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Voci dalla Grecia al femminile: Melissa e Neera, “Cittadine straniere” al Teatro Agorà

In un luogo senza tempo, uno spazio scenico fatto di corde, grate metalliche e vesti bianche, s’incrociano le esistenze di due donne profondamente diverse per tempra, classe sociale ed epoca, eppure accomunate dalla stessa voglia di riscatto: nei confronti della storia, che le ha violate, censurate, sottomesse. Nei confronti degli uomini e di una società che calpesta incurante i diritti civili. Melissa (Giulia Bornacin), moglie straniera del tiranno di Corinto Periandro, riappare dal sesto secolo a. C. disorientata, tremante di freddo, ancora traumatizzata dalla violenza inflittale dal marito, continuando a domandarsi: «Dove sono?». Era stato Erodoto, nelle sue “Storie”, a raccontarne per primo l'inquietante vicenda, alludendo a un atto di necrofilia compiuto dal coniuge uxoricida, lontano da occhi indiscreti, dopo averla percossa a morte. Neera (Maria Teresa Di Clemente) si materializza invece dall'epoca dorata del buon Pericle, colui che diceva: «la somma virtù per una donna perbene è che di lei si parli il meno possibile...». E invece di Neera si parlava molto (e male), per via del lavoro che svolgeva ma che non aveva scelto: quello di cortigiana dai rinomati clienti. I dettagli della sua tribolata biografia li apprendiamo soprattutto da “Contro Neera”, l'orazione giudiziaria di accuse infamanti con cui Apollodoro aveva attaccato questa schiava prostituta, divenuta poi moglie legittima dell'ateniese Stefano.
«Non siamo dello stesso tempo. Forse l'una sta sognando l'altra». Così, per uno di quei cortocircuiti che a teatro possono avvenire senza bisogno della macchina del tempo, Melissa e Neera si incontrano, si scontrano, diventano confidenti nello spettacolo “Cittadine straniere”, prodotto dalla Compagnia Macro Ritmi, scritto da Maria Teresa Di Clemente e messo in scena da Rosi Giordano. La sposa barbaramente uccisa e l'etera calunniata e processata si raccontano senza censure in un dialogo serrato e intenso, interrotto a tratti dal video di Sara Tirelli proiettato alle loro spalle: suggestivo compendio visuale che mostra immagini di foglie, arbusti scossi dal vento e mare, con un sonoro di voce e pianoforte. In controluce c'è il saggio “Grecia al femminile” della storica francese Nicole Loraux, che ha rovistato tra le pattumiere del passato per salvare dall'oblio otto storie di donne di cui – come voleva Pericle – nessuno ha parlato.
Dal sesto e quinto sec. a.C. sono intercorsi innumerevoli anni, battaglie politiche, rivendicazioni e conquiste, ma basta aprire i quotidiani, guardare un tg o fare un giro sul web per leggere di straniere costrette a vendere il proprio corpo in paesi che non riconoscono loro alcun diritto, di donne vittime di violenza, minacciate o perseguitate, obbligate al silenzio. “Cittadine straniere” è uno spettacolo che attraversa epoche diverse e arriva fino al presente, confermando che, in fondo, non ci si libera mai dai mali della storia. E che il progresso non salva da ricadute ancora più disumane.
«Come potremmo noi vedere la luna con gli occhi di un greco?» – si domandava Jean-Pierre Vernant: il cortocircuito tra mito e attualità dà inevitabilmente vita ad una rielaborazione dei paradigmi mitici in relazione alle nuove coordinate del pensiero socio-culturale. Così, se il mito incontra i recenti gender studies, a partire dal saggio “Can the Subaltern speak?” di Gayatri Spivak, accade che personaggi femminili del passato possano riprendere parola nel presente, riabilitando la propria storia e la propria identità violata. È questo l'intento (riuscito) di Rosi Giordano, che già in ”Billie la frivola”, omaggio alla cantante Billie Holiday, aveva affrontato il tema della marginalità delle donne: restituire la voce a Melissa e Neera, costrette al mutismo in una società gravata da tabù e condizionamenti sociali. E che sembrano dire, come la Filomela della riscrittura del mito ovidiano di Margaret Atwood, pluripremiata autrice canadese: «Ora che tutti gli altri hanno parlato a perdifiato, è giunto finalmente il nostro turno...».

Visto al Teatro Agorà il 16 marzo 2016.

Marta Gentilucci 20/03/2016

Foto: Fabrizio Caperchi

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