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Antichi canti e vaporosi abiti bianchi di piume e perline. Roberto Minervini apre il suo ultimo lungometraggio immergendo lo spettatore nella semi-sconosciuta cultura dei Mardi Gras Indians, la comunità afroamericana che affonda le proprie radici nell’incontro fra gli schiavi e i nativi, fra i bayou della Lousiana. Per raccontare un mondo e una comunità realmente in fiamme, sull’orlo di una crisi istituzionale e sociale a causa del nuovo suprematismo bianco, Minervini decide di non raccontare né Ferguson né Charlottesville, né i “hood” delle grandi metropoli. Entra nel cuore di una cultura nera ancestrale, nello storico quartiere Tremé di New Orleans.

Il suo approccio etnografico si traduce in una presenza silenziosa e mimetica della macchina da presa, obbligando i protagonisti a non interagire mai con l’operatore, per mantenere l’illusione di un occhio invisibile che scruta e assorbe una realtà invadendola nel suo farsi, cercando di comprenderla e di avvicinarsi ˗ come solo il cinema può fare ˗ ai corpi che la animano.
Universalmente acclamato e presentato come un film contro il razzismo nell’America contemporanea, Che fare quando il mondo è in fiamme? è in realtà molto di più. È il racconto della psicologia di una nazione intera che, pur essendo nata come colonia e conoscendo quindi il valore della libertà, non sa e non è disposta ancora a liberare i propri schiavi. È più propriamente una rappresentazione delle conseguenze del razzismo, per questo rimane sempre all’interno della prospettiva afroamericana, indagandone la paura, la rabbia e le forme attive e persistenti di resistenza.

I grandi temi di questo documentario, infatti, sono quelli che apparentemente passano in sordina, ossia l’assenza dei “padri” a causa dell’incarcerazione di massa; la drug war degli anni Ottanta e Novanta, con i suoi disastrosi effetti oggi sulla salute e la tutela di soggetti sociali deboli come i tossicodipendenti; la progressiva gentrificazione che, incrementando il valore degli immobili nei quartieri storicamente neri, causa un aumento inevitabile dei senzatetto e, non ultimo, il ruolo della donna afroamericana e la disumana violenza sul soggetto femminile all’interno di una più ampia cultura classista, razzista e sessista. Non a caso, fra tutti i volti e le storie che compongono l’opera di Minervini, il nucleo indiscusso è Judy Hill, una donna forte, dal passato molto duro e un presente instabile, un “personaggio” incredibilmente potente, in grado di regalare al film momenti intensi di verità.

Ogni persona davanti alla macchina da presa, comunque, non racconta solo una storia di oppressione, mostra anche ogni forma possibile di reazione. Così accanto alla comunità di Tremé, al Grande Capo Goodman con le sue piume da indiano e ai due fratellini, Ronaldo e Titus, alla ricerca di modelli maschili e paterni per crescere, Minervini mostra anche le attività del New Black Panther Party in Mississippi, portando alle orecchie degli spettatori non solo i vecchi slogan del 1966 ma anche i nomi di Alton Sterling e Trayvon Martin o Philando Castile ed Eric Garner. Nomi che è necessario ricordare e conoscere in generale per comprendere l’effettiva e ingiustificabile gravità di questo mondo in fiamme, ma le cui morti, nello specifico del film, servono a comprendere la cruda scena dello scontro con la polizia, nemmeno in questo caso intimidita dalla una telecamera accesa.

Lo sguardo di Minervini, impreziosito dalla stupenda fotografia di Diego Romero, costruisce quindi un ritratto sincero e privo di censure, una presa diretta su una realtà da approfondire se si intende capire l’inguaribile squarcio fra la cultura bianca dominante e quella afroamericana in una società così contraddittoria come quella statunitense.

Valeria Verbaro, 12/05/2019

 

Primo premio all’ultimo Festival di Guadalajara, per le luci di García-Alix e le sue ombre, Alberto García-Alix: la linea de sombra (2017) di Nicolás Combarro è in programma alla 12° edizione del festival del cine español, dal 2 all’8 maggio 2019 a Roma, cinema Farnese. Un film su un artista, esito di una conoscenza di molti anni tra fotografo e regista, che risale al 1993. Un documentario e un’autobiografia girato in bianco e nero, proprio come le fotografie di García-Alix, e la sua voce fuori campo che ci conduce attraverso il documentario. Non c’è altro modo che la prima persona, per chi si racconta, di raccontare la sua storia e articolare una visione che è necessariamente sempre propria. Quello di Nicolás Combarro e Miguel Ángel Delgado, il regista e il produttore del film, è stato un viaggio affascinante, non soltanto nella fotografia, ma negli avvenimenti che hanno costruito la memoria delle immagini negli occhi, delle moto e degli aghi in vena: immagini tormentose e dolci della giovinezza, del rock e dell’eroina. Più costruite e fisse le fotografie, più nudi e fluidi i fotogrammi del film. Alberto García-Alix comincia il documentario affermando che c’è sempre qualcosa di inafferrabile che il fotografo, nell’immagine, non riesce a catturare. La linea d’ombra è un colpo di luce, una fotografia che è il limite irrappresentabile del ritratto. Come la fotografia immaginata del fratello morto, Willy. Come quella mai scattata al seno nudo della nonna che il nipote è incapace di fotografare, che rivela pudore (scena tagliata). La scena dello sviluppo delle fotografie in virato rosso, nella camera oscura, è un filmato in infrarossi – come accade per lo sviluppo di una foto, dove succede quello che succede – del quale l’esito del girato era celato. 
La sua fotografia evoca una distanza emotiva che è fondamentale per capire la profondità di questo artista. Eppure, il momento che lo avrebbe definito e che lo trasformerà in un fotografo coincide con una promessa d’amore: «Amavo una donna, avrei fatto qualsiasi cosa per lei. Le dissi che ero fotografo e lei mi ha creduto. Poi lei mi disse che c’era bisogno di soldi per mangiare. Allora presi i rullini ed entrai in laboratorio. Guardavo e pensavo: amerò questo lavoro? Mi piace o non mi piace? La fotografia fin da subito mi ha obbligato a una riflessione». Alberto riflette sulla parola e sull’immagine attraverso una forte capacità narrativa quando parla, compositiva e descrittiva quando guarda. Le video creazioni che si vedono nella sequenza alla fine del film sono di Alberto, le quali mantengono il formato originale in 4/3 o 16/9, volutamente in contrasto con il formato del film in 4k. Cosa potremmo sapere, immaginare o ricordare della sua Leica se non ci fossero, stampate nei nostri occhi, le foto di un autodidatta testimone della Movida madrilena di nome Alberto García-Alix?

Elvia Lepore  07.05.19

“I tradizionali ritratti mediatici di Bannon come una super mente o un terribile persuasore non mi convincevano e volevo avere un approccio critico che andasse al di là della sua immagine superficiale. Sentivo di avere una grande responsabilità: se non avessi potuto stare dietro le quinte e avere quindi accesso ad alcuni momenti di vita veramente rivelatori del personaggio Bannon, avrei certamente abbandonato il progetto”. The Brink 2

Smitizzare Steve Bannon. Questo, nelle sue parole, è l’obiettivo che si è posta la regista americana Alison Klayman con The Brink – Sull’orlo dell’abisso, il suo ultimo documentario, dal 29 aprile nei cinema italiani, distribuito da Wanted Cinema e Feltrinelli Real Cinema. Per farlo la Klayman ha seguito l’ex-stratega della campagna elettorale di Donald Trump dall’autunno del 2017 all’autunno del 2018. Era il periodo della “cacciata dal tempio” di Bannon, costretto a dimettersi dal suo ruolo di stratega ma finalmente libero di muoversi come un soggetto indipendente. È l’arco di tempo in cui l’ex-banchiere di Goldman Sachs, ex-imprenditore cinematografico, ex-direttore del giornale online destrorso Breitbart News ha viaggiato molto da uno Stato europeo all’altro, con l’obiettivo dichiarato di creare una rete internazionale di supporto ai partiti populisti e sovranisti, per unificarli e assicurarne il successo alle prossime elezioni europee di maggio 2019.

Di questo docufilm prima di tutto tocca sottolineare che lo sguardo della regista non è affatto neutro, nonostante la scelta di rappresentare con onestà la vita privata di Bannon, piuttosto che realizzare un film di denuncia a-là Michael Moore. Allo spettatore viene mostrato non solo l’imprenditore e il politico ma anche l’uomo, nei suoi momenti più ridicoli e triviali – dall’autoironia costante ai beveroni di verdure che ingurgita per dimagrire. Ai tempi del suo lavoro per Trump lo avevano definito un “Jabba the Hut ubriaco” e, mentre Bannon riporta questo commento di fronte alla telecamera della Klayman, si intravede forse la crepa più profonda e sincera nella sua maschera di sardonica sicumera. La sua ossessione per una figura prestante ormai sfiorita riaffiora quando sfoglia sullo schermo del pc le foto della sua gioventù, ai tempi dell’università. Sono quei piccoli particolari che ricordano allo spettatore che Steve Bannon è un essere umano, sì, ma più che spingerci a simpatizzare creano un contrasto ancora più agghiacciante con gli scopi politici del suo incessante lavorio.

D’altronde Bannon, prima che stratega politico, è stato (anche) a capo di un’azienda di distribuzione cinematografica indipendente – ce lo ricorda lui stesso, parlando di “Torchbearer”, film di cui lui stesso è stato regista. E davanti allo sguardo dell’obiettivo si comporta di conseguenza. Non solo sui palchi, dove porta avanti le sue idee di “nazionalismo economico” e di una politica condotta seguendo gli stessi dettami imposti dal mondo dell’alta finanza. Anche nelle pause, nei fuori onda, nei trasbordi in auto o in jet privato, Steve Bannon assume pose esagerate, comportamenti sopra le righe, ammicca al futuro spettatore del suo documentario.

“Questo film mi farà a pezzi,” esclama più di una volta, quando si rende conto all’improvviso che la Klayman ha immortalato lui e il suo entourage mentre si fa ospitare soltanto in hotel a cinque stelle – lui che pure appoggia e promuove la retorica della politica fatta per il popolo da “uno di loro”. Ma lo fa con un’ironia e una leggerezza che fanno sospettare che si compiaccia anche di essere protagonista di un’opera tanto critica nei suoi riguardi, come se anche The Brink fosse parte del suo piano di promozione personale.

È la sensazione allarmante che coglie lo spettatore quando chiede ad Allison Klayman: “Cosa farebbe Leni Riefenstahl? Come taglierebbe questa scena?” e i riferimenti al regime nazista non finiscono qui. Il documentario si apre, in modo agghiacciante, con una considerazione ammirata di come la macchina nazista abbia prodotto, in accordo con le più importanti aziende dell’epoca (e snocciola nomi come Mercedes, Krupp, Hugo Boss) una formidabile struttura industriale di omicidio di massa con la realizzazione di Birkenau.

The Brink 3Non è solo questo l’aspetto più spaventoso di Bannon, non l’ammiccare ai partiti neofascisti, ai suprematisti bianchi, ai razzisti di ogni angolo del mondo occidentale. È la sua considerazione della politica come di un mercato finanziario, la sua conduzione di un progetto per creare una “minoranza solida” di partiti populisti che si facciano eleggere e poi smantellino lo Stato, una volta arrivati al potere, a lasciare ancora più sconcertati. The Brink è un docufilm e come tale la Klayman ha dovuto pur compiere un lavoro di taglia e cuci. E i frammenti che ha scelto di mostrare sottolineano come Steve Bannon si comporti da imprenditore del mondo dello spettacolo persino mentre fa politica.

Ci sono l’amicizia con John Thornton – ex-presidente di Goldman Sachs – o i contatti con lo sfuggente miliardario cinese Guo Wengui. E c’è il modo in cui manipola i fatti e riscrive costantemente la sua più conveniente versione della realtà a dare l’impressione che la forza di Bannon sia dovuta soprattutto a questo. L’abilità di comunicare al pubblico le verità più comode per questo movimento di “nazionalismo economico”, di costruire un personaggio che faccia parlare di sé. Soprattutto, di tirare le corde giuste per spingere le maggiori testate a parlare delle sue imprese, bypassando il problema della carenza di fondi. Bannon è abile nel giocare anche con un pubblico ostile, così come nel conoscere i punti deboli dei media, che si diverte a sfruttare come megafono dei suoi messaggi.

Ma Steve Bannon è anche un essere umano e la sua fragilità e i suoi limiti risaltano più di una volta: Allison Klayman coglie più di un’occasione per mostrare i momenti in cui le domande incalzanti di questo o quel giornalista mettono in crisi la sua parlantina e la facilità con cui snocciola i suoi slogan. Insiste, ancora di più, quando immortala la disfatta che segue alle elezioni USA di mid-term dello scorso autunno: Bannon è un uomo stanco, deluso, che sa di aver perso parte dell’appoggio – politico e finanziario – con una sconfitta che consegnerà a Trump un parlamento decisamente ostile ai suoi tentativi di riforma e, soprattutto, al suo obiettivo di costruire il famoso muro al confine col Messico. The Brink 4

La Klayman ci ha voluto mostrare l’uomo ma certamente non approva nulla di ciò che Steve Bannon ha fatto e rappresenta. “All’inizio di lui non ne sapevo abbastanza per dover cambiare qualcosa della mia opinione, però dopo un anno in sua compagnia sono ancora più critica verso di lui,” è la sua risposta, a chi gli chiede se la sua opinione è cambiata, dopo aver trascorso un anno in compagnia dell’ex-stratega di Donald Trump. Il risultato è un documentario con una sua personalità ben distinta, difficile da digerire. Non perché non sia ben confezionato, tutt’altro: tagli, musiche, cambi di scena, sovrapposizioni di parole e immagini avvengono al momento giusto, senza mai rallentare il ritmo della narrazione. Semmai è il contenuto a disturbare e irritare profondamente chi non è fan di Bannon.

The Brink è, sopra ogni cosa, uno strumento utile a chiunque voglia capire meglio non soltanto la politica americana ma anche quella europea. Alla vigilia delle elezioni europee è un documentario da non perdere, anche per non sottovalutare i movimenti sovranisti che stanno agitando la scena nazionale e internazionale. Bannon, archiviate le elezioni di mid-term, è di nuovo in Europa, sull’orlo di sempre troppi impegni ma determinato a portare fino in fondo la sua visione politica.

Ilaria Vigorito  12/04/2019

Sono passati appena due giorni dal trionfo agli Oscar di Bohemian Rhapsody, film biografico dalla lunga e travagliata gestazione sulla vita di Freddie Mercury e celebrativo della carriera dei Queen, che ha vinto quattro statuette, tra cui quella come migliore attore protagonista a Rami Malek. Il film è uscito il 24 ottobre nel Regno Unito, il 29 novembre in Italia, ed è ancora programmato nelle sale. Un successo senza precedenti, che ci si poteva aspettare dopo una complicata storia costellata da cambi di regista, litigate sul cast, incognite su chi avrebbe interpretato il mitico Freddie Mercury. In occasione del trionfo agli Oscar 2019, Rai 5 ha proposto il 27 febbraio in esclusiva il documentario Queen: Days of Our Lives, che racconta la storia del celebre gruppo inglese dagli esordi fino ai giorni nostri. Il documentario si avvale di numerose interviste, testimonianze degli addetti allo staff personale e musicale dei Queen, produttori, tecnici, giornalisti, oltre a mostrarci numerose riprese originali d’archivio degli stessi artisti. A segnare la continuità di Queen: Days of Our Lives con Bohemian Rhapsody è anche la scelta del doppiatore di Freddie Mercury nella versione italiana del documentario: si tratta infatti di Stefano Sperduti, già voce di Rami Malek nel biopic.
Il documentario parte dagli anni Settanta, periodo d’esordio della band, e non fa sconti sulle difficoltà che ebbero i Queen ad affermarsi anche solo nel territorio nazionale. Sono gli anni del punk, e le sonorità barocche, classiche e raffinate dei primi Queen suonano come un’inversione di rotta in una scena musicale che vuole rottamare i vecchi padri del rock. Veniamo a conoscenza di numerosi aneddoti, come di una rissa sfiorata tra Freddie e nientemeno che Sid Vicious, che registrava nello studio accanto al loro, conclusasi con quest’ultimo spinto contro il muro dal frontman dei Queen. Lo stesso Freddie ce lo racconta in un’intervista d’archivio, dicendosi divertito del fatto che Sid non si aspettasse che uno come lui potesse tenergli testa.

Il fuoco di paglia del punk si esaurisce, i Queen rimangono: ma non hanno vita facile per tutti gli anni Settanta, anche a causa di un sempre controverso rapporto con la stampa, problema che si trascineranno per tutta la loro decennale carriera. La stessa Bohemian Rhapsody, lo abbiamo visto anche nel film, viene stroncata dalla critica, e persino da Elton John, che afferma che non vedrà mai la luce in radio. I Queen riescono, dopo otto lunghi anni, nell’impresa di prendersi l’America, sfornando hit perfette per il mercato yankee, dimostrando come la loro forza sia sempre stata nell’amalgama delle loro soggettività di artisti, piuttosto che nella leadership di un singolo componente sugli altri. E questa particolarità consente loro di rimettersi sempre in studio insieme a comporre, anche dopo essersi separati per intraprendere strade soliste. La grande occasione di tornare ufficialmente insieme di fronte a tutto il mondo è il Live Aid, ma quello è solo un altro punto di partenza per l’ultima fase del loro lavoro insieme, che è anche la più toccante.
Il documentario non si sofferma troppo sulla malattia di Freddie, ma sceglie di presentare la figura del leader dei Queen per quello che è: un guerriero che fino alla fine ha lottato con l’unica arma che aveva a disposizione, la musica. Brian May ricorda con affetto la figura dell’amico e compagno di molte avventure, descrivendolo come una persona tenace, che non si è mai lamentata della sua condizione e che ha vissuto una vita al massimo, accettando tutto ciò che ne seguiva. È sua, infatti, la frase di epitaffio sulla statua di Freddie a Londra, “Lover of life, Singer of songs”.
Queen: Days of Our Lives è un doveroso tributo e omaggio alla storia dei Queen, raccontata dagli stessi protagonisti con onestà, ironia, malinconia e orgoglio. L’orgoglio di chi sa di aver scritto la storia, la malinconia di chi è consapevole che il suo diamante più prezioso è andato perso per sempre, ma mai dimenticato.

Per chi si fosse perso la diretta, sarà possibile rivedere il documentario sul sito di RaiPlay.


Giulia Zennaro, 27/2/2019

Correva l’anno 2000 quando Pina Bausch sorprese pubblico e ballerini con una nuova e inaspettata versione over 65 della sua celebre coreografia “Kontakthof”, letteralmente “luogo d’incontro”. I passi erano rimasti esattamente quelli messi in scena dal suo gruppo storico, il Tanztheater Wuppertal. L’atmosfera però era completamente diversa. La ricerca del contatto uomo-donna, l’eterna rincorsa verso l’altro si tingeva, nelle mosse di questi danzatori ormai avanti con gli anni, di un sapore nostalgico e malinconico - senza mai, però, rinunciare a una velata ironia. D’altronde, si sa, che da anziani torniamo tutti un po’ bambini.

Oggi come allora, un malinconico spirito fanciullesco domina anche “Una jeune fille de 90 ans”, documentario di Valeria Bruni Tedeschi e Yann Coridian, in cui danza, terza età e il loro reciproco rapporto hanno raggiunto il massimo sviluppo. Di anni, infatti, ne sono passati quasi venti da quella rivoluzionaria intuizione della Bausch. Nel frattempo molte cose sono cambiate: da un lato l’arteterapia in tutte le sue varianti, compresa la danza, si è radicata sempre di più come forma ausiliare di trattamento, dall’altra siamo tutti testimoni di come, l’aumento dell’età media abbia portato con sé una serie di problematiche alle quali stiamo iniziando gradualmente ad approcciarci, ma siamo ancora lontani dal trovarne una risposta certa. Sempre più anziani sono soli, mentre aumentano le malattie legate all’invecchiamento, prima fra tutte l’Alzheimer, definita da molti esperti l’emergenza della nostra epoca.

Ecco dunque che la sala d’incontro del "Kontakthof" – forse un oratorio o un circolo per anziani – lascia qui spazio a un vero e proprio reparto geriatrico di un ospedale francese, il Charles Foix d’Ivry-sur-Seine, nei pressi di Parigi, dove i pazienti malati di Alzheimer sono stati coinvolti in un laboratorio di danza condotto dal coreografo di fama internazionale Thierry Thieû Niang. Anche dal punto di vista tecnico, la narrazione di quello che a tutti gli effetti è un vero e proprio esperimento sociale è al passo coi nostri tempi: i registi e il coreografo hanno scelto infatti di testimoniare il tutto tramite un documentario, genere che sta godendo di un rinnovato successo, dal cinema alla televisione. Anzi un documentario estremo, lo si potrebbe considerare. Una narrazione in fieri, in cui gli autori e le telecamere seguono gli sviluppi del percorso, giorno per giorno, senza un copione, senza espedienti per forzarne la trama, che, ad un certo punto, prende un risvolto talmente inatteso, da essere definito dagli stessi «un miracolo». Blanche Moreau - la «jeune fille» di 92 anni, che, alla luce del profondo rapporto instauratosi tra lei e Thierry, è diventata inevitabilmente la protagonista assoluta del film – si innamora del coreografo e, nel crepuscolo della sua spoglia stanza d’ospedale, gli confessa «je t’aime».une jeune fille de 90 ans 6

Un’unione indissolubile tra film e realtà, tra arte e vita, dove i confini sono estremamente labili e spesso sensibili. Ecco perché il documentario, pur nella sua impeccabilità tecnica e nella sua intensità tematica, non è stato esente da critiche, in primis dal punto di vista morale. Ci si è chiesti soprattutto fino a che punto fosse lecito filmare dei pazienti che, proprio a causa della loro malattia, erano per lo più inconsapevoli di essere ripresi e regalavano momenti preziosi e intime memorie a un vasto pubblico di sconosciuti. Certo, è vero che - come ha raccontato lo stesso Coridian in occasione della presentazione del film al Nuovo Cinema Sacher di Roma il 5 aprile scorso, durante la sesta edizione del Rendez-Vous – Festival del nuovo cinema francese – durante la proiezione molti di loro non si sono neanche riconosciuti. Però la questione è talmente delicata che risulta particolarmente difficile condurne un dibattito etico. Sarebbe probabilmente più facile, invece, analizzare dal punto di vista medico gli effetti che il laboratorio ha avuto sui pazienti coinvolti- positivi e negativi. Il tutto è durato infatti solamente sei giorni – il tempo delle riprese – e poi ognuno è tornato alla sua vita. Sicuramente l’approccio alla danza, i metodi dolci e pazienti di Thierry, il contatto con l’altro e la distrazione da una routine malata, hanno portato, durante il seminario, a degli evidenti benefici, visibili nello stesso film. Ma che ne è stato dei pazienti una volta smontato il set? La magia per gli artisti era finita, la vita, lì all’ospedale, per i pazienti continuava.

Tanti quesiti rimangono dunque aperti, non solo dal punto di vista delle scelte di ripresa. Il messaggio che il documentario ci trasmette è, infatti, forse ancora più forte di ogni questione etica o medica. La raffigurazione cruda e poetica della fine vita, della quarta età e di una malattia come l’Alzheimer – temi sempre più attuali, ma cui la nostra società sembra cercar solo di fuggire – non può che tenerci a bocca aperta, dalla prima all’ultima scena. Si rimane senza parole, scossi, commossi, divertiti e turbati, in vortice di sentimenti che si stagliano in una dimensione spazio-temporale sospesa per 85 lunghi ma intensi minuti. E che fuori stia scoppiando la primavera, che i fiori di pesco siano en pendant con i manifesti del Rendez-Vouz proprio ce ne dimentichiamo.

Virginia Zettin 27/04/2018

Geniale, incompreso, radicale, innovativo, unico. Van Gogh è sicuramente uno degli artisti più controversi e interessanti che abbia mai attraversato questo mondo e tanto è stato detto su di lui e sulla sua arte. Il documentario diretto da Giovanni Piscaglia e scritto da Matteo Moneta, “Van Gogh. Tra il grano e il cielo”, offre uno sguardo nuovo e parte dal lascito della più grande collezionista delle sue opere, Helene Kröller-Müller, per raccontare l’unione spirituale di due anime affini, dominate entrambe dal tormento e dall’inquietudine. I due non si incontrarono mai in vita ma condivisero la stessa tensione verso l’infinito e la ricerca forsennata di una dimensione religiosa pura. L’occasione per ripercorrere l’intensa parabola artistica di Van Gogh è la mostra curata dallo storico dell’arte Marco Goldin e allestita alla Basilica Palladiana di Vicenza, che raccoglie 40 dipinti e 85 disegni provenienti dal Kröller-Müller Museum di Otterlo, in Olanda. La delicata voce di Valeria Bruni Tedeschi accompagna l’intero racconto attraverso le tante lettere scritte da entrambi nella loro vita. Ripresa all’interno della chiesa di Auvers-sur-Oise, la stessa dipinta da Van Gogh qualche settimana prima di suicidarsi, l’attrice ci porta per mano lungo i principali periodi dell’attività del pittore. Dagli anni olandesi, dominati dai colori scuri, terrosi, che richiamano le scene di vita contadina così magnificamente ritratte, si passa al periodo parigino dove Van Gogh sperimenta soluzioni mai provate da nessuno. Scopre Seurat, conosce Signac ed è subito l’esplosione del colore.

Gli accostamenti cromatici della pittura a piccoli tocchi degli Impressionisti e ancor di più dei Post-Impressionisti viene portata ai massimi livelli espressivi, segnando lo stile unico che lo ha reso indimenticabile. Ma è solo sotto il sole di Arles, in Provenza, che il pittore si perde nella luce e nell’estasi della pittura en plein air. Sarà il periodo più felice di Van Gogh, che di lì a poco manifesterà le prime crisi che lo porteranno prima al ricovero e poi al suicidio. Al viaggio dentro la mostra, che dà un grande rilievo anche al disegno nella pratica artistica del pittore, si affianca quello in alcuni dei luoghi più importanti per la sua arte, oltre a una serie di riprese del Kröller-Müller Museum. Sfortunato in vita, Van Gogh poteva facilmente essere dimenticato insieme alle sue opere se non fosse stato per Helene Kröller-Müller che con la sua collezione è riuscita a restituirgli l’affetto e il riconoscimento che non aveva avuto in vita. Van Gogh è per lei un esempio da seguire, qualcuno in cui riconoscersi. Una delle donne più ricche d’Olanda, Helene Kröller-Müller dopo un viaggio in Italia, tra Milano, Roma e Firenze decide di fondare un museo per condividere con gli altri la serenità e il conforto che trae dall’arte. Convinta che l’arte si gusti meglio solo lontano dal tumulto della città, lo pone immerso nel suggestivo bosco di una vasta riserva naturale e, oltre alle opere di Van Gogh che occupano il cuore del museo, all’interno si trovano capolavori di Picasso, Seurat, Signac mentre all’esterno un grande parco della scultura accoglie lavori di Rodin, Moore, Fontana e molti altri. Distribuito da Nexo Digital, “Van Gogh. Tra il grano e il cielo” (al cinema solo il 9-10-11 aprile) ci avvicina quindi alla tormentata vita del pittore che forse più di ogni altro ha influenzato l’arte del XX secolo e lo fa narrandoci l’intreccio indissolubile di arte e vita che ha condiviso con la sua più grande ammiratrice.

Giorgia Sdei 31/03/2018

 

Giorgia Sdei

30/03/2018

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