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Un telefono squilla al centro di una sala da biliardo illuminata da sgargianti insegne al neon. Dall’alto, la macchina da presa volteggia, fa un mezzo giro su se stessa per poi scendere lentamente ad altezza uomo, svelando la natura dell’ambiente circostante: uno straniante upside down in cui il tavolo da biliardo è in realtà attaccato al soffitto, capovolto, così come gli scaffali di liquori alle pareti e un jukebox, che di lì a poco si azionerà emettendo la rassicurante voce di Petula Clark sulle note di Downtown. Inizia così una delle scene più suggestive, oniriche e coinvolgenti di “Escape Room” diretto da Adam Robitel, in sala dal 14 marzo. Siamo a metà del film, nella terza stanza per la precisione, e la storia si è già lasciata alle spalle alcuni dei sei personaggi iniziali. Non è uno spoiler perché in “Escape room” - survival horror con sfumature thriller in cui un variegato gruppo di persone si ritrova a propria insaputa intrappolato in un gioco di morte - tutto è facilmente prevedibile dal principio. Manipolando questa sua intrinseca ovvietà di fondo, il film si prende la libertà di spostare i suoi pezzi a piacimento e, proprio come nella costruzione di un puzzle, partire dalla fine. «Acta est fabula», si legge sullo stipite della porta che l’ultimo superstite deve attraversare per raggiungere la salvezza. Tutto si svela sfrontatamente agli occhi dello spettatore a priori, compreso il finale che non lascia dubbi sulla futura realizzazione di un sequel e magari, di un franchise di successo. Il dramma si è concluso, eppure ricomincia come preda di un’illusione ottica in cui la vista incappa senza possibilità di fuga.escape room movie

Ed è proprio lo sguardo a imporsi come uno degli elementi portanti, non solo perché i personaggi devono letteralmente aguzzare la vista per trovare gli indizi per uscire sani e salvi da ogni stanza prima dello scadere del tempo, ma anche perché, la presenza di telecamere che controllano le loro azioni alimentano una riflessione sul ruolo stesso di chi guarda: quell’idea sadica alla base della visione cinematografica che fa dello spettatore il vero gamemaster della storia, nel genere horror più che altrove. E dunque, i personaggi di “Escape room” sono come delle pedine su una scacchiera, la loro esistenza stereotipata, le virtù e i vizi che incarnano - lo spirito di sacrificio, l’individualismo feroce da colletto bianco alla “American Psycho”, il senso di giustizia - così come i loro traumi (guerre e schianti aerei), sono propri di un immaginario codificato da tempo. In particolare, se da un lato il film si erge sui canoni di un genere che da “The Game” di Fincher arriva alla saga di “Saw” passando per i vari “Final destination” e ritornando a “Cube” di Vincenzo Natali, dall’altro esso aggiunge qualcosa di nuovo. Nel mutato contesto odierno in cui le escape room si impongono come modelli di intrattenimento alternativo al cinema, il film alza la posta in gioco riportando il concept dell’esperienza immersiva in un’immagine che fa leva su tutte le potenzialità del suo artificio. Si spiega così la superficialità con cui è tratteggiato il mondo esterno, appositamente banalizzato allo scopo di dare maggior risalto a quelle suggestive atmosfere virtuali, attraversate da movimenti di macchina da capogiro, grazie alle quali ogni stanza diventa un universo in cui immergersi e magari, osservando con attenzione, partecipare alla sfida.

Angela Santomassimo 01/03/2019

Jason Reitman torna alla regia con The Front Runner, un film un po’ biopic e un po’ docudrama in cui Hugh Jackman interpreta Gary Hart, candidato democratico alle presidenziali americane del 1988 travolto da uno scandalo sessuale che ha rivoluzionato il modo di fare giornalismo in America e non solo.
Dopo un risultato mediocre alle precedenti elezioni, il senatore del Colorado Gary Hart parte da favorito nella lotta interna tra i democratici. Hart si fa paladino della denuclearizzazione, di una riforma economica e di politiche di inclusione sociale, creando un nutrito seguito di giovani ammiratori che si offrono volontari per la sua campagna. Il suo fascino e’ irresistibile: per chi lavora con lui, per i giornalisti e soprattutto per le donne.
Hart, infatti, che davanti alle telecamere si mostra uomo moralmente integro che crede ciecamente nella famiglia e nella separazione della vita pubblica e privata, viene scoperto con un’amante dai reporter del Miami Herald, giornale con bassa tiratura che preferisce la cronaca sportiva a quella politica. Il caso si ingrandisce a tal punto che anche il Washington Post e’ costretto a seguirlo pur di “stare sulla notizia”, trasformando Hart nella vittima di un linciaggio mediatico che sancisce la fine della sua carriera politica.
“Nessuno ci obbliga a pubblicarle” dice il giovane AJ (Mamoudou Athie), reporter di belle speranze del Washington Post, quando un anonimo mittente fa recapitare delle foto incriminanti del senatore Hart. Emblematica la risposta del caporedattore Ben Bradlee (Alfred Molina): “Invece sì AJ, adesso sì”. Quell’ “adesso” diventa il simbolo di una rivoluzione mediatica epocale, vale a dire la nascita di un giornalismo che abbassa il livello del dibattito politico portandolo a quello di chiacchiera da bar, imponendo di trattare gli esponenti politici come star hollywoodiane da pedinare e paparazzare in ogni dove.front runner 2
La condotta “morale” di un candidato politico dovrebbe essere rilevante a livello mediatico? Fino a che punto la vita privata di un personaggio pubblico può e deve essere indagata?
Sono queste le domande che Reitman pone, mostrando come spesso la corruzione morale degli accusatori non sia così lontana da quella degli accusati. I media sono sempre al centro dell’attenzione, sin dalla sequenza iniziale in cui mentre si svolge un comizio lo sguardo finisce non sui protagonisti apparenti, i candidati intervistati, bensì sui reali protagonisti della macchina mediatica, i cronisti.
Reitman, gia’ apprezzato per Thank you for smoking (2005), Juno (2007) e Tra le nuvole (2009), si affida a un gioco di primi piani e zoom conferendo un taglio documentaristico al film che, grazie anche a dei dialoghi mai banali o retorici, gli permette di ottenere una buona riuscita in fatto di realismo e verosimiglianza. Il problema piu’ grosso rimane forse nel ritmo, appesantito da una prima mezz’ora povera di dinamismo narrativo e da uno sviluppo macchinoso che impedisce di apprezzare al massimo un film altrimenti valido per contenuto e recitazione.


Marco Giovannetti  01/03/2019

Photo credits: Mymovies

Can you ever forgive me? (titolo originale del film diretto da Marielle Heller), è un lungometraggio equilibrato, realizzato con un gusto discreto; un biopic garbato, fin troppo, e per questo carente di personalità. L’interpretazione di Melissa McCarthy (candidata all’Oscar come migliore attrice) è forte, accurata, e non tralascia la coniugazione intelligente di malinconia ed ironia che pervade la vita di Lee Israel, in una città in cui la luce del giorno si dimentica in fretta, ed è subito sera, in qualche bar di periferia. Ma, purtroppo, non basta. copia1

Il film è tratto dalle memorie omonime di Lee Israel (New York, 3 dicembre 1939 – 24 dicembre 2014), una donna che a causa della sua forte personalità ha sempre avuto qualche problema: scrittrice, giornalista e biografa di successo negli anni ’60 e ’70, che, dopo una serie di errori letterari, e soprattutto per colpa di un carattere scontroso e una deriva nell’alcol, cade in disgrazia: i suoi libri vengono svenduti nella New York del 1991 non importa più a nessuno che un suo libro sia apparso nella lista dei best sellers del New York Times.
Rimane bloccata davanti ad una macchina da scrivere ed un foglio bianco, la sua impasse si manifesta nel lavoro come nei rapporti personali, la donna infatti non ha il coraggio di impegnarsi in una relazione stabile (tanto che la sua storica compagna la abbandona) e soprattutto non è il tipo di scrittrice che riesce ad affascinare un uditorio con storie brillanti, durante un cocktail organizzato da qualche ricco agente letterario. “Non ha la sicurezza di un uomo bianco mediocre” che le permette di essere sé stessa (a proposito del macho Tom Clancy e dei suoi libri scritti in serie). Le rimangono accanto un compagno di bevute e una vecchia gatta malata.

La salvezza, o condanna, alla sua situazione avviene grazie ad una scoperta fortuita: durante una ricerca in biblioteca su Fanny Brice, trova due lettere tra le pagine di un volume impolverato e decide di venderle. Scopre che le corrispondenze di personaggi celebri ormai scomparsi hanno un notevole valore di mercato, soprattutto se le lettere sono brillanti, originali. Lee, sopraffatta dalle nuove convenzioni del mercato letterario, intraprende un impiego come falsaria, e ciò le permette di esprimere la sua personalità attraverso la voce di Noel Coward, Dorothy Parker, Lillian Hellman, nonché le sue sottovalutate capacità creative.

Crea un circuito di vendite realizzando oltre 400 falsi e sempre con maggiore attenzione ai dettagli, ma la sovrapposizione di personalità diverse non azzittisce la sua, che lentamente si fa spazio nelle lettere contraffatte, destando qualche dubbio sull’autenticità delle stesse; è ciò che succede quando un esperto di Noel Coward si insospettisce riguardo ad una lettera troppo esplicita sulla sua sessualità, improbabile in un periodo in cui sarebbe stato condannato o punito con una pena detentiva (Coward, produttore, commediografo e regista britannico, morto nel 1973, era omosessuale). Questo evento contribuisce ad una veloce battuta d’arresto del successo inebriante nel creare scambi biografici migliori di quelli reali. La scrittrice verrà condannata a sei mesi agli arresti domiciliari e cinque anni di libertà vigilata, ma non si pentirà mai di essere stata una “Dorothy Parker migliore di Dorothy Parker”.

Tutto questo è presente nel film ma si sbiadisce raccontandosi, non c’è nulla di sgradevole o scorretto: il cast funziona, così come la regia poco invadente, ma la sceneggiatura, seppur fedele, è sotto tono e non riesce mai a coinvolgere, sembra quasi che abbia paura di raccontare o si astenga deliberatamente dal farlo.

 

Silvia Pezzopane

27/02/2019

qui il sito ufficiale del film

photo credits: Mary Cybulski - © 2018 Twentieth Century Fox Film Corporation

Uscirà il 21 febbraio nelle sale italiane Cold Pursuit, tradotto Un uomo tranquillo (secondo una logica che riduce all’osso il senso di un titolo così emblematico). Il regista è il norvegese Hans Petter Moland, definito il "Ridley Scott della Norvegia", che qui tenta l’esperimento di un remake del suo acclamato thriller norvegese del 2014, In ordine di sparizione, con un cast diverso e il tentativo di americanizzare il suo umorismo glaciale.

Il film racconta la storia di una vendetta spietata da parte di un padre che ha perso suo figlio a causa di un gruppo di surreali narco-trafficanti locali; Nels Coxman, interpretato da Liam Neeson (ultimamente volto ideale per queste caratterizzazioni abbastanza sterili ma traboccanti di violenza) sembra appunto un uomo tranquillo che lavora alla guida di un gigantesco spazzaneve per liberare le strade e che viene eletto Cittadino dell’Anno dai suoi concittadini della località sciistica di Kehoe, in Colorado, dove tutto sembra placido e candido e nulla di male può succedere.unuomotranquillo1

Ma la morte di Kyle innesca un meccanismo, decisamente mal scritto, che porta il bravo Nels a trucidare, risalendo la catena in ordine di importanza, tutti gli spacciatori legati alla perdita del figlio, che a quanto pare era lì per errore e che, a ben vedere, non è che un pretesto trattato in maniera superficiale per riscoprire il passato torbido di Nels, fatto del ricordo di un padre spacciatore e di un fratello ricchissimo ma immischiato in affari loschi (forse lo spinello fumato dalla sua bionda moglie perfetta, Laura Dern, all’inizio poteva essere colto come un didascalico monito della vita scellerata che facevano prima di scegliere la tranquillità familiare).
L’oramai efferato omicida Coxman, che in un’ora e poco più acquista la maestria di un killer consumato nell’uccidere spacciatori con nomi stupidi come Speedo o Santa Claus, arriverà al vertice della droga della città, il Vichingo, giovane businessman che ricorda vagamente un Patrick Bateman ma più controllato, che intanto, all'oscuro dell’esistenza dello spazzaneve vendicativo, ha dato la colpa delle molteplici uccisioni a White Bull, capo indiano con cui malauguratamente si contende le zone di spaccio per colpa di un vecchio accordo- sì, ci sono anche i nativi americani in questa storia, trattati con un misto compatimento becero e luoghi comuni stantii.
Anche White Bull e il Vichingo sono padri, il primo perde suo figlio per mano del secondo, l’altro viene privato della prole per mano di Coxman, che in un maldestro rapimento salva il piccolo, appassionato di musica classica e con una sensibilità da poeta, dal sadismo del padre.

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Tre padri e un percorso vendicativo che ammicca ad un certo stile per amatori del genere, fatto di schizzi di sangue sulla neve e fucilate in negozi di abiti da sposa (è tutto rosso su bianco, per non sbagliare). Ogni morte corredata da un epitaffio senza versi compare su schermo nero con tanto di simbologia religiosa, differente a seconda della vittima, tanto per ricordare l’ironia degli intenti registici.
Si parla di un action thriller pervaso da un inconfondibile humor nero, a metà tra Billy Wilder e l’ironia nordica; purtroppo Un uomo tranquillo è un adattamento ripetitivo di un qualcosa già visto, che non solo non fa ridere ma annoia abbastanza (per fortuna il conto dei morti ricorda allo spettatore che la narrazione procede). Molan intendeva realizzare un remake sottile per il pubblico americano, fare un film violento ma contro la violenza, in realtà il risultato è un film violento per far ridere della violenza, che sembra una strada simile ma che si rivela, fastidiosamente, opposta.

 

 

 

 

Silvia Pezzopane

06/02/2019

Photo credits:  © Doane Gregory

qui il link al sito ufficiale e al trailer del film

 

I film che hanno la parola “esorcismo” nel titolo invadono le sale cinematografiche dal 1973, l'anno in cui "L'Esorcista"  si erse a capostipite di un sottogenere tra i più prolifici e profittevoli, spianando la strada agli epigoni come L'Esorcismo di Hannah Grace (The Possession of Hannah Grace).
Spesso il successo di questi prodotti consiste nel reinterpretare con poca inventiva la ricetta di William Friedkin e Peter Blatty (rispettivamente regista e sceneggiatore de L'Esorcista), riscaldando male una minestra – ne approfondiremo in seguito i motivi – che ha fatto la storia del cinema. Perché? La risposta è banale, ed il caso di Hannah Grace è esemplificativo: a fronte degli otto milioni di dollari da inserire sotto la voce budget, il film diretto da Diederik Van Rooijen ne ha già incassati 36. L'usato garantito va bene ovunque nel mercato audiovisivo, prova tangibile è l'uscita – risalente a qualche mese fa - della seconda stagione de L'Esorcista, serie televisiva prodotta dalla Fox. 

Il problema degli emuli è che tendono a prendere dal capostipite gli accessori della sua grandezza – le contorsioni del corpo indemoniato a ritmo di ossa scricchiolanti, onnipresenti in Hannah Grace – senza sfiorare il dilemma morale tra fede e ragione, stretto nella morsa angosciante della sopravvivenza. Perché L'Esorcista è molto più di un horror: lo ha capito il riuscito L'Esorcismo di Emily Rose, mescolando l'orrore al dramma giudiziario e portandolo nel microcosmo delle aule di tribunale dove i dilemmi morali sono al centro di tutto.

Poiché questo articolo non deve intitolarsi “42 motivi per rivedere L'Esorcista”, è bene segnalare che L'Esorcismo di Hannah Grace – pescando a piene mani dal buon Autopsy, di cui in origine rivelava la fonte secondaria perché l'intenzione di Van Rooijen e compagnia era chiamarlo Cadaverribalta la premessa drammaturgica del capolavoro di Friedkin e Blatty: inizia alla fine di un esorcismo andato male e si sposta nell'obitorio del Boston Metropolitan Hospital, durante il primo giorno di lavoro di Megan (Shay Mitchell), ex poliziotta alle prese coi demoni interiori causati dalla morte di un collega. Le camere mortuarie sono lo scenario claustrofobico su cui è giocata la partita a scacchi tra il demone e la protagonista (con i comprimari, piatti come santini, a rivestire unicamente il ruolo delle pedine da sacrificare), in mezzo al ronzio asettico delle luci al neon che si accendono attraverso i sensori di movimento, cifra stilistica – qui l'intuizione visiva è derivata da Lights Out – utile a creare qualche sobbalzo, e niente di più. Quello che manca a livello di scrittura, sopratutto l'orrore procurato dalla perdita dell'identità, non può essere colmato a colpi di jump scare, né da espedienti scontati che non riescono a tirar fuori il film dalle sabbie mobili di una mediocrità sempre più banale e derivativa.

Alessandro Ottaviani 30/01/2019

Fonte immagini: universalmovies.it 

Il nuovo film di Julian Schnabel non è una biografia su Van Gogh, bensì la ricostruzione dei suoi ultimi quattro anni di vita tra Arles e Parigi, che avviene tramite un processo di “accumulazione” di stralci di eventi realmente accaduti e tasselli reinventati, ripercorsi, alfine di raccontare l’uomo dietro al segno, e l’artista prima dell’opera. Non solo i quadri come riferimento ma anche le famose lettere, scambiate tra Vincent e suo fratello Theo, unico punto di riferimento. vangogh1 

L’interesse del regista, anche lui pittore e artista figurativo, non si concentra troppo sugli aspetti storico-critici ma prova ad evocare un risultato tridimensionale e materico dell’intento del pittore; nel ruolo di Van Gogh, Willem Dafoe, già vincitore della Coppa Volpi e ora in corsa per il premio Oscar, si mette alla prova esercitandosi in prima persona a dipingere (con esercizi suggeriti dal regista che gli consiglia di iniziare dagli oggetti per poi passare ai paesaggi) diventa qui il tramite per un senso più alto, che si muove appunto oltre il successo e l’interazione con l’altro (viene ad esempio rappresentata l’amicizia controversa con Paul Gauguin e i rapporti con gli abitanti di Arles), presentando la solitudine di un uomo al cospetto della natura travolgente, la sua corsa verso l’eternità della rappresentazione di un qualcosa che non si inventa, ma che solo grazie al suo dono è in grado di vivere per sempre.

La regia di Schnabel, autore che già in passato si è messo alla prova con vite celebri (basti pensare a Basquiat del 1996), realizza un racconto circolare e molto spesso apparentemente confuso, alcuni eventi si sovrappongono, altri battono duramente nella scansione di un finale preannunciato: grazie ad una regia dinamica e fluida, l’approccio del regista si connota in maniera specifica e il suo sguardo si realizza attraverso la pittura che si dispone sulla tela. Il pittore olandese viene ripreso durante le lunghe passeggiate per Arles, nella Francia del sud, e la natura gli suggerisce un impeto vitale irrinunciabile: deve dipingere, deve farlo in fretta, perché solo la realizzazione finale riesce a completarlo facendolo sentire parte di un tutto che non trova negli altri.

vangogh2L’assorbimento degli elementi circostanti è un’esigenza che lo porta spesso a stendersi e rotolarsi, a coprirsi il volto di terra, a cercare la luce divina e gialla. La follia dell’uomo è più una distorsione del senso delle cose, uno scollamento dal tangibile, che determinerà l’automutilazione e la scelta di ricoverarsi alla clinica di Saint-Rémy. Le riprese si fondono con la confusione delle sue percezioni: la visione è alterata, appiattita, appannata, come in un ricordo di cui si dimenticano i contorni. E le voci sovrapposte nella testa dell’artista emergono e rimbombano anche per lo spettatore, che non può fare a meno di sentirsi perso. Infine, nel 1890, la morte oscura, nebulosa, ancora non chiara, per mano di due ragazzi o suicida. (Nel libro del 2011 Vincent van Gogh. The life, scritto da Steven Naifeh e Gregory W. Smith, i due autori discutono circa una tesi diversa dal suicidio). Il successo di Vincent Van Gogh si manifesterà solo dopo la sua morte, e sarà indescrivibile.

Schnabel riesce a restituire l’essenza del bisogno rappresentativo che coglie Vincent Van Gogh portandolo ad una frenesia unica di realizzazione. La stessa che motiva ogni artista e che lo veicola come soggetto comunicante. L’eco della rappresentazione dell’atto creativo di Clouzot si fonde alla grande sensibilità estetica del pittore e regista newyorkese, nonché alla forza espressiva delle opere, ed è inevitabile essere travolti dalla sensazione di totalità.

Silvia Pezzopane - 28/1/2019

Le immagini sono prese dal sito ufficiale del film.

Il 22 gennaio 2019, l’Academy ha rilasciato la tanto agognata lista di nominati ai Premi Oscar che verranno assegnati a Los Angeles il prossimo 24 febbraio. Comunemente ci si riferisce agli Oscar come “il più importante riconoscimento” relativo al mondo del cinema, commettendo puntualmente l’errore di associare al fenomeno “più glamour” del mondo del cinema anche un titolo di merito artistico di pari livello. E’ bene ricordare che i premi Oscar sono riservati esclusivamente all’industria hollywoodiana, lungi quindi dall’essere un riconoscimento valido per l’intera scena cinematografica internazionale. Questo non significa che automaticamente i film premiati agli Oscar non siano validi, nessuno potrebbe mai sostenere una simile tesi. Serve però a ridimensionare il peso mediatico attorno a questo evento, carico infatti di connotazioni politiche e forti interessi economici. Diamo agli Oscar, insomma, il giusto valore e la giusta collocazione all’interno del sistema dei riconoscimenti cinematografici: sicuramente i “più importanti” a livello commerciale (l’industria cinematografica statunitense è quella che raccoglie più denaro a livello mondiale), sicuramente i “più ambiti” per chi lavora in Nord America e per chi ne fa una questione di status, ma di sicuro non una garanzia certa di valore artistico dei film.
Accade infatti che agli Oscar 2019 riceva ben sette nomination Black Panther, tra cui quella per il miglior film. Black Panther OscarsLa statuetta che fu vinta da Eva contro Eva, da Casablanca e da Il padrino, quest’anno potrebbe finire a casa Marvel, premiando il tragicomico gruppo di super-attori in calzamaglia. Birdman (che il titolo di “miglior film” nel 2015 se lo meritò tutto) al riguardo fu profetico con una battuta a dir poco incisiva: “Un altro Blockbuster. Guarda come brillano i loro occhi. Vogliono questa merda non le tue chiacchiere filosofiche del cazzo.”
Esulteranno poi i fanatici del politically correct: gli #OscarsSoWhite sono diventati su Twitter gli #OscarsSoBlack. Non necessariamente un bene, quindi, il cambiamento forzato che fa arrivare alle nomination, oltre a Black Panther, un non brillante Spike Lee con Blackkklansman (7 nomination).
Trionfano ancora gli stranieri con Cuaròn (Roma riceve 10 nomination) e Lanthimos (La favorita ne prende altre 10), tra i più nominati anche Vice (8 nomination), A Star is Born (8), seguiti poi da Green Book e Bohemian Rapsody con 5 nomination per uno. Lista completa qui: https://oscar.go.com/nominees 

Marco Giovannetti 23-01-2019

Foto: Screenrant.com, Oscar.go.com

Perché andiamo al cinema? Una bibliografia immensa ha provato a rispondere a tale quesito. Ci piace andare al cinema essenzialmente per ritrovare in quelle storie narrate elementi combacianti con la nostra realtà personale, oppure caratteri totalmente opposti e per questo capaci di espiare un nostro dolore o esorcizzare le nostre paure. Entriamo nella sala buia di un cinema come se rientrassimo nel grembo materno, uscendovi rinati dopo una gestazione di novanta o più minuti. Con lo sguardo rivolto verso l’alto viviamo vite diverse, pur restando noi stessi. Siamo uno, nessuno e centomila. siamo ora una ragazza adolescente incinta, adesso un aspirante musicista jazz, e poi un soldato sul confine messicano, o un cacciatore di replicanti. Ed è proprio su questa stessa sete di identificazione che amiamo così tanto i biopic.
Se prima ci limitavamo a leggere libri dedicati a una tale figura storica, o guardare ammaliati infiniti documentari, con il cinema lo spettatore compie un ulteriore passo in avanti nel tortuoso cammino della conoscenza. Il filtro della realtà che separava il personaggio dal pubblico viene per un momento azzerato. Attraverso l’intermediazione dello schermo cinematografico e dell’interpretazione attoriale, può attivarsi quel processo di immedesimazione che fa del pubblico un surrogato indiretto del cantante/scrittore/ scienziato che compare sullo schermo. Lo spettatore vanta ora un accesso prioritario e privilegiato nella conoscenza (più o meno manipolata dalle licenze poetiche prese dal regista e dallo sceneggiatore) della vita vera o presunta di quel dato personaggio famoso. E anche se molto spesso un dato passaggio non corrisponde con quanto accaduto realmente nella vita di questi uomini e donne stra-ordinari (nel senso proprio di extra-ordinari, quindi fuori da quella che per noi è la normalità) solo perché esso viene mostrato sullo schermo, verrà interpretato come veritiero. È il dono (o la maledizione) del cinema, quello di usare il vero per autentificare il falso, giocando con molteplici codici, anche extra-diegetici quali i ricordi e le emozioni del pubblico in sala.


The imitation gameSorta di arte vampiresca, capace di succhiare la bellezza di ogni fenomeno artistico per aumentare il proprio prestigio e successo, il cinema dopo la letteratura e il teatro, ha iniziato ben presto a trarre linfa vitale dalla vita vera; ed ecco che la straordinarietà di vite al limite, la loro indole ribelle, anticonformista, o la loro aura alacre e geniale si trasmuta in benzina pronta ad accendere i motori della produzione cinematografica; un filtro di potenza e (in)successo che riempie la fonte del cinema da cui lo spettatore assetato di storie in cui ritrovarsi, o con cui sognare, è sempre pronto ad abbeverarsi. Come sottolinea anche Sandro Bernardi il cinema, alla stregua del racconto mitologico, si appropria degli aspetti misteriosi del mondo rendendoli accessibili. Con esso si tenta di dare un senso alla vita e, allo stesso tempo, si genera una parvenza di immortalità alla storia narrata e all’uomo o alla donna che ne è protagonista.
Colette, Freddie Mercury, Marie Colvin, Stanlio e Ollio sono scrittori, cantanti, giornalisti, attori che avevano già reso straordinarie le proprie esistenze, ma adesso, grazie a una cinepresa, sono a tutti gli effetti immortali.
Quelli citati sono solo gli ultimi protagonisti di pellicole giunte adesso nelle sale cinematografiche (“Colette”, “Bohemian Rhapsody”, “A private war”, “Stanlio & Ollio”), eppure la storia del cinema è ricca di quelli che ben presto abbiamo imparato a chiamare “biopic”.
Che tu sia stato un attore, regista, cantante, scienziato, scrittore, politico, perfino un criminale non ha importanza; se hai lasciato un segno nella storia ben presto ritroverai il tuo nome preceduto dalla tanto reiterata frase “tratto dalla storia vera di…”. Poter elencare tutti i film biografici comparsi sulla scena negli ultimi anni sarebbe impossibile. Sono centinaia i titoli meritevoli di una citazione, e lo spazio di un articolo è troppo limitato per nominarli tutti. Qui di seguito vi segnaliamo allora non solo i biopic più famosi, ma i più fedeli allo spirito del personaggio ritratto.

Bright star
Così è stato per Bob Dylan con “Io non sono qui”. Per un artista immenso come Dylan non bastava un solo attore per interpretarlo. E così Todd Haynes chiama a sé sei attori di sesso, razza ed età differenti tra loro (tra cui Christian Bale, Heath Ledger e Cate Blanchett) per dar vita alle diverse maschere che hanno segnato il carnevale personale del cantautore, intervallato da successi, cadute e risurrezioni.
La carriera e la notorietà del pugile Jake LaMotta costituiscono uno di quei rari esempi in cui il successo del film supera quello della vita da cui è stato tratto. E così nel 1980 “Toro Scatenato” divenne un’opera capace di recidere i fili che la legavano alla realtà, fino ad appropriarsi di una esistenza e storia propria.
Fuori dalle righe, geniale: così era Wolfgang Amadeus Mozart, e così è “Mozart”, il film con cui Milos Forman ha riscritto e riportato sullo schermo la vita del compositore austriaco. Geniali lo erano anche due grandi scienziati come Albert Einstein e Stephen Hawkins. Due uomini che dietro al metodo scientifico e alle grandi scoperte, nascondevano dolori e lotte personali. Un connubio che il mondo del cinema e della televisione non poteva esimersi dal non raccontare, dando vita a opere come “Il mio amico Einstein” e “La teoria del tutto”.
Nel 2014 (ma in Italia il film arrivò nel 2015) è stata invece la volta del geniale matematico britannico Alan Turing. Morten Tyldum con “The Imitation Game” racconta con fare commovente, rispettoso ma alquanto convenzionale le vicende (già portate sullo schermo in Breaking the code nel 1996) che portarono Turing a risolvere la codifica di Enigma per intercettare i sottomarini tedeschi; oltre allo scenario di guerra, il film attraversa il dramma personale di Turing, incriminato e incarcerato per essere omosessuale in una nazione e in un momento storico che punivano tale tendenza. Matematico come Turing era anche John Nash, protagonista di “A beautiful mind” di Ron Howard, la cui vita ostacolata dalla schizofrenia non poteva non diventare materiale cinematografico. A prestare il corpo a questo geniale personaggio un incredibile Russell Crowe.
Una fotografia calda, delicata colta in un’atmosfera sospesa, come i sogni d’amore tradotti in poesia. Così si presenta Bright Star di Jane Campion, opera biografica dedicata alla vita del poeta inglese John Keats (interpretato da Ben Whishaw). L’amore per Fanny, la creazione poetica, la malattia: tutto passa per la cinepresa della regista neozelandese capace di riportare gli eventi con rispetto e armonia.
A trovare un proprio spazio tra i vari biopic, vi è la vita di un cecchino. Con “American Sniper” Clint Eastwood porta infatti sul grande schermo la vita del tiratore scelto Chris Kyle (interpetato da Bradley Cooper), cecchino della Navy Seal che, rientrato dalla guerra in Iraq, è stato ucciso da un vicino di casa dopo avergli impartito lezioni di tiro.
Non solo regine (“The Queen”; “Grace di Monaco”; “Elizabeth: the golden age”), hacker (“Il Quinto potere”, “Snowden”) criminali (“Nemico pubblico”, “Blow”, “Loving Pablo)), pittori (“Van Gogh”). Il mondo del cinema ama la vita, ama riprodurla, ama farla rispecchiare negli occhi degli altri. Tanti e molti sono i biopic che verranno prodotti. Saremo noi spettatori a scegliere quale fare nostro.

Elisa Torsiello, 5 novembre 2018

La notizia giunge improvvisa, come i colpi di fucile che colpiscono il partigiano in Novecento. Lunedì 26 novembre 2018 è venuto a mancare uno degli ultimi grandi del cinema italiano: Bernardo Bertolucci. Ogni parola risulta vana dinnanzi alla grandezza di questo autore, troppo spesso criticato e sottovalutato da una nazione come quella italiana che lui stesso ha saputo paradossalmente raccontare così bene, così onestamente. Intellettuale, visionario, ribelle; sono tanti, troppi e forse inutili gli aggettivi con cui si possono ricordare Bertolucci, la cui carriera è iniziata come assistente alla regia di Pierpaolo Pasolini. Perché lui era questo e molto altro. Forse allora è giusto ricordarlo per quel suo genio capace di dar vita a opere immortali, proprio come immortale è ora la figura di Bertolucci.


Corrono i personaggi di Bernardo Bertolucci. Corrono per scappare da un mondo a cui non vogliono appartenere, a cui non vogliono conformarsi. Si alzano i baveri delle giacche, si nascondono il viso dietro cappelli, quasi a reprimere un istinto, una sensualità che sanno non potranno trattenere. E poi danzano, sinuosi o animaleschi. Danzano un ballo sensuale, in nome della vita, o della passione.
Sono sognatori, rivoluzionari, uomini e donne forgiati dal fuoco degli ideali, incapaci di sostenere il peso di una società che non riconoscono come propria, o di un ruolo impostogli e per cui si credono inadeguati. E la loro vita scivola così via, come burro sciolto, o acqua sporca. C’è l’imperatore che non regna (“L’ultimo imperatore”); il padre che non accetta il suo non essere più padre (“La tragedia di un uomo ridicolo”); la madre che non vuole essere madre ma amante (“La luna”); la società in cui i personaggi di Bertolucci sono immessi è uno specchio riflettente una visione che i protagonisti non riconoscono e che vogliono – inutilmente -ribaltare. Un’ambiguità esistenziale e politica che Bertolucci non ha mai smesso di raccontare in tomi cinematografici passati alla storia come “La strategia del ragno”, “Il conformista”, “Il tè nel deserto” e ben espressa sin dall’inizio, con quella asserzione affidata a Fabrizio in "Prima della rivoluzione": «Sono una pietra, non cambierò mai. Ho la febbre: la nostalgia del presente, ma il mio futurBernardo Bertoluccio da borghese è nel mio passato da borghese. Così, per me, l'ideologia è stata una vacanza. Credevo di vivere gli anni della rivoluzione, invece vivevo gli anni prima della rivoluzione, perché è sempre prima della rivoluzione che si è sempre come me».


Sono uomini e donne votati alla trasgressione, nel senso letterale del termine, quelli di Bertolucci. Essi, cioè, non possono esimersi dal trasgredire il senso comune in tutte le sue forme: sessuale, politico, umano. Son uomini e donne passionali, che si lasciano trascinare dal ritmo prima sincopato, e poi accelerato, delle proprie pulsioni. Perfino nel suo ultimo lungometraggio, quel mediocre io e te dalla forza indebolita - come indebolito era il corpo del suo regista - si nascondeva quel desiderio di solitudine volto a rifuggire dalla quotidianità che sempre esige e nulla da in cambio.
Bertolucci era anche questo; un uomo fattosi cantore della propria provincia, quella Parma così rossa, così rivoluzionaria, eppure così bigotta. Tra le bandiere del Partito Comunista di “Prima della rivoluzione” inizia a insinuarsi il potere di una borghesia autocompiaciuta, che si nutre di false promesse tanto fino a scoppiare in “La tragedia di un uomo ridicolo”. Una dicotomia costante, un corpo a corpo tra rivoluzione e potere, che nasce, cresce e riempie di stupore gli occhi degli spettatori con quel Novecento capace di raccontare la vita di umili mezzadri come un kolossal hollywoodiano.


Mancherà Bernardo Bertolucci. O meglio, mancherà il Bernardo Bertolucci uomo, perché quello regista rimarrà per sempre.
"Non si può mica vivere senza Rossellini" diceva un amico a Fabrizio in "Prima della rivoluzione". E da oggi sarà un po’ più difficile vivere senza Bertolucci.
Teniamocela stretta la sua eredità. È una delle cose più preziose che il cinema italiano, sempre più povero, ha.

Elisa Torsiello, 26 novembre 2018

L’infanzia tra gli spettacoli di marionette, il piccolo teatro da 120 posti a gestione familiare, l’amore per le arti, non ultima quella cinematografica: sono questi i principali elementi che caratterizzano la formazione di Joe Wright, regista inglese noto soprattutto per film come “Orgoglio e Pregiudizio” e “Anna Karenina”. Amato in patria e apprezzato dalla critica, la sua fama sembra sempre essere oscurata da quella dei suoi film, come forse è giusto che sia, ma è proprio cercando di supplire alla sua scarsa conoscenza al grande pubblico italiano che Elisa Torsiello, cinefila e giovane promessa della critica cinematografica, ha scritto e pubblicato per Bietti Heterotopia la prima monografia al mondo sul regista inglese: “Joe Wright. La danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill”. La sua è innanzitutto una dedica, un modo di ringraziare il regista che le ha cambiato la vita: la stessa autrice,intervistata da Recensito, ha affermato che è stato proprio “Espiazione”, uno dei più apprezzati film di Joe Wright, ad aver scatenato in lei la voglia di scrivere di cinema e di occuparsene in maniera approfondita.Joe Wright 825


Perché Joe Wright non è solo l’autore delle trasposizioni cinematografiche di alcuni tra i romanzi più amati, la sua carriera spazia dalle serie televisive agli spot pubblicitari, e arriva al grande schermo con generi come il thriller e il biopic. Parte della critica e in particolare del pubblico dopo l’esordio cinematografico con “Orgoglio e pregiudizio”, basato sul romanzo di Jane Austen, lo ha etichettato come regista di film adatti alle signore, eleganti e a lieto fine, commettendo un errore grossolano. Come spiegato da Elisa Torsiello, infatti, già dietro il primo lungometraggio del regista inglese si nasconde una cura del dettaglio assolutamente insolita tra i registi suoi contemporanei, e un’attenzione alla bellezza e alla perfezione di ogni scena, senza considerare che quasi tutte le storie da lui riprese hanno un finale amaro e non un classico happy ending. Dario Marianelli, compositore italiano che ha lavorato con Joe Wright per quasi tutti i suoi lungometraggi, sottolinea invece come nell’opera prima del regista inglese sia possibile bloccare il video sullo schermo in un qualsiasi momento e la maggior parte delle volte l’immagine fermata potrebbe essere messa in cornice, quasi un oggetto a sé stante. L’ispirazione pittorica, infatti, risulta fondamentale nel lavoro di Joe Wright, e se per il romanzo della Austen il riferimento pittorico principale è quello di Constable e Turner, paesaggisti inglesi, e quello del teatrale “Anna Karenina” è Monet, quello di “Espiazione”, tratto dal romanzo di Ian McEwan, può essere piuttosto ricercato nella pittura campestre di Giovanni Fattori. Marianelli, poi, è autore della prefazione al libro di Elisa Torsiello, mentre la postfazione è a cura di Seamus McGarvey, direttore della fotografia e amico di Joe Wright, ospite della serata di presentazione della monografia al cinema Arsenale di Pisa. Anna Karenina


I contributi di pregio all’opera di Elisa Torsiello non fanno altro che impreziosire una monografia ben scritta, dettagliata e completa, in cui tutto l’amore dell’autrice per il suo regista d’elezione traspare senza essere d’intralcio ad un’analisi oggettiva della sua opera. La monografia è stata già presentata alla 75esima edizione del Festival del cinema di Venezia e al Piccolo Teatro Strehler di Milano durante la fiera Bookcity.

Pasquale Pota 19-11-2018

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