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“Viva la vida”: l’omaggio alla figura di Frida Kahlo che diventa “comune” intrattenimento per il pubblico

La trasposizione teatrale di un testo narrativo rappresenta sempre di per sé un azzardo, soprattutto se ci si illude (come spesso accade “dietro le quinte”) di poter replicare l’eco della parola letta su pagina – forte dell’intimità della nostra mente e del suo rumore bianco – con lo stesso impatto emotivo di quella recitata. Non costituisce eccezione, in questo senso, nemmeno la cornice della Sala Strehler del “Teatro Biondo” di Palermo, dove il 4 marzo (in contemporanea con la sospensione di tutte le attività in virtù dell’emergenza COVID-19) ha debuttato, in prima nazionale, il riadattamento del regista Gigi Di Luca di “Viva la vida”, tratto dall’omonimo romanzo di Pino Cacucci.

Per essere più precisi, si tratta del monologo interiore di una delle più grandi artiste del secolo scorso, Frida Kahlo, affidato alle indiscusse doti interpretative di Pamela Villoresi, che servendosi della propria voce e della propria fisicità accompagna lo spettatore nell'ultimo atto dell’esistenza della pittrice messicana. Un viaggio fatto di pensieri, immagini e ricordi che si accendono di passione nell'atmosfera onirica del palcoscenico, attraverso toccanti flussi di coscienza e confidenze intrise di “dignitosa resa”, accompagnati dalla onnipresenza della Pelona (la morte, Veronica Bottigliero) e dalle note sensuali dell’ultimo grande amore della Kahlo, Chavela Vargas (Lavinia Mancusi, voce e musica).

 L’incidente che le cambiò per sempre la vita, l’amore tormentato per Diego Rivera, la lotta politica e quell’immagine di sé ricercata in ogni dipinto nel tentativo di dare forma e significato alla propria sofferenza, scevro da ogni tipo di vanità. «Qual è stata la mia rivoluzione? Piangere me stessa?» si domanda nelle battute finali la Frida di Cacucci in un ultimo, straziante slancio poetico che smaschera incertezze e fragilità che potrebbero essere di un qualunque essere umano in punto di morte, prima che di una donna piena di passione e attaccata alla vita come fu la “dea azteca”.

L’interpretazione teatrale di Villoresi convince, ma non basta a ridurre la distanza rispetto al pubblico (ben oltre la giustificabilità del video streaming). L’opera di Di Luca si riduce in questo senso a un comune intrattenimento, tendendo forse troppo a rimarcare la sacralità del personaggio al punto tale da rendere difficile un coinvolgimento emotivo ed empatico spontaneo. Un po’ come quando ci si vuol sforzare di comprendere la musica classica invece di porci semplicemente in ascolto di essa.

Jacopo Ventura  15/04/2020

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