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Festival di Sanremo 2020, terza puntata: tra cover e Benigni si viaggia più tranquilli

Nella storia di Sanremo, la terza serata è sempre stata (statisticamente parlando) quella a registrare un ascolto maggiore rispetto alle altre, ed il perché è facilmente intuibile. Si tratta di un’occasione di puro raccoglimento, in un certo senso, nel quale la curiosità e l’attenzione delle famiglie telespettatrici italiane si concentrano tanto sulla capacità degli artisti in gara di rendere giustizia (o “storpiare”) i classici che hanno reso famosa la manifestazione, quanto sulla voglia di “tirar loro commenti poco nobili” anche in maniera gratuita.

Sono gli effetti luce della scenografia firmata (anche quest’anno) da Gaetano Castelli, la grazie del corpo di ballo e il supporto di un vero e proprio “countdown timer” (con salti di decade in decade, che dal 1950 scandisce l’approdo alla 70° edizione del Festival della Canzone Italiana) a dare il via al terzo appuntamento, lasciando rapidamente spazio ad Amadeus (stavolta senza il supporto di Fiorello) che sfrutta l’occasione dei preliminari per rendere omaggio, insieme al pubblico, alle vittime del deragliamento del treno A/V Frecciarossa “9595 Milano-Salerno” avvenuto nei pressi della stazione di Livraga (LO).

Inizia la gara, forte della maggiore competenza dell’orchestra che, oltre ad accompagnare le esecuzioni dei vari Campioni come ogni sera, voterà a fine serata l’esibizione migliore. E’ Michele Zarrillo ad aprire le danze insieme a Fausto Leali, regalando una “Deborah” (1968) che a suo modo regge nonstante gli acuti troppo osati e le urla sguaiate dei rispettivi cantautori. Segue Junior Cally, in compagnia dei Viito, con una versione piuttosto mediocre della “Vado al massimo” (1982) di Vasco Rossi: attacchi vocali sbagliati e rap veramente sempliciotto.

E’ il momento di Georgina Rodriguez (compagna di Cristiano Ronaldo) come prima valletta designata, dopo un’introduzione da parte del buon Amedeo piuttosto essenziale (“simbolo di femminilità, incanto e bellezza”). E viene spontaneo a questo punto domandarsi, in virtù del siparietto costruito su argomenti pseudo-calcistici in rigoroso itagnolo, se davvero poi ci si debba lamentare del più becero maschilismo che serpeggia tra l’opinione pubblica (basti pensare al tipico binomio “calcio + bella donna”).

Marco Masini, in duetto con Arisa, fa riprendere ritmo alla gara con una versione di “Vacanze Romane” (1983) interessante dal punto di vista dell’arrangiamento, ma che perde colpi a causa degli inciampi vocali della stessa Rosalba Pippa. Ma il “sospiro” è breve, perché una nuova interruzione in scaletta consente di puntare per l’ennesima volta i riflettori sul tema della “violenza sulle donne”, stavolta sostenuto dal concerto evento del prossimo 19 settembre (presso l’Arena di Campovolo) annunciato da Fiorella Mannoia, Emma Marrone, Giorgia, Laura Pausini, Elisa, Alessandra Amoroso e Gianna Nannini per il progetto “Una. Nessuna. Centomila”.

Il palco torna finalmente in mano agli artisti, con una combinazione di “ben” tre esibizioni di seguito. Dopo Riki e Ana Mena con “L’Edera” (1958), sembrando quasi dei gattini nell’atto di imparare a miagolare, si alza il livello della qualità con una pregevole esecuzione dai toni jazz di “E se domani” (1964) da parte di Raphael Gualazzi e Simona Molinari. A chiudere il tris è una potentissima “Spalle al muro” (1991), che unisce in maniera efficace il rap di Anastasio con il rock della Premiata Forneria Marconi.

Un breve teatrino Amadeus-Rodriguez-Ronaldo (con tanto di scambio di magliette) e a salire sul palco stavolta è Levante in compagnia di Francesca Michielin e Maria Antonietta, purtroppo con una versione davvero loffia della canzone inno del 1987, “Si può dare di più”. Segue un’esibizione altrettanto scadente de “La voce del silenzio” (1968) da parte di Albetto Urso feat Ornella Vanoni.

La seconda valletta della serata è la conduttrice/cantante albanese Alketa Vejsiu, visilmente nervosa data la sua inarrestabile, e a tratti simpatica, loquacità, ma comunque pronta a presentare nell’ordine Elodie, accompagnata dal pianoforte di Aeham Ahmad, con una poco impattante “Adesso tu” (1986), e poi il morbido e riuscitissimo esperimento realizzato dal terzetto Rancore/Dardust/La Rappresentante di Lista con “Luce – Tramonti a nord/est” (2001).

Una smunta incursione del cantautore britannico Lewis Capaldi lascia rapidamente spazio al personaggio più atteso della serata: Roberto Benigni. E, come da programma, un’entrata trionfale dagli esterni del teatro Ariston (con tanto di banda a seguito) funge da preambolo a quello che “lentamente” si rivela essere da parte dell’attore e regista fiorentino una consistente retorica sull’amore e l’aridità sentimentale dei tempi, contornata da lettura e parafrasi de “Il Cantico dei cantici” tratto dalla Bibbia. Un’iniziativa apprezzabile alla maniera di Benigni, forse più funzionale in contesto scolastico che non al cospetto di un pubblico televisivo dal telecomando facile (in questi casi).

I Pinguini Tattici Nucleari regalano un divertente medley che esplora la storia di Sanremo (“Papaveri e papere“ - 1952, "Nessuno mi può giudicare" - 1966, "Gianna" - 1978, "Sarà perché ti amo" - 1981, "Una musica può fare" - 1998, "Salirò" - 2002, "Sono solo parole" – 2011, “Rolls Royce" - 2019) e, dopo un rapido promo de “L’Amica Geniale” con tanto di cast, è il momento di Enrico Nigiotti con “Ti regalerò una rosa” (2007) che in buona sostanza non aggiunge nulla di più alla versione originale accompagnata dallo stesso Simone Cristicchi.

Da qui, un tango argentino nemmeno troppo necessario della Rodriguez e, subito dopo, un’esibizione in tre atti di Mika, che ne approfitta per omaggiare Fabrizio De André e l’Italia con l’esecuzione della ormai celeberrima “Amore che viene, amore che vai”. Segue una corale “La nevicata del ’56” (1990) da parte di Giordana Angi e Solis String Quartet.

Se si esclude anche stavolta l’apparizione fugace di Tiziano Ferro (soprattutto a seguito dell’omaggio Rai a “L’Infinito” di Giacomo Leopardi e ai suoi 200 anni di storia e bellezza artistica), si passa addirittura ad un più che gradito quinquies di cover senza interruzioni, rappresentato da una semplice, ma efficace “Un’emozione da poco” (1978) de Le Vibrazioni feat Canova, una teatrale “24 mila baci” (1961), dalle interessanti soluzioni sonore, di Diodato e Nina Zilli, una localmente valida “Piazza Grande” (1972) di Tosca e Silvia Perez Cruz (che a sopresa sarà anche la più votata dall'orchestra a fine serata), fino ad approdare a un’asettica “1950” (1983) di Rita Pavone e Amedeo Minghi una sempre emozionante “Gli uomini non cambiano” (1992) che funziona più per la presenza di Annalisa che di Achille Lauro.

Procedendo come un treno che ha appena passato “l’una di notte”, il festival accoglie sul palco Bugo e Morgan (bacchetta di direttore d’orchestra alla mano), con una orgogliosa quanto enfatica versione di “Canzone per te” (1968), seguiti da Irene Grandi e Bobo Rondelli (poetica e ed energica la loro versione de “La musica è finita”, 1967), un Piero Pelù in grande spolvero che si fregia della “virtuale partecipazione” di Little Tony (“Cuore matto”, 1967) fino ad arrivare alla stazione con il commovente e doveroso omaggio di Paolo Jannacci e Francesco Mandelli al fu Enzo (“Se me lo dicevi prima”, 1989), una qualitativamente scarsa “Non succederà più” (1982) di Elettra Lamborghini feat Myss Keta, e una “L’Italiano” (1983) da parte di Francesco Gabbani dall’irriverente sapore nazionalista (e un po' ruffiano).

Ad augurare ufficialmente la buonanotte a tutti ci pensa Alketa Vejsiu, con un monologo che strizza un po' l'occhio ai conservatori più incalliti e nemici dello sbarco di immigrati (con tanto di gradevole esecuzione personale di "Una lacrima sul viso", in compagnia di Bobby Solo).

Una serata nel complesso riuscita la terza della kermesse sanremese (come la tradizionale vuole del resto), da parte dei vari artisti partecipanti. Forse perché affrontare delle cover di storiche canzoni alimenta sempre in qualche modo le aspettative di chi ascolta e il “riguardo” di chi sceglie di imbarcarsi nella loro esecuzione.

Jacopo Ventura

 

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