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Il “Vento da Sud Est” scuote gli animi del teatro India

“Gli sguardi di chi cerca sono sempre uguali, qualunque cosa si cerchi”. Così scriveva Pier Paolo Pasolini nel suo romanzo “Teorema”. Da tale necessità di uguaglianza sociale e soprattutto dall’universale ricerca che ogni uomo compie per trovare il proprio posto nel mondo, si sviluppa “Vento da Sud Est”, andato in scena al teatro India di Roma. Lo spettacolo, nato nel settembre del 2015 ad opera di Simone Corso e Angelo Campolo, intende riprendere la citata matrice letteraria, per poi plasmarla a seconda degli intenti drammaturgici.
L’ospite pasoliniano venuto dal paradiso infatti assume le sembianze di un’immigrata che, come in un sogno, entra in contatto con i membri di una (a)tipica famiglia contemporanea, divorata dall’esigenza di un vuoto apparire. La donna, che in perfetta antitesi proviene da un inferno di povertà, guerra e violenza, è portatrice della verità e allo stesso tempo simbolo di quanti ogni giorno raggiungono le nostre terre in cerca di una vita migliore. Sul palco infatti si alternano attori italiani a ragazzi africani appartenenti al progetto di integrazione culturale portato avanti dal DAF - Teatro dell’Esatta Fantasia, a Messina. ventodasudest02

È buio in sala, il colore nero domina spazio e percezioni. Quattro migranti vestiti di bianco si affacciano da una porta posta sullo sfondo. Il forte contrasto cromatico voluto viene accentuato dall'autoironia che li porta a definirsi più volte “poveracci africani”. Dialoghi serrati nella loro lingua natia (francese) si alternano a movimenti bruschi e ritmati, quasi delle danze che istintivamente associamo alla tradizione tribale. Sarà questo gruppo a bussare alla porta dei Banks, una stereotipata famiglia borghese formata da Winfried, madre estremista cattolica, George, padre nevrotico, Pietro ed Odetta, due figli problematici. I quattro familiari si presentano spensierati, cantando, ballando e completamente estranei a tutto quello che gli succede intorno. Ma di colpo questo idillio viene interrotto. Si sente bussare più e più volte, ma nessuno vuole ascoltare né aprire. Il mondo, i problemi e tutto quello che accade al di fuori delle mura domestiche cercano prepotentemente di entrare. Due narratori ai lati del palco iniziano allora ad interagire con questa famiglia, mettendoli di fronte alle loro paure, agli istinti repressi e snocciolando un'infinità di dati per smontare l'ingiustificato razzismo. Entra in scena una domestica (anche lei migrante), una sorta di Mary Poppins moderna, che invece di portare ordine in casa crea scompiglio nelle personalità dei Banks, portando avanti l'iniziale linea autoironica.
I conflitti familiari prendono forma in un climax a tratti insopportabile, in cui l'idea pasoliniana iniziale perde forza a causa dei troppi luoghi comuni e del becero populismo di alcuni personaggi. La famiglia borghese viene sostituita da una caricatura della nostra società, una sorta di creatura “mostruosa” che raccoglie in sé tutto il peggio dei nostri tempi.

Uno spettacolo che parte da una serie di domande a cui non si può dare risposta. Quesiti che spesso risultano scomodi ad una società che funge da mera osservatrice di un problema che Campolo cerca di affrontare in chiave ironico-poetica. Sono le testimonianze il vero “sale” della storia; esse si incastrano e si mescolano con la più acida e cinica visione del mondo. Attraverso un’ironia celata dietro i dialoghi che vanno contro lo straniero, viene mostrata al pubblico l’altra faccia di viale dei Ciliegi. Un nucleo domestico che si insedia sul palco a suon di walzer, e mentre qualcuno non cessa di bussare insistentemente alla porta, si interrompe il finto idillio con la frase «smettete di bussare alla porta, tanto non apriremo»

ventodasudest03Se è vero che sono i dati che fanno la storia, allora bisogna mettere in conto il fatto che mr. Banks sia un triste omofobo e ometto che vive la vita sorretto dalle benzodiazepine, e che la moglie Winfried, dall’alto della sua cristianità, mascheri la più radicata intolleranza verso il prossimo. Dall’altro lato i due figli portatori sani di un disagio che ha il volto della giovane Odetta, troppo inadeguata per una famiglia superficiale, e del fratello Pietro, egocentrico e pagliaccio di se stesso.
Una terrificante versione moderna della famiglia disneyana che si ritrova a fare i conti con il fantasma di un'immigrata Mary Poppins portata da un vento che stravolge le loro vite conducendoli verso quella che viene definita «un’impossibile fine». È lei l’emblema dell’immigrazione e dell’integrazione; colei che veicola sentimenti e sopprime l’intolleranza degli uomini e donne del nuovo millennio.
Un’opera che invita a una riflessione critica sulla società contemporanea e ha il merito di inserire ragazzi provenienti da una lontana realtà in un nobile contesto artistico. Non nascondiamo che si sarebbero potuti evitare dei toni eccessivamente esasperati in alcuni dialoghi e crediamo che omettere gli abituali cliché sulla famiglia avrebbe rappresentato un valore aggiunto e non una mancanza. Da premiare la capacità degli interpreti, che non solo si cimentano nella prosa, ma anche nel canto e nel movimento 'coreografico'. Efficace ed originale anche l’idea scenografica di inserire una porta nel fondo, a simboleggiare la chiusura psicologica nei confronti del proprio io e più ampiamente, di tutto ciò che non si conosce.
Nel complesso dunque, uno spettacolo che pur avendo dei punti di debolezza, riesce a emozionare e a regalare la speranza di un futuro migliore. Il vento è cambiato, non resta che assecondarlo e renderlo portatore di armonia.

Sara Risini, Giovanni Recupido, Paola Smurra 09/06/17

Leggi qui l'intervista ad Angelo Campolo: http://www.recensito.net/rubriche/interviste/intervista-angelo-campolo-attore-regista-daf.html

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