Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

"Viviamoci", di e con Giorgia Mazzucato, torna in scena al Teatro If di Roma

Una voce femminile nel buio ci invita a immaginare, a immaginarci nell’oceano dell’esistenza, dove le nostre vite sono piccole imbarcazioni che la fantasia ha il potere di colorare: si apre così “Viviamoci”, monologo scritto, diretto e interpretato da Giorgia Mazzucato, riportato in scena il 29 marzo per il pubblico del Teatro If di Roma. E sono tre diverse barchette colorate quelle che l’attrice incarna e segue, tre personaggi le cui voci e storie sono alternate e intrecciate in un disegno di «infinite combinazioni, perfette e assurde» che ha permesso a ciascuno di loro di esserci. C’è Aurora, la bambina che riscrive, deforma, stravolge nel vortice della sua inarrestabile fantasia gli spazi, le presenze e le stesse parole dell’appartamento in cui si trova: il suo viaggio surreale ingloba tutto, comprese le immagini e le domande ancora irrisolte su se stessa, su un padre che non c’è e sulla propria «mamma guerriera». C’è Francesca, la madre che torna bambina davanti ai nostri occhi, per rivivere e rievocare la tenerezza e la fragilità di un primo amore dagli sviluppi inaspettati. E infine c’è Maicol, meccanico veneto che fin da piccolo afferma di sognare solo le sette lettere luminose «E Figlio» da aggiungere all’insegna paterna «Officina Bordignòn»: Maicol che forse non è mai stato davvero bambino, ma che proprio per questo, dietro e dentro il suo guscio, preserva un tesoro di fantasie infantili, anche (e soprattutto) come unica e ultima possibilità di riscatto.

Quella di Giorgia Mazzucato è, fin dal titolo, un’esortazione a godere della vita, la cosa «più bella che c’è, anche perché è l’unica che c’è»: ma non c’è facile retorica in questa dichiarazione, perché dell’oceano in cui galleggiamo (noi e i personaggi evocati in scena) non si omette la tempesta, il mistero crudele del dolore che si abbatte improvviso sulle barche, sui percorsi individuali, spezzandone alcuni e deviandone bruscamente altri. Eppure, vale la pena di non arrendersi, di non vedere soltanto la tragedia, perché più forte di quella è la nostra capacità di creare: creare mondi, vite, opportunità, creare giocando con i materiali delle nostre esistenze, creare con i nostri atti fisici e artistici d’amore, creare sprigionando le infinite possibilità di un corpo umano o di quel corpo che è il nostro linguaggio. Aurora è l’emblema di questo atto di fede nella creatività che riplasma significati e significanti del mondo circostante: il suo tour anarchico ed esilarante si muove tra il «Palazzo dell’Aria» governato dal «Re Spiro» e un lampone triste perché gli manca solo una “i” per fare luce, tra una guerra “intestina” (cioè combattuta dagli organi dell’apparato digerente) e un monologo nel monologo tutto costruito con i nomi dei più celebri pittori. Ma, sembra suggerirci Giorgia-Aurora, questa libera e trascinante esplosione di fantasia nasce e si alimenta da un modo di guardare, di aprirci alle creazioni (apparentemente?) casuali dell’universo-oceano in cui siamo gettati, dalla nostra capacità di stupirci (come Aurora) della forma di uno zigomo, del percorso di una lacrima su un volto o di come le gocce «bucano le nuvole» quando cadono dal cielo.

Ed è con stupore e gratitudine che assistiamo alla prova della Mazzucato: non solo per i voli del testo «paradossale e metafisico» (come lo definì nel 2013 Dario Fo), ma per la lucida passione dell’attrice e della regista: l’una in grado di attraversare e restituire i toni ora comici ora tragici dello spettacolo così come le diverse psicologie e fisicità dei suoi personaggi; l’altra capace di sprigionare la massima carica simbolica da pochi, essenziali elementi: il piccolo cubo dove è posato l’orsacchiotto e compagno di viaggio di Aurora, Capitan Vento, punto di traduzione e convergenza dei fili che uniscono circolarmente la drammaturgia; i cambi di luce che colorano le diverse soggettività dei personaggi, tra rosa, giallo e soprattutto blu: il colore preferito di Francesca, il colore della vastità inafferrabile del cielo e del mare, il colore in cui irrompe la tempesta ma anche il colore da cui tutto, nel bene e nel male, è nato. Attraverso la triplice fatica dell’artista, "Viviamoci" si rivela allora un atto d’amore al teatro stesso, alla vitalità (del) presente in cui e di cui si nutre, al suo mostrare e condividere il gesto creativo nel suo imprevedibile farsi, alle barche colorate che dipinge nel suo (e nel nostro) oceano.

Emanuele Bucci 30-03-2019

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM