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"Yerma" e il dramma di un amore sterile che diventa morte

Si respira il dolore e il tormento di una donna che non può dare alla luce il frutto del suo amore e il senso della sua vita, in “Yerma” celebre, drammatico e poetico testo di Federico Garcia Lorca , portato in scena dagli allievi dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico al Teatro dei Dioscuri.
Una delle tragedie più intense, attuali e universalmente valide del drammaturgo spagnolo, che acquista una potenza disarmante mettendo al centro la figura femminile della protagonista, i suoi sentimenti, le sue frustrazioni, il suo amore che si trasforma in odio, il suo desiderio di vita che si traduce in morte.
Yerma, nonostante sia sposata da alcuni anni, non riesce ad avere figli, e questa sua mancanza diventa ben presto un’ossessione, una malattia, che la fa sentire come chi vuole bere ma non ha il bicchiere , chi vuole cucire e non ha il filo, oppressa da un uomo che probabilmente non ama davvero, interessato solo al guadagno. La sua sterilità converte pian piano la sua passione in odio, in tristezza e invidia nei confronti di altre donne che hanno avuto questa gioia, come l’amica Maria, e simile a una guerriera intraprende una lotta per riuscire ad avere un figlio a tutti i costi, attraverso riti, pellegrinaggi, consigli , senza mai tradire però l’onore e la dignità.
Desideri e frustrazioni descrivono relazioni e rapporti familiari ambigui e passioni represse, in una Spagna lontana eppure vicina, in una dimensione rurale arcaica che la regia di Federico Orsetti arricchisce enfatizzando l’aspetto più mistico, apotropaico, ancestrale con un chiaro richiamo ai riti tipici e ai sacrifici agli dei delle tragedie greche.
Un’atmosfera suggestiva in cui si insinua l’odore di quella morte che è inevitabile dove non può esserci amore, accentuato dal chiaro scuro delle luci e dall'enigmaticità di alcuni personaggi, dalle due “nere” cognate, alla Vecchia che ha avuto dodici figli, interpretati con credibilità e spessore scenico da attori maschili. Una scelta registica ardua che in questo caso funziona e regala un pizzico di novità a un impianto che rimane per lo più fedele al testo originale.
Serena Costalunga dà corpo e voce al desiderio di maternità e alla mancanza di comprensione e amore di Yerma, che già nel nome serba il suo destini di infertilità, la quale emerge come una vera e propria divinità laica, emblema di coraggio e determinazione, distinguendosi dal resto dei personaggi talvolta troppo deboli e poco incisivi.
Un affresco che traspone la poetica ruvida di Lorca, i legami che feriscono, opprimono, uccidono, avvelenano il sangue.
Ne emerge il contrasto tra marito e moglie, le dinamiche uomo-donna, le gelosie, le possessioni di donne fragili e allo stesso tempo forti e uomini insicuri intransigenti e duri.
"Yerma" è l’essenza di chi è destinata a essere una spiga arida a causa della siccità esistenziale che la circonda, fino a bruciare anche quella che dovrebbe essere fonte di nuova acqua.
Uno spettacolo che, nonostante alcune incertezze interpretative e una regia a volte statica, trasmette la potenza di un dramma che nel tema della maternità negata trova la sua forte contemporaneità.

Maresa Palmacci 27-12-2018

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