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Le file. Chiunque sia abituato a seguire Zerocalcare, in arte Michele Rech, come fan casuale o appassionato sostenitore della prima ora, sa che le file sono un corredo fisiologico di qualsiasi manifestazione a cui il fumettista romano partecipa. Tredici ore di attesa per ottenere l’agognato disegnetto sulla propria copia di “Dimentica il mio nome” sono un episodio entrato nell’aneddotica della storia del fumetto italiano ma soprattutto una pietra di paragone con cui misurare un successo esploso nel corso degli ultimi anni, che non conosce battute d’arresto.

Per questo non c’era da stupirsi che anche sabato 10 novembre al MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI Secolo le file fossero co-protagoniste di rilievo insieme all’inaugurazione dell’esposizione su Zerocalcare. File per l’incontro moderato da Marco Damilani fra il fumettista e il fotografo Paolo Pellegrin – anche lui presente negli spazi museali con una mostra fotografica. File per i biglietti, ovviamente, ma anche per guadagnare l’ingresso dello Spazio Extra MAXXI. Spazio in cui, fino al 10 marzo 2019, i visitatori potranno ammirare strisce inedite, tavole originali, poster, cover di dischi, pagine di Moleskine realizzate da Zerocalcare in un lungo percorso artistico che si snoda a partire dai suoi diciassette anni e che, dopo altrettanto tempo, porta a opere come “Macerie Prime – Sei mesi dopo”. MostraZerocalcare 2

La mostra si presenta divisa in quattro aree tematiche: Pop, Tribù, Lotte e Resistenze, Non Fiction. Prima di arrivare all’openspace che accoglie queste sezioni – divise da muri dagli orli tondeggianti, che richiamano la corazza dell’Amico Armadillo, coscienza di Zerocalcare – tocca attraversare una tromba delle scale, dove due elementi accolgono il visitatore. Si tratta di una replica del murale del mammut, che campeggia all’uscita della Metro B di Rebibbia, e della biografia del fumettista romano, che si inerpica lungo i muri fino al piano superiore. E già qui si nota il forte taglio politico (perché, per dirla con le parole del contributo video di Marco Damilano all’interno della mostra “sappiamo tutti qual è l’orientamento politico di Zerocalcare”) della mostra.

Zerocalcare, ancora una volta, approfitta della sua arte e della sua capacità di toccare i cuori di tanti, indipendentemente dalla generazione d’appartenenza, per parlare d’altro. Non di se stesso ma dei temi che più gli sono cari: ogni tappa della sua vita, personale e artistica, si intreccia con un evento che ha interessato la vita, sociale e politica, del Paese. E così, i diciassette anni sono l’occasione per parlare dell’evento traumatico del G8 di Genova. I primi passi nel mondo del fumetto autoprodotto corrono paralleli al problema, sempre più grave ma sempre meno raccontato dai giornali, delle rappresaglie fasciste contro gli esponenti dell’universo antifascista e dei centri sociali.

E questo rimando costante alla realtà che lo circonda, pur partendo quasi sempre da esperienze autobiografiche, è uno dei due punti forti di una mostra che offre prospettive anche nuove sul lavoro che c’è dietro il successo di Zerocalcare: al visitatore sono offerti contenuti video, la possibilità di sfogliare tutti i fumetti che l’artista ha pubblicato con la casa editrice BAO – in un sodalizio che dura ormai da sette anni – tavole inedite, ripescate dall’archivio personale del fumettista, ma quello che colpisce è altro.

MostraZerocalcare 3Prima di tutto gli onnipresenti e irrinunciabili disegnetti: vergati a pennarello sui pannelli della mostra, come ironiche note a piè pagina, riportano la voce personale di Zerocalcare a tutti i presenti, illustrando le ragioni dietro alcune scelte espositive (“Oh questa è una selezione di tavole, non sono tutte consecutive. Quindi se non capite non è perché so’ una pippa e neanche perché c’avete avuto un ictus voi. È normale” esclama in una di queste didascalie) o le polemiche dietro una vignetta disegnata a diciassette anni.

E poi ci sono i visitatori.

Per capire fino in fondo la presa che Zerocalcare ha sull’immaginario collettivo, tocca voltarsi, di tanto in tanto, e seguire il rumore degli improvvisi scoppi di risa o il movimento con cui tante persone si accovacciano, per continuare a leggere uno dei fumetti esposti. E non si tratta di una curiosità che colpisce solo gli inediti: l’attenzione e l’ilarità si scatenano persino per le tavole disponibili sul blog di Zerocalcare, già lette e condivise, e che pure continuano a catturare la curiosità di chi passa. Sta tutta lì la testimonianza di quanto sia vivo il percorso di una mostra i cui contenuti riescono a parlare a tanti, toccando le corde più contradditorie – in quel mix di risate e improvvisa e tremenda serietà a cui la narrazione del fumettista romano ci aveva già abituato fin dai tempi de “La profezia dell’Armadillo”.

Scavare fossati ∙ nutrire coccodrilli” è un’esposizione che già nel titolo si porta impresse le sue tematiche: la narrazione di un percorso artistico compless e in cui nulla è mai stato dato per scontato, certo. Ma anche la proiezione, su tavola, dei tormenti non del solo Michele Rech, l’uomo dietro Zerocalcare, ma di tutta la comunità che lo circonda e in cui si muove. Una riflessione sul mondo da cui proveniamo e quello in cui stiamo sprofondando, una palude in cui si scavano fossati per proteggersi dal “diverso” e ci si lascia affascinare dal sorriso squamoso dei coccodrilli.

È un’esposizione importante, che non scade mai nell’autocelebrazione, ma semplicemente mostra una storia che è assieme autobiografica e collettiva, come lo sono tutte le vicende che Zerocalcare racconta – un autore da cui non si può prescindere, se si vogliono cogliere importanti sfaccettature della società italiana contemporanea.

Di Ilaria Vigorito, 11/11/2018

Fino al 6 gennaio 2019, in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Roma Fumettara, curata dalla Scuola Romana dei Fumetti in occasione dell’anniversario dei propri 25 anni d’età. La SRF nasce nel 1993 da un gruppo d’autori romani, sceneggiatori e disegnatori, e svolge da allora un importante ruolo nel campo della formazione, della promozione culturale e della produzione editoriale.
Con il tempo, al gruppo iniziale, si sono aggiunti molti ex allievi affermatisi nel campo del fumetto, dell’animazione del cinema e dei videogiochi. Si sono così mescolate generazioni, stili e professioni, e sono nati progetti di rilievo come “I Grandi Miti greci a Fumetti di Luciano De Crescenzo” (Mondadori/De Agostini) e il cartone animato “Ulisse il mio nome è Nessuno” (RAI 2), vincitore del premio Kineo/Diamanti al Festival del cinema di Venezia nel 2012.
Nella mostra a ingresso gratuito sono esposte opere di autori, docenti o ex allievi della Scuola Romana dei Fumetti, ognuno con la sua personale visione della città eterna. È possibile ammirare lavori di Massimo Rotundo (Tex), Stefano Caselli (Marvel), Marco Gervasio (su Topolino, autore di Fantomius e PaperTotti), Eugenio Sicomoro (Bonelli, Glenàt, Dupuis), Arianna Rea (Disney America, Tunué), Simone Gabrielli (Glénat e Bonelli), Maurizio Di Vincenzo (Dylan Dog), Lorenzo “LRNZ” Ceccotti (Bao Publishing), Riccardo Federici (DC Comics).
Questo solo per citare qualche nome, da una lista di grande quantità e qualità. Ogni autore sarà il tassello di un ricco mosaico che rappresenta non solo una città, ma un percorso nel tempo e nello spazio, in un luogo di nascita e maturità artistica. “Roma Fumettara” è il racconto appassionato della capitale e allo stesso tempo della Scuola Romana dei Fumetti, che nella città trova, oggi come nel 1993, espressione ideale della propria identità. In una parola: casa.

Andrea Giovalè
9/11/2018

"Nominare in maniera corretta le cose è un modo per tentare di diminuire la sofferenza e il disordine che ci sono nel mondo". Queste le parole di Albert Camus da tenere sempre bene a mente quando si affrontano argomenti di spessore sociale. Sapere di cosa si parla è il primo passo per poter parlare di qualcosa, per usare un gioco di parole. Non è così per quanto riguarda il gender. C’è chi, dietro a questa parola, si è trincerato per aizzare i propri forconi in difesa di una stereotipizzazione dei ruoli che, ad oggi, non è più possibile e chi ne fa largo uso, schierandosi a spada tratta dalla parte della cosiddetta famiglia naturale, boicottando qualsiasi discorso sull’identità di genere.

Ma esiste davvero una “ideologia del gender”? No, non esiste. Esistono però moltissimi studi scientifici, condotti dagli anni ’50, sul gender (Gender Studies) che mirano a individuare e a spiegare i motivi per cui a un dato genere (maschile o femminile) vengano attribuiti ruoli specifici, stereotipi o comportamenti che variano di cultura in cultura. La strumentalizzazione politica, peraltro fondata su un errore concettuale, ha appiattito (in Italia) il dibattito sulla battaglia per la difesa della famiglia tradizionale, del mantenimento dei ruoli e della sessualità naturale, contribuendo ad accrescere un disordine informativo che non aiuta a comprendere il fenomeno. Negli ultimi anni l’argomento è stato al centro di manifestazioni in piazza, dibattiti televisivi e politici di un certo spessore che hanno scatenato ondate di allarmismo, censura e caos concettuale, senza però approdare a un vero e proprio chiarimento, a una riflessione. LoveMeGender 12

LoveMeGender 10La discussione sulla gender equality, ovvero l’accesso a risorse e opportunità paritarie indipendentemente dal sesso, è accesa e ha portato a un’attenzione crescente dei media per l’argomento e alla necessità di far chiarezza sulle diverse espressioni della sessualità. Se al cinema si trovano già da qualche anno prodotti sul tema, in tv si assiste per la prima volta alla nascita di programmi che esplorano il vasto mondo dell’identità di genere. “Love me gender” condotto da Chiara Francini (dal 6 giugno su LaF), ad esempio, è un viaggio in quattro puntate che racconta le relazioni, i nuovi modi di essere famiglia, le nuove forme di amore e felicità con sguardo aperto, ironia e leggerezza: da Nord a Sud in giro per l’Italia si scopre così la straordinaria normalità di chi vive il cambiamento sulla propria pelle.

Il programma arriva subito dopo quello condotto da Sabrina Ferilli su Rai3, “Storie di genere”, che ha affrontato un tema delicato e attuale come la disforia di genere, termine scientifico che identifica il transessualismo, ovvero la condizione in cui si trova chi non si riconosce nella propria sessualità biologica. Non mancano i documentari: “Rivoluzione Gender”, in onda da maggio su Cielo e condotto da Eva Robin’s (all’anagrafe Roberto Maurizio Coatti), esplora le molteplici sessualità e identità di genere e la rappresentazione che questo universo ha nella società contemporanea mentre, allargando lo sguardo alla tv mondiale, il canale National Geographic ha proposto nel gennaio 2017 “Gender, la rivoluzione” dove Katie Couric incontra scienziati, chirurghi ed esperti, che forniscono la loro autorevole opinione sul genere, oltre ad ascoltare le storie di persone comuni che hanno affrontato il cambiamento di sesso.LoveMeGender 11

Nel Regno Unito, infine, Channel 4 si sta concentrando molto sull’argomento, attraverso un nuovo reality show (“Genderquake”) che incoraggia la discussione sulla fluidità di genere e su come definire e convivere con il concetto di gender, così come aveva già fatto nel 2011 con “My Transsexual Summer” nel quale venivano seguite le vite di sette transessuali, tra uomini e donne, che condividevano le loro esperienze sul cambio di sesso. Quest’attenzione rivolta al tema dell’identità di genere e alla molteplicità della sessualità è utile a far conoscere l’argomento a un pubblico sempre più bombardato dalla parola gender ma che non sa, nello specifico, riferire il concetto a qualcosa di concreto ed è portato facilmente quindi ad accogliere le minacce allarmiste di chi strumentalizza il tema a proprio vantaggio.

Proprio per quanto riguarda il pubblico generalista, il cinema sembra continuare a rivolgersi a quest’ultimo offrendo soprattutto film che nascono dal seme dell’intrattenimento; privi di intenti didascalici, essi crescono nella serra del marketing e vengono innaffiati con il potere del denaro. Altri, invece, prendono forma in seno a un universo più poetico e attento ai problemi del mondo circostante; libere da catene censorie, sono opere che arrivano a rischiare il linciaggio mediatico, o a camminare sul precario confine che separa la verosimiglianza alla stucchevole retorica. Ed è così che una tematica tanto sentita e dibattuta come quella del gender è arrivata a lasciare le proprie impronte sull’aureo suolo di Hollywood.

LoveMeGender 4Lo aveva già fatto in passato, seppur in sordina, proponendo figure androgine e all’avanguardia come Marlene Dietrich e Katharine Hepburn, o sovvertendo le limitanti norme dello star-system travestendo divi del calibro di Jack Lemmon e Tony Curtis (“A qualcuno piace caldo”, Billy Wilder 1959) o Cary Grant (“Ero uno sposo di guerra”, Howard Hawks, 1949), da donna. Eppure, nonostante la presenza di precedenti illustri come “Boys Don’t Cry” e “Priscilla”, è solo in tempi recenti che si evince una maggiore proliferazione di film a tema transgender, sintomo, questo, di un mutamento mentale finalmente attuatosi tra gli spettatori. Siamo di fronte, cioè, a una presa di coscienza e di una necessità di approfondimento circa un mondo troppo spesso ignorato o denigrato, e che solo il cinema, specchio sociale dal potere empatico e coinvolgente, può raccontare.

Parlare dunque di transgender al cinema significa prima di tutto scuotere lo spettatore, svegliarlo dal torpore della sala cinematografica per aprirgli gli occhi su una realtà fino ad allora sconosciuta con uno schiaffo visivo dal forte impatto emozionale. Sono soprattutto le sofferenze e i pregiudizi che investono i protagonisti ad accomunare molte delle opere prodotte negli ultimi anni; fobie ed esclusioni sociali che colpiscono questi personaggi come un’onda improvvisa, lasciandoli spesso affogare in un oceano di odio e insicurezze. Si prenda ad esempio un film come “Transamerica” (Duncan Tucker, 2005) che sui pregiudizi è letteralmente costruito narrativamente; tra le critiche lanciate al protagonista come sassi taglienti, quella peggiore è quella che l’uomo rivolge a se stesso, incapace di sottoporsi all’operazione che lo trasformerebbe in una donna se prima non ottiene il beneplacito del figlio appena ritrovato.LoveMeGender 2

Da una decisione ponderata come quella di “Transamerica”, a una talmente improvvisa da scuotere e abbattere, come un terremoto di scala 9, un idillio famigliare solo apparente, di film come “The Danish Girl” (Tom Hooper, 2015) e “Laurence Anyways” (Xavier Dolan, 2012). Pur vivendo in luoghi e tempi lontani (Laurence è figlio degli anni Ottanta, Einar di inizio Novecento) entrambi i protagonisti decidono di vivere liberamente la propria sessualità, tanto da rischiare tutto ciò che hanno: l'affetto della famiglia e degli amici, la stima sociale, un lavoro soddisfacente e, soprattutto, l'amore della loro anima gemella. Soli, in una società che non è disposta a rinunciare alla propria facciata di perbenismo, Laurence ed Einar devono imparare ad affrontare la diffidenza di chi si ritrova a incrociare il loro sguardo su strade parallele mai destinate ad incrociarsi. 

Sono sguardi carichi di incomprensibile terrore che ogni giorno deve affrontare, tra le calde strade di Santiago del Cile, anche Marina, la protagonista di “Una donna fantastica” (2017). Quello che emerge dalla macchina da presa di Sebastian Lelio (al quale si deve l’aver coinvolto nel progetto una vera trans - Daniela Vega - recuperando così un modus operandi tipico dei registi underground anni ’60 e andatosi ormai perdendo) è uno scenario di quotidiana insensibilità, e relativa negazione della realtà. Marina è più donna di molte altre “vere” donne. Lo è nel profondo, nel modo di amare e nel modo di porsi a un mondo ancora schiavo dei propri arcaici fantasmi. La famiglia del suo amante Orlando potrà anche respingerla come una reietta, ma nulla la fermerà dal portare avanti la propria personale causa d’amore e libertà di genere.

LoveMeGender 6Se Marina non ha paura di mostrarsi per quel che è - una combattente coraggiosa - l’unica sicurezza di Ramona (Elle Fanning) in “Three Generations” (Gaby Dellal, 2016) è quella di “essere un ragazzo". Cresciuta in un universo femminile e accondiscendente, dove la figura paterna è un’ombra lontana e sconosciuta, nessun limite sembra frapporsi tra lei e il sogno di diventare a tutti gli effetti “Ray”. Ma quella di Ramona non è certo una mosca bianca in un mondo di incomprensioni e ostacoli; anzi. Anche nel film di Gaby Dellal ogni lacrima, ogni giro in skate, ogni atto di bullismo a scuola, nasconde una battaglia personale irta di dolore e incomprensioni.

Altri film, altre storie vi sarebbero da trattare perché la lista dei film sul mondo gender è lunga (“Dallas Buyers Club”, “Tutto su mia madre”, “Breakfast on Pluto”), eppure c’è da sottolineare che alla base di ogni opera non si rileva alcun atto di fumus persecutionis ad accompagnare i protagonisti, quanto una visione interna e umana a questo universo mai totalmente compreso e accettato. Ogni passo che gli uomini e le donne compiono sullo schermo, corrisponde a uno sguardo di indignazione e disgusto che i veri protagonisti di questo universo subiscono nella vita reale. Torti che un medium magico come il cinema che tutto può e tutto rende reale, ha il dovere di mostrare, così da ricordare la vera natura dei protagonisti: non uomini, non donne, ma semplicemente “esseri umani”.

Anche il mondo del fumetto ha dovuto percorrere una lunga strada nel campo della rappresentazione, non stereotipata e non parodica, di personaggi transgender. Il dibattito sugli stereotipi di genere ha attraversato un consistente pezzo della storia del fumetto statunitense come di quello giapponese, che si sono sempre strutturati come un’industria diretta al consumo di massa.

La presenza di personaggi propriamente trans (che non fossero mutaforma, maghi o anche solo macchiette) si è fatta attendere parecchio nel fumetto americano. Soltanto a partire dal 2013 etichette indipendenti come la Image e Boom!Studios e, in seguito, anche realtà più grandi come Marvel Comics e DC hanno cominciato a preoccuparsi della rappresentazione di personaggi trans fedeli alla realtà per una minoranza di lettori, che cercava di identificarsi in modelli positivi.LoveMeGender 13

Nel 2016 la casa editrice AfterShock è assurta agli onori della cronaca per aver inaugurato la serie “Alters”, uno dei primi esempi di superhero comic con protagonista una supereroina transgender, Chalice. Quello che ha reso diverso “Alters” da molti esempi precedenti è stata la cura con cui Paul Jenkins, l’autore, si è preoccupato di di integrare i problemi di identità della protagonista con la narrativa super-eroistica (Chalice può essere se stessa soltanto quando indossa i panni della supereroina). 

LoveMeGender 7Più ancora e prima di “Alters”, però, è stata la volta di “Lumberjanes”, acclamato fumetto per un pubblico di tutte le età, che si concentra su cinque ragazze scout impegnate a risolvere misteri soprannaturali. Una di loro, Jo, nel diciassettesimo capitolo della serie si è rivelata essere una ragazza trans in un toccante discorso con un ragazzino più giovane, altrettanto incerto sulla sua identità.

Anche nell’ambito dei manga giapponesi non mancano opere, anche di successo, che hanno saputo trattare questi temi con delicatezza e intelligenza. È il caso di “G.I.D. – Gender Identity Disorder”, opera del 2006 in due volumi di Yuuko Shouji. Per quanto in uno spazio troppo ristretto per una tematica tanto complessa, G.I.D. ha comunque il pregio di riuscire a parlare in maniera toccante e veritiera delle vicissitudini di Akiko, ragazza di buona famiglia che affronta la difficile transizione da donna a uomo, trovando anche l’amore. Il senso di esclusione da parte della famiglia d’origine, i problemi con la vita quotidiana, il timore di non riuscire a trovare un proprio posto in una società molto chiusa sono temi affrontati, seppure in maniera collaterale, anche da “Paradise Kiss” di Ai Yazawa. Isabella è uno dei comprimari di spicco di questa serie shoujo, decisamente più mainstream, che nel mondo della moda ha trovato la sua dimensione, anche grazie alla presenza di amici che la fanno sentire accettata. Isabella non è soltanto lontana dagli stereotipi ma la sua caratterizzazione non si limita ai suoi problemi di identità: si tratta, invece, di un personaggio a tutto tondo, con desideri di carriera e aspettative di vita complesse.LoveMeGender 8

Degna di nota è poi un’opera molto recente come “Oltre le onde” di Yuhki Kamatani, slice of life che affronta diverse tematiche legate al mondo LGBT nel Giappone odierno. Il punto di forza della serie è proprio evitare gli stereotipi e le feticizzazioni, partendo dai timori del giovane adolescente Tasuku, a disagio con la scoperta della propria omosessualità. Attraverso l’incontro con la “Signora Qualcuno”, Tasuku viene a contatto con tutto un universo di persone – fra cui una coppia lesbica e un ragazzo trans – che, come lui, non rientrano nei rigidi canoni della “normalità” imposti dalla società giapponese. 

La strada per una migliore rappresentazione nei media mainstream è ancora lunga ma il fumetto non si sottrae alla discussione e, anzi, proprio nelle sue enclavi più di nicchia si possono trovare modi interessanti di sviscerare l’argomento. La narrativa resta un ottimo mezzo per creare quell’empatia necessaria ad aprire il lettore e lo spettatore a temi più complessi ma non per questo meno meritevoli di essere affrontati e raccontati.

Di Elisa Torsiello, Giorgia Sdei e Ilaria Vigorito, 11/06/2018

La primavera si tinge del rosa dei fiori di ciliegio giapponesi alla conferenza di VVVVID al Pala Movie del Romics – che si tiene fino al 9 aprile alla Nuova Fiera di Roma. Sono i petali che compaiono nel trailer di lancio dei nove simulcast che domineranno la stagione primaverile della piattaforma italiana di streaming, trailer realizzato da Alessandro Salomone.
Si comincia con ‘Tokyo Ghoul:re’, terza stagione di un franchise animato che proprio VVVVID ha portato al successo in Italia e che ha segnato nel nostro Paese il primato per una serie doppiata solo ed esclusivamente online e mai portata in TV. Si continua con il baseball di ‘Gurazeni’ e soprattutto con il gradito ritorno di due serie che sulla piattaforma hanno già riscosso un certo successo: si tratta di ‘Full Metal Panic! Invisible Victory’ – quarto capitolo della saga – e ‘Steins Gate: 0’ – sequel della serie del 2011 e adattamento dell’omonima visual novel di genere fantascientifico.VVVVID Romics 2
Anche ‘Sword Art Online Alternative’ è un franchise già noto agli utenti di VVVVID, mentre novità assolute sono ‘Dorei-ku – The Animation’ – seinen che affronta i temi della schiavitù e dei rapporti di potere – e ‘Devil’s Line’ – storia sovrannaturale dalle sfumature romantiche fra un mezzo vampiro e una ragazza umana. Riflettori puntati su due titoli che stanno catalizzando le aspettative dei fan: ‘The Legend of the Galactic Heroes’ e ‘Megalo Box’.
Il primo è il nuovo adattamento anime di una serie di romanzi fantascientifici, scritti da Yoshiki Tanaka fra il 1982 e il 1987, che aveva già ricevuto una trasposizione animata in più di 110 episodi fra il 1988 e il 1997. Il secondo, invece, è la rivisitazione ideata per celebrare i cinquant’anni di ‘Rocky Joe’ e che avrà come protagonista un personaggio del tutto nuovo: JD (Junk Dog), che per sopravvivere partecipa a incontri di boxe clandestini nel mondo sotterraneo di Megalobox.
Grande assente la terza stagione di ‘My Hero Academia’, che ha realizzato un grande successo di pubblico con più di due milioni e ottocentomila visualizzazioni, ma per cui le trattative sembrano essere ancora in corso.
Paolo Baronci, CEO di VVVVID, presenta così il palinsesto primaverile del 2018, sottolineando l’attenzione della piattaforma di streaming più social di sempre ai desideri del suo pubblico, ma anche la volontà di scommettere sempre su proposte dalle premesse innovative: la sfida è grande e non sempre le serie scelte riescono a rispettare le attese ma l’offerta dell’animazione giapponese in questo periodo dell’anno si è rivelata ricchissima e non è stato semplice scegliere i candidati giusti per il simulcast dei prossimi mesi.VVVVID Romics 3
La decisione, come Baronci tende a rimarcare, ha portato lo staff a rivedere il trailer con le proposte fino all’ultimo secondo prima dell’inizio della conferenza. Insieme a lui sul palco anche Salomone stesso e Marco Lanforti, ultimo acquisto dello staff. Entrambi sono concordi nel guardare a questa stagione primaverile come a una rinascita: per il primo è simboleggiata dai fiori di ciliegio scelti per il trailer; per il secondo dalla community di utenti che la piattaforma è riuscita a creare in Italia, introducendo la novità del simulcast e riportando nuova linfa al fenomeno dello streaming legale.
Ultima novità della giornata è Casa VVVVID, che Baronci presenta come una possibilità per gli utenti che si dimostreranno più capaci, di accedere agli uffici di VVVVID, per osservarne il lavoro dall’interno e ricevere corsi gratuiti di cinque giorni in recitazione, filmmaking e montaggio, allo scopo di creare quelle figure di professionisti che sappiano comunicare i contenuti al pubblico – e non solo – in maniera efficace.
In chiusura seguono una serie di delucidazioni sulla scelta della piattaforma di affidarsi anche alle richieste del suo bacino d’utenza per decidere quali serie già andate in onda rendere ancora disponibili per il suo archivio online. I giochi sono fatti ma lo staff è già pronto per la nuova sfida: ci sarà da definire il palinsesto estivo e a luglio, spiega Baronci, con un’offerta minore dal Paese del Sol Levante, scegliere le prossime serie per il simulcast non sarà affatto semplice. 

Ilaria Vigorito 05/04/2018

CASTROVILLARI – Ci sono locandine che rimangono impresse nel cuore e negli occhi per la potenza e l’acume che esprimono a distanza di anni. La locandina, per uno spettacolo o per una rassegna, non è solo l’emblema e il frontman dell’intero progetto, non deve riassumere il plot ma passare l’essenza, il punteruolo che ne sta alla base, il pungolo e lo stimolo, il perché che scardina, la riflessione con il sorriso, il dettaglio prima nascosto e adesso evidente. Una locandina è per sempre, fotografa un momento storico, ne imprime le perplessità, i vigori, le istanze, è un concentrato di freschezza e presente, è un’immediata ondata che ti immerge nella catarsi della pièce o del festival. Una locandina deve riuscire, con piccoli tocchi, a delineare il vortice di pdt16energie che stanno alla base della costruzione, dell’ideazione, del fermento che sbatte e gorgoglia nel momento della creazione. E ci sono locandine più riuscite di altre. In questi diciotto anni il festival “Primavera dei Teatri” ci ha sempre abituato a manifesti irriverenti e pensanti, carichi e depositari di una sostanza impalpabile, quella stessa materia che, ad ogni nuovo sguardo, rilascia nuove sensazioni e atmosfere, fornisce nuove parole a scandagliare quella patina di colori e facce, movimenti e gesti arroccati in un rettangolo incorniciato e appeso. Hanno profondità le ideazioni concettuali del trio La Ruina-Pisano-De Luca.
Lo scorso anno avevamo una ragazza sovrappeso, abbastanza hopperiana, che sembrava uscita da qualche pellicola di mafia americana, di protezionismo, una sorta di Marilyn gonfiata, che guarda il vuoto tra rassegnazione e leggera noia. Le gambe un po’ discoste ma senza alcun atteggiamento sessuale né alcun riferimento sensuale, e questo divano dietro, nel suo arancione acceso, che sta, immobile come la giovane signora, in attesa. Andiamo a ritroso.
Pdt14Nel 2015 una bella bambina borghese tutta in ghingheri da festa, come fosse una damigella da matrimonio, offriva una banana, senza alcun timore, ad un gigantesco gorilla; lui sì che era spaventato, seduto accanto a lei sul sofà. C’era scarto e spostamento, quella banana così gialla, e lasciva anche e fallica, passata dalle mani dell’innocenza a quelle delle forza bruta, ribaltando i piani, le aspettative, il consueto modo di pensare.
Pinteriana quella del ’14, con una festa di compleanno andata, evidentemente, a finire male. L’invitato principale, che forse ha festeggiato in solitudine, ha la testa, come colto da malore, infilata dentro la torta a più strati; c’è un solo cappellino e neanche il gusto di un alcolico: solo succo. Ti stringe il cuore.
Nel 2013 un altro essere sovrappeso: un uomo calvo (nessun riferimento mussoliniano, tranquilli) con una sdraio alle sue spalle, guarda una nube minacciosa chepdt13 avanza. Sembra sia scoppiato qualcosa: la terza guerra mondiale, i missili della Corea del Nord, o “soltanto” i fumi cancerogeni dell’Ilva. Sembra che aspetti che questo getto di polvere e detriti, quasi una tromba d’aria calda, lo investa; non scappa, non si muove, accetta asceticamente il suo destino, senza paura: quel che sarà, sarà.
Eccoci al 2012 con un Babbo Natale depresso nonostante la giovane età, in mutande rosse, proprio perché, unica volta, il festival per problemi di finanziamenti era stato forzatamente posticipato a novembre. Un BN senza gioia, le spalle in avanti, curvo, in un clima di festa posticcio, senza enfasi, senza gioia.
Ancora catastrofi nel 2011. Ma non lo possiamo mai derubricare a pessimismo: è sano realismo. Un uomo, in un interno borghese, d’antan con la carta da parati demodè, senza rinunciare a giacca e cravatta, indossa pdt12una maschera a gas. Anche lui si sta preparando all’imminente sconosciuto, ma ben poco roseo, domani.
Nel 2010 uno dei più iconoclasti e irriverenti cartelloni di PdT: una banana che, una volta sbucciata, al suo interno, presenta un grosso peperoncino,pdt11 prodotto tipico calabrese, simbolo e icona caratteriale dei suoi abitanti: la focosità. I riferimenti fallici, ovviamente, si sprecano, ma quel verde del gambo, il rosso del peperone, il bianco dell’interno del frutto, rendono una bandiera italica fondata sull’estro del piccante, sulla legnosità del picciolo, sulla durezza e l’allappante esotico; siamo, anche, un mix di queste caratteristiche.
Scendiamo ancora più giù nel tempo. Nell’edizione 2008 un’inquietante bambola rosso fuoco, dal sapore di Stephen King o che rievocava le nenie di infantili di Dario Argento, ci guardava con fare sorpreso e allo stesso tempo allarmato e preoccupante. Qualcosa stava arrivando, qualcosa stava cambiando. E qua con il passato ci fermiamo.

pdtl17Quest’anno invece la scelta è caduta su un uomo accartocciato su se stesso - potrebbe essere l’Otto del 18 (le edizioni del festival) - appoggiato sul fondo di una piscina a identificare l’infinito ma rannicchiato a protezione, come a non voler sentire quello che arriva e avviene fuori da quel guscio amniotico, placenta ovattante; mentre le gambe sopra (l’Uno), presumibilmente di una ragazza, spinneggiano verso l’alto fuggono, se ne vanno, in cerca di salvezza, volano o più facilmente, potremmo essere sott’acqua, risalgono a prendere aria. Il cielo è sempre più blu. Se riesci a tornare in superficie.

Tommaso Chimenti 03/06/2017

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