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Festival di Sanremo 2020, seconda puntata: il “brodo” è troppo lungo, la qualità ce la mette Rancore

Tenere alto il peso delle aspettative rispetto ad un programma/manifestazione firmato Rai è sempre un'ardua impresa, soprattutto quando si ha a che fare con le invetibaili valutazioni dettate dalle serate d'esordio. Forse perché, di norma, certe cose tendono a migliorare in corso d’opera, e anche il Festival di Sanremo, a suo modo, ci ha abituato a questo modus operandi in più occasioni. Volenti o nolenti, gli spettatori hanno sicuramente dovuto ridimensionare (più o meno consciamente) le proprie aspettative in merito, e questo ha sicuramente giocato a favore della verve da mattatore di Fiorello e del ben più teso Amadeus. Ed è proprio il presentatore di Ravenna, stavolta, ad aprire le porte dell’Ariston e accogliere il pubblico “ottuagenario” pronto a spolverare il soprabito e salutare il teatrino messo in piedi dal vecchio Rosario Tindaro nei panni di Maria De Filippi. Questo è l’abbraccio, fatto di ilarità e simpatia (con tanto di telefonata “a sorpresa” della stessa conduttrice televisiva), che i due presentatori hanno voluto regalare alla maggioranza di teledipendenti italiani (fatti per lo più di ultra 50enni), in virtù del 52% di share ottenuto la sera precedente.

Con questo enfatico preambolo, la gara delle Nuove Proposte può cominciare. Martinelli e Lula (rispettivamente, Gabriella e Lucrezia) sferrano una bella invettiva contro l’ex Ilva di Taranto con la loro “Il Gigante d’acciaio”, ma a passare il turno è un pop rap intriso di autotuning firmato da Fasma (“Per sentirmi vivo”). Di analoga fattura è anche il confronto che vede vincitore il gioco di rime, a tratti banale, ma comunque efficace, di Marco Sentieri (“Billy Blu”) a dispetto dell’inno alla resilienza (argomento forse troppo trito negli ultimi anni) cantato da Matteo Faustini nella sua “Nel bene e nel male”.

Dopo un rapido saluto al compianto Fabrizio Frizzi (con tanto di standing ovation), Amadeus cede nuovamente il palco al compagno di avventure Fiorello che dopo una “Febbre del sabato sera” improvvisata con il corpo di ballo, regala ancora battute giocate sulle polemiche pre-festival (tra manismo, fiorismo, cantismo e droghismo) per poi chiudere il cerchio e includere tutte le categorie possibili (dai politici agli ambientalisti, passando per i musicofili occasionali) cantando “La classica canzone di Sanremo”. Apprezzabile, poi, il collegamento fugace con alcuni dei “Rockin’1000” (la big band ideata da Fabio Zaffagnini) accorsi fuori il teatro con i loro strumenti e la loro energia.

Finisce l’attesa ed inizia finalmente la competizione dei 12 Big rimasti dopo la prima serata. Piero Pelù detta per primo il passo (“Gigante”), ma non è nulla di più del tipico pop rock al quale ci ha abituato ad ogni fuga Litfiba. Le vallette per l’occasione, Laura Chimenti e Emma D’Aquino, fanno il loro ingresso con spiccata eleganza e professionalità (giocando anche sulla rigidità dei lanci del Tg1) e annunciano una Elettra Lamborghini più “sobria” del solito, e forte di una canzone ("Musica - e il resto scompare") che sembra scritta dal Malgioglio peggiore e destinata ad animare l’acquagym dei villaggi Valtur.

Fiorello trova il tempo (come se già il brodo non fosse già stato allungato abbastanza) di giocare letteralmente con Novak Đoković, prima che Enrico Nigiotti passi quasi inosservato con la sua, forse, troppo scarna “Baciami adesso” e Sabrina Salerno si presenti come terza valletta, sembrando più una perfetta imitazione di Virginia Raffaele che altro. A sorpresa si susseguono rapidamente ben due esecuzioni sul palco dell’Ariston senza altre interruzioni di alcun genere, anche se si tratta solamente di una sempre più sopravvalutata Levante (“Tikibombom”, intento nobile, ma testo ed esecuzione da rivedere completamente) e di quei bravi ragazzi dei Pinguini Tattici Nucleari, alla ricerca di uno spazio tra i tormentoni radiofonici (“Ringo Starr”).

Sorvolando sul discutibile duetto di Tiziano Ferro e Massimo Ranieri (in scena anche in altri momenti della serata) , arriviamo all’intima e teatrale “Ho amato tutto” di Tosca, sebbene il risultato finale non sia di particolare impatto. Solo a questo punto il festival può giustificare il diritto/dovere di “allargare” i tempi della serata, lasciando che la luce dei riflettori venga puntata su Paolo Palumbo (ragazzo di 22 anni affetto da SLA) e sulla sua piccola, grande lezione di coraggio accompagnata, anche, dalla canzone “Io sono Paolo”, eseguita insieme a Cristian Pintus.

La reunion de I Ricchi e Poveri sa più di tour nel museo delle cere che di vera celebrazione, mentre Zucchero fa il suo mestiere in maniera essenziale, ma abbastanza coinvolgente (compiendo persino un salto indietro nel tempo fino al 1987). Francesco Gabbani torna a Sanremo con una canzonetta firmata insieme a Pacifico (“Viceversa”, gradevole, ma senza troppe pretese) e Paolo Jannacci regala un po’ di autentico romanticismo paterno con la sua “Voglio parlarti adesso”.

L’ospitata di Gigi D’Alessio si rivela vagamente irrilevante, soprattutto quando la qualità globale della gara dei Big subisce una considerevole spinta verso l’alto grazie all’ “Eden” di Rancore, mistura ben riuscita di vecchia scuola rap e notevole cultura. Il momento di Junior Cally giunge con “insolite”, scarse aspettative, nonostante le ben note, passate controversie a sfondo femminista e il timido ruggito di “No, grazie”, mentre Emma D’Aquino, a dispetto dell’ora tarda (01.10), regala una preziosa lezione sulla “libertà di stampa” a tutto il pubblico e agli spettatori televisivi ancora svegli.

Chiudono la serata Giordana Angi (“Come mia madre”, un tenero e sincero pensiero da parte dell’artista), Michele Zarrillo (“Nell’estasi o nel fango”, canzone forte alla maniera tipica del cantautore) e una lettera materna di Laura Chimenti che restituisce alla figura della donna un vero e proprio senso/dovere di culto e sacralità, da non confondere (badate bene!) con quella banale dettata dal concetto di patriarcato.

La seconda puntata del 70° Festival di Sanremo si salva, in un certo senso, in calcio d’angolo. Ma solo grazie a Rancore, Emma D’Aquino e Laura Chimenti.

Jacopo Ventura

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