Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Vivere o morire? Questo è il problema. La risposta dei Maniaci d'Amore in “Biografia della peste”

«Tutti i paesi felici sono felici alla stessa maniera. Ma ogni paese infelice è infelice a suo modo». Di un'infelicità atavica, che si tramanda di generazione in generazione, è Due Campane, il paese in cui vivono Crisostomo detto Cris, ragazzo scoordinato e pieno di tic, e sua madre l'ortolana, madre-padrona che decide ogni cosa riguardi il figlio, anche quando debba morire. Capita infatti, un giorno, che Cris venga investito da una macchina e muoia. Come dirlo alla madre? Come accettare che la notizia si sparga in un contesto sociale in cui la morte è un tabù di cui vergognarsi, più grave di uccidere, di commettere un delitto, di macchiarsi della più turpe delle colpe? “Mamma, sono morto” – diviene una frase inaccettabile che dà il via a una sequela di sketch paradossali: Cris entra ed esce da una tomba-frigorifero, si denuda e si prepara a varcare il tunnel di luce della morte cantando “The show must go on” dei Queen, per poi fingersi invece ancora vivo facendo un annuncio pubblico al paese – con tanto di megafono – per zittire le malelingue.
Seconda pièce di una trilogia, “Biografia della peste” – vincitrice del Premio Il Centro del Discorso - affronta in maniera surreale e disincantata un tema drammatico come quello del rapporto tra la vita e la morte, tra la felicità e l'insoddisfazione, tra la pulsione alla fuga e la condanna alla permanenza. Loro, Luciana Maniaci (nata nel 1985 a Messina) e Francesco d'Amore (Bari, 1983) - in arte i Maniaci d'Amore - caratterizzano già fisicamente un teatro che sceglie l'assurdo come suo tratto distintivo: spaesato e spigoloso lui, con espressioni facciali che sembrano smorfie, comica e nevrotica lei, dietro occhialoni che ricordano Sandra Mondaini.
Il gioco della morte viene ambientato in una provincia che ricorda probabilmente quelle di provenienza dei due attori-drammaturghi: un milieu meridionale di relazioni umane standardizzate, dove «la gente non fa che guardare cosa fa l'altra gente. È la noia». La piazza, la giornalaia che sa tutto di tutti, hai sentito chi si sposa? I discorsi da bar sport, il marito che si mantiene aitante come un attore holliwoodiano, le donne che devono solo saper cucinare e pulire casa. Un concentrato di ottusità e luoghi comuni da cui, spesso, fuggire rimane un'utopia. L'ideale dell'ostrica verghiano detta infatti il modus operandi della madre di Cris – e di tante altre madri di questa provincia ineludibile - bisognosa della presenza del figlio più per un'esigenza egoistica che per amore spassionato («Che bella giornata, Cris. Che bello tornare a casa e trovarti ad aspettarmi. Mi dà un senso di soddisfazione materna»). Verga scriveva che le ostriche vivono bene finché restano attaccate al proprio scoglio. Una volta che si allontanano alla scoperta del mondo, quel mondo, da pesce vorace qual è, le ingoia senza alcuna possibilità di salvezza. E così, più per paura che per scelta, si resta tutta la vita nella terra in cui si è nati.
Nella seconda parte lo spettacolo si colora di tinte ancora più surreali, con l'ingresso in scena di un personaggio alienante dall'italiano stentato – sbaglia tutti i congiuntivi – e comico già a partire dal soprannome: Vegetala. Sarà con lei che Cris supererà l'impasse dei tic – residuo di un attaccamento ansioso resistente con la madre – e riuscirà ad essere felice. L'immagine della nuova coppia che divora un cavolo appeso a una lenza – come in quel gioco della mela che si faceva alle feste tra adolescenti – suggella quest'unione e, forse, la speranza di libertà e di emancipazione dalla monotonia soffocante di giorni tutti uguali.
In “Biografia della peste” si avverte l'eco lontana di “Vita mia” di Emma Dante, storia di una madre che continua a dilazionare il momento della separazione dal proprio figlio morto, in un'alternanza di follia esaltata e rassegnazione. Ma qui la componente dell'assurdo è molto più accentuata. Non a caso, la trilogia in cui è inserito si chiama Trilogia del gioco: «perché intorno al “jeu”, velato o svelato – spiegano i Maniaci d'Amore - girano in qualche modo le nostre prime tre pièces. Il gioco di relazioni, il gioco delle parole, il gioco del teatro, il gioco della vita, il gioco del gioco, come direbbe Laing».

Visto al Teatro dell'Orologio il 4 febbraio 2016

Marta Gentilucci 05/02/2016

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM