprese) è dedicato al cineasta di Trevico, ma qui il legame è ancora più intimo, una questione di famiglia: Gianfrancesco Lazotti, regista e sceneggiatore, è il genero di Scola, avendone sposato la figlia Paola, qui anche aiuto regia. Sono i genitori di Tommaso, che interpretava Fellini nel congedo di Scola, “Che strano chiamarsi Federico!”.

Per certi versi l’ultimo film di Lazotti somiglia a proprio a “Ballando ballando” di Scola, l’epopea senza dialoghi lunga venticinque anni di storia francese tutta dentro una sala da ballo. In questo caso l’azione è chiusa in una balera romana, l’unità di tempo ha la durata di una serata fino alla chiusura del locale. Mentre la band (Thony con gli Stag) suona alcune famosissime canzoni del repertorio italiano, da “Bandiera gialla” a “Gente come noi” fino a “Tanz Bambolina” e “24.000 baci”, sfilano avventori abituali o occasionali, sotto gli occhi di una giovane quanto saggia cameriera dai modi spicci (Cristiana Capotondi). Ecco allora un ragazzo in attesa di conoscere la donna con cui si è dato un appuntamento al buio per chat, un pugile alcolista diventato improvvisamente religioso che vuole riconquistare la sua ex, una coppia che festeggia l’anniversario con i figlioletti, quattro professoresse che festeggiano la promozione a preside di una di loro, un carabiniere che non riesce a provarci con la più bella della pista, una signora in attesa dell’amore perduto, due eleganti anziani gelosi.

una scena del film

Sono solo alcune maschere di una galleria affollatissima, pezzi di un microcosmo fuori dal tempo, una parata di volti, caratteri, bozzetti che racconta un cinema non c’è più da decenni, davvero debitore all’immaginario di Scola e Scarpelli nel catalogo ai limiti del fumetto (d'altronde i due iniziarono disegnando per il "Marc'Aurelio" e mai smisero di ragionare per immagini caricaturali). Che grandi facce quelle di Giselda Volodi, Teresa Mannino, Michela Andreozzi, Tommaso Lazotti, Rino Rodio, per tacere degli anonimi ballerini, fino agli incantevoli Philippe Leroy e Alessandra Panaro, già povera ma bella che torna al cinema dopo quarant’anni di assenza. Tutti vestiti da Massimo Cantini Parrini, che spinge verso il versante buffo.

La musica incede incessante, chiamata a puntellare, sottolineare, accompagnare i piccoli frammenti esistenziale di un gruppo disomogeneo che balla per alienarsi da una vita forse un po’ troppo banale (un tecnico caldaista, una professoressa sempliciotta, una mamma in cerca d’avventure) o per esorcizzare qualcosa di doloroso o represso (un ladro incapace di cambiare mentalità, gli anziani che disprezzano la vecchiaia e cercano di sfuggire a forza di nostalgiche schermaglie, almeno tre o quattro feriti a morte dall’amore).

Ballando ballando inevitabilmente sul ciglio della malinconia, avanzi di balera al calare della notte quando i pensieri si fanno meno concilianti e il coraggio si mischia a qualche bicchiere di troppo. Non tutto torna, al netto della fluidità data dal montaggio di Pier Damiano Benghi, non tutti i personaggi sembrano emanciparsi dall’impressione di un mancato reale approfondimento, qualcosa pare mancare nel complesso. Eppure, accumulando situazioni dentro una situazione claustrofobica, è una commedia (all’)italiana che non solo ha la consapevolezza delle sue radici ma costeggia il lato spettrale dell’umorismo accogliendo un inquieto senso della fine.

Lorenzo Ciofani 27-02-2019

Si sono concluse ieri al Teatro Studio Uno le repliche de Il Barbiere di Siviglia, spettacolo portato in scena dal 14 al 17 febbraio, ispirato alla lirica di Gioacchino Rossini e Cesare Sterbini, seconda parte dell’interessante progetto de “I Tre Barba”: Lorenzo De Liberato, Alessio Esposito e Lorenzo Garufo, dedicato alla rilettura in prosa dei libretti delle più celebri opere liriche del settecento. Dopo un Così fan tutte caratterizzato dalla contaminazione di trap, new melodico e trap, realizzano una versione satirica e meta-teatrale dell’opera buffa più celebre di Rossini. Il barbiere di Siviglia 1

Il loro percorso all’interno del mondo della lirica vuole travalicare la veste ufficiale attribuita al genere rendendo l’intrattenimento fresco e divertente, alla portata di un pubblico vasto e non elitario, abbattendo l’aura antica che da sempre la contraddistingue. Scegliendo una forma ludica di analisi svolgono un lavoro che esprime un altro aspetto dell’opera lirica, che è proprio del gioco.
Il loro obiettivo è avvicinare le persone ai grandi capolavori operistici, lavorandone i contenuti e trasformando le versione originale in una riduzione efficace, caratterizzata da un grande ritmo e soprattutto da un’immensa ironia. I Tre Barba si cimentano nel riarrangiamento delle arie più famose, tutte eseguite a cappella e senza l’uso di strumenti musicali, tra cui le celebri Largo al factotum e La calunnia, mescolando la loro esibizione ad intermezzi propri della musica pop e a citazioni nostalgiche dello swing; passano dai Queen a Fred Buscaglione.

Soli sul palco interpretano tutti i ruoli, pochi oggetti di scena e nessun cambio di costume, uno sfondamento continuo della barriera che coinvolge il pubblico e trascina in una comicità semplice ma esilarante. Le gesta del Conte d’Almaviva, aiutato dal barbiere Figaro per conquistare la bella Rosina, non si trasformano solo in un classico gioco degli equivoci, ma diventano un concentrato di auto-ironia in cui i tre attori sono i primi ad ammettere che nessuno di loro è all’altezza del testo originale evitando di prendersi troppo sul serio, quando in realtà regalano una performance eccezionale. Il Barbiere di Siviglia 2

Grazie ad una sede come il Teatro Studio Uno, nel cuore del quartiere di Torpignattara a Roma e “casa del teatro indipendente”, nonché grande luogo di incontro per esperienze diverse e pubblici variegati, i Tre Barba riescono ad arrivare a tutti (lo testimonia una prima fila piena di bambini che non smettono di ridere) attualizzando un’opera lirica rappresentata per la prima volta nel 1816 e permettendo a tutti di entrare in contatto con la musica e la storia, lasciando la perfezione interpretativa e il rigore di un certo teatro alle messe in scena ufficiali.

 

Silvia Pezzopane

18/02/2019

Photo credits: Luisa Fabriziani

La sala da concerti Parioli Theatre Club ha ospitato lo scorso 16 febbraio il David Bowie Show, un colorato omaggio alla musica del Duca Bianco e che ha visto impegnati sul palco i White Dukes, capitanati da Andy, al secolo Andrea Fumagalli, co-fondatore con Morgan dei Bluvertigo. Uno spettacolo che è un doveroso tributo alla memoria di uno dei pilastri della musica rock contemporanea, ma anche un artista a 360 gradi, mimo, attore, icona pop. Andy e i White Dukes, cover band nata per riproporre i brani del compianto Duca, riportano in vita Bowie con uno show variopinto, intenso, multidisciplinare. Vestiti interamente di bianco, i musicisti creano un tappeto sonoro compatto, variegato, che va dalla classica formazione a quartetto rock a quella più ricercata che integra sassofono (suonato a Andy), basi elettroniche e campionature eseguite live.

Alle spalle dei musicisti vengono eseguite videoproiezioni di immagini di repertorio di David Bowie, alternate a surreali opere ispirate alla sua musica, e a una delle chicche che rende il David Bowie Show un esperimento davvero originale: le illustrazioni di Tarocchi di Davide de Angelis, dal gusto fortemente orientaleggiante, colorato, esoterico. Un tocco di particolarità che si aggiunge a uno show che fa della varietà di suoni e colori il suo punto forte. Andy è impegnato in numerosi cambi d’abito, nonché come voce solista, sassofonista e campionatore. Una personalità artistica, quella dell’ex Bluvertigo, che non si poteva immaginare più perfetta per riportare in vita le movenze, le attitudini e le sonorità di David Bowie. Andy è un vero vulcano: il suo fisico alto e dinoccolato si muove con leggiadria per il palcoscenico, ballando, atteggiandosi, e anche eseguendo mosse al limite dello sbalorditivo. Come avrà fatto a piegare un solo ginocchio fin quasi a terra, reggendo solo con esso il peso, seppur esile, di tutto il suo corpo?

I musicisti non sono da meno, d’altronde, anche se in alcuni momenti la base ritmica creata da chitarra, basso e batteria tende a coprire molto la voce di Andy e quella di Nicole Pellicani dei White Dukes. Voce che, inoltre, non convince fino in fondo per la scarsa fantasia nelle armonizzazioni e nelle seconde voci; forse è un limite dovuto alla difficoltà di ricezione, o forse è una scelta voluta dalla band per non mettere in secondo piano l’esecuzione di Andy. Il resto dei White Dukes, ovvero il tastierista Alberto Linari, il chitarrista Alessandro De Crescenzo, il bassista Max Pasut, il batterista Marco Vattovani, fanno un ottimo lavoro nel tenere sempre alto l’intrattenimento e danno prova di un ottimo affiatamento sul palco. Lo show coinvolge il pubblico, accontentato dalla band con ben quattro bis. Andy si conferma un interprete sensibile della musica del Duca Bianco, un attento conoscitore del meccanismo spettacolare (le videoproiezioni sono curate da lui), oltre che un polistrumentista eccellente.

La scaletta è estremamente variegata, e abbraccia un’ampia fetta della produzione di David Bowie, non lesinando sui classici, magari proposti in chiave rivisitata (come nel caso della destrutturata Let’s Dance o dell’acustica Life on Mars), o sapientemente piazzati in fondo alla scaletta per invogliare il pubblico a chiedere di più, come nel caso della leggendaria Heroes. Non poteva mancare Lazarus, primo dei bis, dolente testamento artistico di David Bowie; ma lo show non vuole chiudere in tristezza e lancia le sue ultime carte con la surreale Ashes to Ashes e l’immaginifica Ziggy Stardust.

Uno show di intrattenimento con una punta di vocazione educativa e rievocativa della figura di uno dei protagonisti del Novecento musicale. Non un semplice tributo ma una vera e propria festa musicale dall’impronta psichedelica.

Giulia Zennaro – 16/2/2019

Domenica 24 febbraio alle 18.30 un nuovo appuntamento del ciclo di spettacoli dedicati ai grandi personaggi del mondo della musica dell’Altrove Teatro Studio.
Lo spettacolo Beat Generation attraverso le voci di Ottavia Bianchi, Marius Bizau e Giulia Nervi, accompagnate alla chitarra dagli arrangiamenti di Giacomo Ronconi, ripercorrerà il periodo tra la fine degli anni 50 e il 1969: quel decennio di musica che è stata la colonna sonora di grandi cambiamenti. Giorgio Latini farà da contrappunto, narrando gli eventi più suggestivi accaduti in quegli anni ormai mitici e mai dimenticati.locandina BEATGENERATION
Nel 1940 l’incontro tra Jack Kerouack e Allen Ginsberg genera un movimento che quattro anni più tardi prenderà il nome di Beat Generation e culminerà nel 1951 con la scrittura del libro cult “On the road”.
Gli ideali della Beat Generation sono il rifiuto della violenza, del materialismo e delle regole della vita convenzionale, la liberazione sessuale, l’uso delle droghe. Perché questo moto di ribellione diventi fenomeno di massa bisogna attendere il 1957, quando il libro viene pubblicato divenendo immediatamente il manifesto di una generazione.
Sull’onda lunga di questi ideali nascerà il beat, movimento musicale che si origina nei primi anni ‘60 per poi dare inizio alla “Brit Invasion”, al folk americano, alla musica psichedelica che faranno da sfondo al successivo grande movimento sociale degli hippie.
La scelta della “scaletta” in Beat Generation è stata forse la fase più difficile. In questo senso l’apporto di Giacomo Ronconi è stato fondamentale: insieme a lui si è trovato il necessario equilibrio tra le canzoni per così dire “obbligate” e alcune chicche meno note. L’inusuale arrangiamento per una sola chitarra e ben tre voci cantanti ha dato vita ad una serie di soluzioni che hanno rappresentato una sfida per gli interpreti che nascono, in primis, come attori e che si lanciano in questa nuova sperimentazione artistica.
La narrazione punta ad esaltare la musica stessa con brevi e curiosi aneddoti relativi alla nascita di queste canzoni che si rivelano utili anche a svelare i retroscena meno conosciuti di un così denso panorama musicale e sociale. Attraverso il racconto di quanto davvero accadeva in quel periodo, lo spettacolo mette in evidenza il valore contemporaneo che queste canzoni ancora posseggono.

Per tutte le informazioni riguardanti la Stagione 2018/2019 dell’Altrove Teatro Studio è possibile scrivere all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o contattare telefonicamente il 339 8175904.

U.s.

13/02/2019

Inarrestabile Mara Maionchi. Classe 1941, donna di ferro, produttrice discografica, che vanta nel suo curriculum la scoperta di e la collaborazione con numerosi talenti della musica italiana (da Fabrizio de André a Gianna Nannini a Tiziano Ferro): Mara Maionchi quest’anno si sdoppia.

Già giudice dell’edizione 2018 di X-Factor – quest’anno gestirà la categoria degli Under Uomini – e conduttrice per due anni dello spin-off Xtra Factor, la produttrice bolognese dal 29 ottobre al 2 novembre condurrà un nuovo programma: “Mara Impara – La nuova musica”. Andrà in onda su Sky Uno alle 19:25, con replica alle 13:00 e alle 16:45 del giorno successivo, e sarà disponibile anche su Sky On Demand

Come da titolo, la veterana dell’industria discografica italiana si renderà disponibile a esplorare il mondo degli astri nascenti della musica nostrana. Cinque puntate monografiche, ognuna con un ospite diverso, che Mara Maionchi si premurerà di intervistare, per conoscere meglio la persona dietro l’artista ma anche per approfondire la loro produzione musicale.

Mara Impara 2

I cinque ospiti scelti sono personaggi noti soprattutto ai giovanissimi e ai frequentatori delle nuove tendenze rap e pop: Achille Lauro, Cosmo, M¥ss Keta, Nitro e Takagi&Ketra. Questi ultimi e Achille Lauro non sono nomi nuovi neanche agli affezionati di X-Factor: sia il duo di produttori dietro “Assenzio”, “Vorrei ma non posto” e “Roma-Bangkok” che il rapper romano hanno fatto la loro comparsa durante gli Homevisit, per consigliare, rispettivamente, Fedez e la stessa Mara Maionchi durante la scelta dei concorrenti che sarebbero arrivati ai live.

La struttura della trasmissione prevederà ogni sera che la conduttrice, seduta nel suo salotto, chiami il misterioso Mr Billboard per trovare l’artista che sederà accanto a lei e sarà il soggetto unico della puntata. Ovviamente, quello che aspetta lo spettatore non è un semplice approfondimento ma un’intervista condotta secondo gli standard intelligenti e salaci, a cui Mara Maionchi ci ha abituato già come giudice inflessibile durante le passate edizioni del talent musicale di punta di SKY. Mara Impara 3

A promuovere questa iniziativa c’è Billboard Italia, che con “Mara Impara” ha realizzato il suo primo format televisivo in Italia. Il magazine è arrivato in Italia un anno fa, grazie alla mediazione di Parcle Group, e ha fin da subito avuto come obiettivo principale quello di creare una piattaforma multimediale, per avvicinare il variegato mondo dell’industria discografica (fra major, indipendenti, radio e artisti) a un grande pubblico, sempre più desideroso di approfondire con l’aiuto di una giusta guida. E scegliere uno spirito critico, esperto di questo mondo, come Mara Maionchi va senza dubbio in questa direzione.

Adesso tocca aspettare il 29 ottobre, per scoprire quanto potrà essere efficace questo programma. L’intento è nobile: esplorare l’innovazione musicale in tutte le sue sfaccettature e senza riserve snobistiche di sorta. Il buon risultato potrà essere garantito solo dallo spessore artistico e umano degli ospiti.

Di Ilaria Vigorito, 23/10/2018

Francesca Incudine è ormai pronta a ricevere sul palco del Tenco 2018, il prossimo 20 ottobre, la Targa Tenco per migliore disco in dialetto con il suo Tarakè, secondo dopo Iettavuci (2013), esordio già capace di raccogliere attorno a sé attenzioni e premi della critica. Tarakè è un altro passo deciso sul medesimo sentiero: musica tra il popolare e il fiabesco, con il primo aspetto rappresentato da ritmi spesso saltellanti e un siciliano, nel testo, onnipresente, e il secondo raggiunto da armonie corali e strumentali tipiche del folk internazionale.
Ago della bilancia, anzi, ponte solido tra i due argini è la voce brillante a suo agio nel raccogliere qui l’euforia di un “ta ra ra” e altrove nel comunicare, oltre la comprensione, le emozioni sonore di un gergo non sempre facilmente digeribile. Molte tracce, infatti, già dal titolo presentano dialettismi. Tuttavia, anche laddove non si mastichi siciliano, il messaggio musicale resta sempre integro, talvolta persino rinforzato nel suo aroma di mistico e lontananza.
È così che si arriva a comprendere il punto forte di Francesca Incudine. La sua opera non è duplice, contesa tra la Sicilia e il resto del mondo. Tarakè, al contrario, è un unicum, bagnato allo stesso tempo dall’acqua salata del nostro mare e dalla rugiada di boschi notturni, lontani, abitati da creature magiche e storie cavalleresche. Difficile non pensare a suggestioni celtiche del folk, al sopraggiungere dei flauti (“Rosa Spinusa”, “Tarakè”, “Dormi figghiu”, “Na bona parola”).
Sul resto dell’arrangiamento strumentale, la chitarra acustica la fa da padrone, incaricata pure di scandire il ritmo stesso delle tracce, a volte esclusivamente, altre volte anticipando per ordine e importanza la sezione dei tamburi (deformazione professionale dell’autrice, amante dello strumento sin da adolescente). Su “Tarakè”, che dà il nome all’album, la ritmica è tanto centrale che, quando cambia d’improvviso, dona l’impressione di aver ascoltato due canzoni diverse.
Chiudono il cerchio influenze, saltuarie ma potenti, di acoustic pop, che però in questo particolare contesto musicale più che avvicinare l’album alla scena musicale attuale, lo fanno assomigliare alle atmosfere empatiche del musical (fatta eccezione per la brevissima contaminazione di autotune, in apertura di “Linzolu di mari”). Questo avviene ciclicamente durante l’ascolto dell’intero disco, e come una profezia auto-avverantesi, diventa consapevolezza più forte in chiusura e, fortissima, nell’ultima, undicesima canzone, la gioiosa “Come fussi picciridda”.

Andrea Giovalè  

18/10/2018

L’evocativo “Lingue” di Tommaso Di Giulio, prodotto da Leave Music, è un album pieno di parole e di storie, ma comincia con una semplice immagine sonora, emblematica della stagione estiva: frinire di cicale. Immediata è l’associazione al caldo, al mare, ai nostri ricordi in spiaggia. Si apre così (e si chiuderà, pure) un’amplissima serie di nostalgiche polaroid musicali, canzoni che, spesso e volentieri, ci distraggono da loro stesse per farci viaggiare con la mente.
Non è un caso, affatto, che l’operato di Tommaso Di Giulio sia stato definito appartenente al genere del “pop cinematografico”. In effetti, non sarebbe difficile accostare "A chi la sa più lunga" o "Prendiamo esempio", tanto per fare due titoli, ai vecchi e gloriosi film di Aldo, Giovanni e Giacomo o a altri modelli positivi del cinema italiano. tommaso 2Ma la ragione autentica di tale meccanismo è, a pieno titolo, ben più profonda.
Il cantautore combina spesso e volentieri un accompagnamento strumentale ricco, un ritmo morbido e frammenti di testo volti a dipingere non una trama precisa, ma a suggerirne tante, diverse e composite. Per questo la nostra memoria, che funziona allo stesso modo, trova in “Lingue” note perfette per reagire, agitarsi e ascoltarlo insieme a noi. Il disco diventa un caleidoscopio rotante e colorato attraverso cui rivivere tanto del nostro passato, sbirciando forse qualcosa di quello di Tommaso Di Giulio.
La voce, a metà tra Silvestri e Grignani, accarezza storie quel tanto che basta per lasciarcele immaginare. È la potenza visiva di questo tipo di musica che fa pensare al cinema, ma quello dell’autore, più che cinematografico, è “pop audiovisivo”. Un qualcosa che precede, e ora va oltre, l’attuale categoria onnivora dell’indie, anche se ne subisce inevitabilmente la pesante influenza. "Le notti difficili", a esempio, somiglia all’ultimo Calcutta, "L'umidità" (che azzarda, peraltro, una spruzzata di autotune) invece ricorda vagamente i primi The Giornalisti.
Tommaso Di Giulio, classe 1986, non è tuttavia elemento passivo di un fenomeno musicale come quello odierno. Al contrario, ne è parte integrante, e dopo nove tracce spese a delineare il suo preciso ego musicale, premia l’ascolto con un’ultima gemma: la lenta ballata di pianoforte "Quello nello specchio", dalle sonorità blues e il canto quasi recitato, a sigillare anche la dedica del disco intero, a suo padre. Un intimo arrivederci, suonato poco e sottovoce, che più di altre canzoni rivela il carattere dell’uomo dietro l’autore. Un’occhiata sfuggente, per l’appunto, all’uomo nello specchio, prima di tornare alle cicale.

Andrea Giovalè 25/07/2018

È stato tuffo nel passato, ancora recente, e qualche anteprima di un futuro tutto da sentire, il concerto di Maldestro a ‘Na cosetta estiva. Il cantautore napoletano è tornato a Roma, domenica 8 luglio, per riabbracciare il suo pubblico e per presentare sul palco alcuni inediti che confermano, ancora una volta, la sua scrittura sempre più matura e la voglia di continuare a raccontare la realtà intorno, quella che, ad esempio, vive “Tra Venere e la Terra”, ossia a Scampia, quartiere di Napoli in cui Antonio Prestieri è nato e cresciuto e che gli ha regalato una grande sensibilità umana e artistica. Non è la prima volta che l’artista omaggia la sua terra attraverso la musica; proprio nell'album di esordio - dal titolo “Non trovo le parole” -, è presente “Io sono nato qui”: una poesia tanto evocativa quanto malinconica, suggestiva e vera nella sua capacità di descrivere una porzione di mondo “dove le vele hanno una rotta da seguire, dove chi sogna di poterci rimanere, dove chi crede che è possibile cambiare e da un balcone vedere persino il mare”. maldestro-foto-2016
È con il fortunato brano “Abbi cura di te” che inizia il concerto a ‘Na cosetta estiva; Maldestro viene accompagnato dalle voci del suo pubblico, da chi lo stava aspettando da tempo nella Capitale e da chi era lì per la prima volta, con la sensazione di conoscerlo da sempre, per le storie di vita che canta, in cui è possibile rivedere uno o tanti nostri momenti. È il caso, ad esempio, delle parole di “Sopra il tetto del comune” – brano vincitore della XXV edizione di Musicultura – oppure di “Dannato amore”, storia che ha il sapore di whiskey e di carnalità, o “Dimmi come ti posso amare”, che disegna la sensazione di precarietà economica e, di conseguenza e in maniera forzata, di quella sentimentale in cui siamo intrappolati, le stesse a cui cerchiamo di sfuggire coltivando attimi fatti di sguardi e di certezze che si possono avere solo tra le mani, scavalcando le domande sul futuro. Il pubblico di ‘Na cosetta aveva già ascoltato dal vivo i pezzi del secondo disco – “Che ora è”, “Prenditi quello che vuoi”, “Arrivederci allora”, “Io non ne posso più” e “Tutto quello che ci resta” -, in occasione del tour solo acustico durante la scorsa stagione invernale del locale romano; questa volta invece Maldestro li ripresenta sotto una nuova veste, grazie agli arrangiamenti rivisitati con la collaborazione dei suoi nuovi compagni di viaggio, Paolo del Vecchio (bouzouki, chitarra elettrica, mandolino, ukulele), Luigi Pelosi (contrabasso), Sara Sgueglia (percussioni, tastiere, cori), Nicolò Fornabaio (percussioni, batteria). Non poteva poi mancare in scaletta “Canzone per Federica”, presentata sul palco dell’Ariston nel 2017, quando il cantautore napoletano si è aggiudicato il secondo posto a Sanremo Giovani e ha ottenuto grandi riconoscimenti artistici, tra cui il Premio della Critica Mia Martini.
Con la chitarra tra le mani, in attesa di essere suonata, Maldestro si lascia andare a riflessioni sull’attualità, pensieri da condividere con la speranza di essere non solo ascoltati, ma percepiti nella loro grande forza: così lui, poco prima di cantare “Sporco clandestino”, ha voluto dare sfogo, nel suo piccolo, davanti a un microfono e di fronte a occhi attenti, all’insofferenza della società in cui viviamo, la stessa in cui, ricorda bene, l’attuale Ministro dell’Interno sta seminando il terrore nei confronti delle tante persone che lasciano la propria casa per tentare di vivere; però le parole di Maldestro ci ricordano che siamo tutti stranieri, estranei al mondo e a noi stessi, diversi nella concezione più affascinante, più ricca e non sappiamo, a volte, riconoscere il bello in questa nostra forza. Ci si aiuta così, con la musica e la poesia, a riscoprire noi stessi, impolverati dalla cattiveria umana, bersagliati da voci che conducono ad altre voci, come quella del verbo “annegare”, e azioni che dovrebbero non appartenerci.
E allora “Arriverà la pace”, si augura il cantautore in un suo brano: un gesto di speranza, la voglia di una consapevolezza che, si spera, possa essere non troppo remota, ma più vicina possibile ai nostri giorni, agli uomini che fuggono da guerre civili, interiori, dalla malattia della povertà d’animo. Chi andrà ai prossimi concerti di questo tour estivo dell’artista partenopeo avrà anche il piacere di ascoltare, per la prima volta, “Dadaista”, “Tutto come prima”, “Treni a vapore” e “Catene”.
Il concerto termina con un abbraccio, tra Maldestro e i musicisti, con lo sguardo del cantautore nascosto dagli occhiali, che memorizza i volti di chi era lì per condividere una serata di suoni, di parole che si rincorrono in versi, di brindisi e di auguri, quelli che sfidano la guerra e la paura a ritmo di poesie e di applausi.

Lucia Santarelli 10/07/2018

 

Da Pantelleria a Roma. Questo è il viaggio di Danilo Ruggero, siciliano trapiantato nella Capitale cinque anni fa. Cinque sono anche le canzoni del suo primo EP "In realtà è solo paura", in cui il cantautore siculo classe ’91 attraversa i suoi ultimi anni condensandoli in brani intensi che passano da racconti intimistici ad altri più universali, oltre ai quali però non mancano critiche aspre ma dannatamente attuali del mondo che ci circonda.
La regista palermitana Emma Dante ha portato il dialetto siciliano a teatro, proponendo non solo storie di Sicilia, ma ricreando atmosfere in cui i sentimenti più profondi dell’Io e un’estetica eterea erano protagonisti di storie umane. Allo stesso modo Ruggero propone, in brani come "Agghiri ddrà" o "Damu foco ai pinsera", testi in siciliano che però non escludono coloro ai quali il dialetto non è familiare, ma anzi li invitano, con musicalità acustiche in cui la voce è accompagnata maggiormente dalla chitarra, ad entrare in questo microcosmo di storie di umanità. "Agghiri ddrà" racconta degli sbarchi in Sicilia, tematica molto sentita nella sua isola di origine, Pantelleria, descritta dal punto di vista di chi arriva. Ma questo brano inruggero1 dialetto siciliano è anche la storia di chi abbandona la propria terra e approda in una sconosciuta, che risulta diversa da come ce la si era immaginata. Danilo Ruggero spiega così il brano "Damu foco ai pinsera": ”è per me forse il brano più importante dell’EP, forse per come mi ci sento emotivamente legato [...]. La mia prima canzone in dialetto, nata forse per sbaglio, in maniera istintiva e poco consapevole a Pantelleria. […] Racconto di come possa accadere di rimanere attaccati, incastrati al proprio passato e di come questo possa condizionare irrimediabilmente ogni scelta futura.”
Non solo coraggio quello di Danilo Ruggero, ma forse anche un po’ paura, una paura però che tramuta in fucina creativa esprimendone le sfumature in ognuno dei 5 brani. Il fil rouge che unisce l’EP d’esordio è sicuramente l’esperienza di vita del cantautore, che descrive la sua crescita musicale e personale, i suoi timori nel tentare di pubblicare i suoi brani per la prima volta e la paura che sta dominando il mondo reale e virtuale, e lo fa però non diventando autoreferenziale, ma ampliando la sua storia in pezzi universali e coinvolgenti, che fluttuano dal folk a brani più cantautoriali, fino a pezzi di matrice pop rock. Il genere è vario, ma allo stesso tempo rimane coerente all’interno di tutto l’EP.
Il cantautore è al momento finalista al Premio Fabrizio De André 2017 con il brano "I figli dei figli degli altri", nel quale articola le paure della società attuale: dalla minaccia concreta del terrorismo fino all’ipocrisia e alla finzione che impera nella realtà di oggi, specialmente quella dei social, la cui più grande paura è forse quella di doversi mostrare ed essere riconosciuti socialmente; un brano duro e sincero: “Le coscienze pulite, l’occidente, le bombe le barriere occidentali, il gioco del terrore, le nuove frontiere del turismo sul barcone. [...] con chi pensa che vada sempre tutto bene e si abitua a dire che è normale fino a quando non succede a due centimetri dal cuore e se succede il dito sul fucile o sulle tastiere. Tutti pronti a sparare.”

L'EP si chiude con "È una questione di scelta", brano 'dedicato' a coloro che non scelgono mai la strada più corretta, ma barano per arrivare, e con "Lo spazio", unica canzone d'amore. "In realtà è solo paura" è un EP sincero, che racconta l’essere umano e la società di oggi senza filtri, così com’è.

Foto a destra: Tamara Casula

Giordana Marsilio 19/06/2018

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