Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Che il ritorno di Suburra fosse in grande stile lo avevamo capito fin da subito. È bastato guardare Aureliano nei trailer, completamente trasformato fisicamente e interiormente dall’uccisione della sua donna da parte della sorella. Il re della Suburra è solo come un cane. Il dolore lo sprofonda in un abisso dal quale solo la vendetta può toglierlo. E Aureliano cerca la vendetta, ma per perseguirla, perché non sia solo una fantasia, ha bisogno dei suoi vecchi amici. E di farsene di nuovi. Perché così funziona a Roma: non ci sono amici veri, ma per ottenere qualcosa non puoi prescindere dalle amicizie. Si creano nuove alleanze, in questa seconda stagione, i personaggi lavorano febbrilmente a questo per tutto il tempo. Servono a costruire l’impalcatura di questa seconda stagione, a edificare lo stato dentro lo Stato che Aureliano e i suoi amici sognano.

Uno stato che soddisfi tutte le loro fantasie: vendetta, potere, libertà, denaro. Per ottenerle non si risparmia niente: anche le tragedie degli ultimi, dei dimenticati, dei profughi che diventano merce di scambio, terreno di trattativa. Samurai vuole che siano sgomberati da Ostia per costruire il suo porto, Cinaglia cavalca l’onda dell’insoddisfazione e balla prima con la sinistra e poi con la destra, Aureliano vuole vedere Samurai distrutto, Spadino lotta per avere credibilità nella sua famiglia, Gabriele oscilla tra responsabilità e corruzione.
Mette radici molto profonde nella nostra attualità, questa seconda stagione di Suburra. Va a toccare nervi scoperti, ferite ancora aperte, e ci getta sale sopra, impedendo al sangue di fermarsi.
I nostri antieroi imparano che, per fronteggiare un nemico comune, devono mettersi insieme. Soprattutto se quel nemico è Samurai, un villain che da solo vale quanto decine di antagonisti visti negli ultimi anni. Le premesse per un’esplosione in grande stile c'erano tutte, fin dalla prima stagione. Un continuo balletto di potere, favori, corteggiamenti interessati, sangue. 

Suburra ci dipinge, come nella sua prima stagione, un ritratto impietoso e accurato della nostra società, e di quella variopinta pattumiera che è la città di Roma, popolata da furbetti, ladri e assassini. Una città che è sempre uguale, eppure che cambia di continuo. E in questa seconda stagione vediamo fino a che punto può davvero spingersi il cambiamento, se Suburra ha davvero il coraggio di osare, e di presentarci davanti uno specchio di ciò che siamo. Ora è il momento di rendere reale ciò di cui abbiamo letto sui giornali, e i nostri protagonisti sono pronti. Ma Suburra fa di più, ci mostra il sangue che non vediamo, la morte di cui veniamo a conoscenza da un semplice trafiletto di giornale. In queste otto puntate il destino della Capitale si decide a colpi di pistola, di manganello, a mani nude, lottando come bestie. Molti cadono, nuove alleanze si formano, nuovi personaggi entrano in scena a portare la loro sfumatura di nero, in aggiunta allo strato di bitume corruttivo che avvolge la città.

Non spenderemo mai abbastanza complimenti per lodare Alessandro Borghi (Aureliano Adami) per la sua intensità e bravura assoluta. In questa seconda stagione incarna un Aureliano trasformato, nel quale il dolore ha acceso una sete di sangue che sta imparando a indirizzare. Spendiamo due parole anche per ringraziare Barbara Chichiarelli per la sua Livia, personaggio che avrebbe potuto dare di più, ma che è uscito di scena a testa alta, in un toccante commiato che ricorda molto la scena finale di Dexter.
Ma a nostro avviso è Gabriele (Eduardo Valdarnini) a compiere il percorso evolutivo più interessante. Un percorso che già nella prima stagione l'aveva trasformato da pischello che si prende le pizze in faccia a giovane e rampante poliziotto, che crede di cancellare le macchie del passato mettendosi addosso la divisa. Il flashback su di lui (bellissimi tutti, ottima idea del regista Andrea Molaioli) è forse il più interessante perché ci mostra il seme di quella pazzia che Spadino intravede nel compagno.

La seconda stagione di Suburra svolge in maniera decisamente adrenalinica le premesse psicologiche messe in campo dalla prima. Ci sono mancati i flashback iniziali, che incuriosivano lo spettatore, ma abbiamo apprezzato il fatto che i momenti di tensione e pathos fossero sempre ben dosati e si articolassero coerentemente con lo sviluppo dei personaggi. Una tensione che monta fin dalla prima puntata e che esplode con tutta la sua cruenta potenza nelle ultime due puntate, un vero e proprio bagno di sangue, ma importante per la ridefinizione degli equilibri e per l'immancabile colpo di scena finale. Un colpo di scena che rimette le carte in tavola per una terza stagione che, già lo immaginiamo, sarà ancora più cruenta, machiavellica, adrenalinica di questa.

Giulia Zennaro, 23/2/2018

Non delude le aspettative "Il primo re", film di Matteo Rovere con Alessandro Borghi, star di Suburra, e Alessio Lapice, dal 31 gennaio nelle sale. Il film propone un racconto emotivo ed epico del mito di Romolo e Remo, concentrandosi soprattutto su quest’ultimo, dimenticato dalla storia, e tralasciando la componente fantastica per un racconto crudo e sanguinario di un periodo poco conosciuto della storia di Roma. Non la nascita dell’impero, dunque, come ci aveva ingenuamente anticipato la pubblicità, ma il racconto del rapporto tra due fratelli, uniti dallo stesso sangue, che il sangue separa, gettando il seme per la nascita della città che dominerà il mondo.

Le splendide location del Lazio più selvaggio e incontaminato si sposano bene con una ricostruzione storica e antropologica accurata. L’utilizzo della lingua protolatina, ricreata con l’aiuto di semiologi della Sapienza (per quanto ibridata con ceppi indo-europei) può intimorire lo spettatore, che teme di assistere a un film documentaristico e noioso, e si trova invece catapultato in una realtà cruda e violenta, in cui la lingua rispecchia fedelmente l’arcaicità delle usanze e delle ambientazioni. Il mondo di Romolo e Remo è un mondo brutale, che i fratelli vogliono risollevare, con la forza delle armi e dell’orgoglio. Ma se Remo, autoproclamatosi re, crolla sotto i colpi del destino che cerca con tutte le sue forze di evitare, a prevalere alla fine è Romolo, personaggio figlio del suo tempo e custode del mos maiorum, capace di unire sotto una stessa lingua, spada, costumi, leadership, realtà e popoli diversi. Remo, invece, con la sua arroganza e la sua sfida agli dei è un personaggio estremamente moderno, e per questo dimenticato dalla storia, che ricorda solo i vincenti. Ma non viene cancellato dai cuori degli spettatori, che si rivedono in quell’eroe sprezzante della religione, che vuole farsi da sé, che non teme né gli dei né il destino, e che viene da esso sopraffatto e sconfitto.

Fabio LovinoMatteo Rovere, apprezzato produttore di Smetto quando voglio e regista Veloce come il vento, torna con questo film che si rifà apertamente a classici come Apocalypto, Valhalla Rising, Revenant, costruendo a Il primo re un’identità che gli consente di non sfigurare di fronte a produzioni economicamente più sostanziose. Ottima fotografia di Daniele Ciprì, che trae la sua forza dalla bellezza delle location. Rovere fa dell’uso della luce naturale, degli effetti speciali pratici e dell’accurata ricostruzione storica una dichiarazione di intenti, spogliando la sua direzione da qualunque artificio, facendo parlare la natura, i corpi, le voci. La forza del film è proprio nell’artigianalità, nella riproduzione accurata di un mondo scomparso, nella forza animale dei protagonisti, nel concerto di forze interpretative e maestranze tecniche che contribuiscono a creare un piccolo grande gioiello del cinema storico e d’azione italiano. Spicca Alessandro Borghi, capace di bucare lo schermo con la sua fisicità prestante e una recitazione che non si fa intimidire dal limite linguistico e arriva come uno schiaffo allo spettatore. Grande prova anche per Alessio Lapice, dalla recitazione misurata e intensa, complementare a quella dirompente di Borghi, e che ci auguriamo di vedere più spesso d’ora in poi sul grande e piccolo schermo. Ottima prova anche per Tania Garribba, attrice di provenienza teatrale e qui sacerdotessa capace di recitare con gli occhi e con gesti contenuti e precisi.
Il primo re conferma il recente trend positivo del cinema italiano, con questa opera prodotta quasi interamente nel nostro paese, con la forza di giovani registi e interpreti. Una storia che racconta un capitolo dimenticato e forse mai esistito della nostra storia, ma che non smette di parlare all’uomo di oggi.

Giulia Zennaro 31/01/2019

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

#musica @danielecelona in #abissitascabili: un album/fumetto per i supereroi del nuovo millennio Giorgia Groccia https://t.co/FRbaVw7KVO

Digital COM